Linea d'ombra - anno XV - n. 124 - aprile 1997

l'amica cambiata, partita, la me stessa di un tempo. A una a una, mi ha restituito le forme non visibili, che con un disperato allenamento mi ero addestrata a ricreare. e che poi inevitabilmente si sfaldavano. E ora che le ha assunte in sé, in un'ombra, in una curva, o nell'infinitamente mutevole sguardo con il quale mi trattiene e mi interroga, è lei che comincia a scomparire". Ho scelto di chiamare quest'ultimo tassello del mosaico che Marisa Bulgheroni consegna al lettore "sezione", perché la domanda che ci si pone, a lettura terminata, riguarda la "materia" stessa del genere cui l'autrice vuole dare corpo. Apprendista del sogno è un romanzo? Un lungo racconto abitato da un'unica "persona" che si muove nello spazio e nel tempo della propria esistenza e memoria? Oppure è una raccolta di racconti staccati e separabili gli uni dagli altri che narrano della donna, delle sue età: bimba, adolescente, Jeune fil/e en fleur, adulta, essere non ancora venuto alla luce eppure già dotato della voce che parla e si abbandona al ricordo, voce che si forma e deforma a seconda dei luoghi e dei tempi? Voce ora saggia ora ingenua, ora incantata di fronte alla morte, alla vita, alla guerra e all'amore. Voce tuttavia ferma, perfettamente meditata a seconda dei ruoli di cui è investita. Oppure ancora la scrittura di Marisa Bulgheroni è critica letteraria e figurativa, nel senso di analisi della letteratura e delle arti figurative. e nel senso di analisi politica del presente e del passato prossimo, rivisitazione di temi e figure che hanno abitato il suo lavoro di studiosa della letteratura inglese e americana e di giornalista politica? Sospetto sia tutto questo. "Addestrata alla vertigine" e "apprendista del sogno", l'autrice ci regala un esempio di vertiginosa metanarrazione. Una rivisitazione "in citazione" di quasi un secolo: dai primi del Novecento, quando nella casa sul lago di Como i ricordi dei ricordi di famiglia si coniugano a quelli delle lotte partigiane, di naufragi emotivi e letterali, di momenti di stasi a Gerusalemme e New York, di sospensione del senso e dello sguardo, del coraggio e della paura così da approdare all'oggi: attraverso la figura del "bambino dietro la porta" (sezione settima) la cui apparizione insegna a tutti noi - perché lui lo sa - che "il peggior nemico è l'uguale e che la mano tesa serra il coltello". Il suo sguardo è e sarà "indimenticabile": 'l'avrebbero rivisto, quello sguardo, in ogni bambino perseguitato - ebreo, biafrano, vietnamita, o somalo, ruandese, bosniaco - che, sorpreso dalla storia, allontana con occhi gravi la minaccia: ogni bambino che, sopravvissuto a catastrofi innominabili, si scava dentro di noi il luogo dove nascondersi". Ed è in quei luoghi, in cui si annida il dolore, che Marisa Bulgheroni sa scavare. Senzarimpianto e senza compiangersi, con la fermezza di Persefone/Proserpina che sa dire di no all'altro: "Mi è impossibile non assaggiare i chicchi del frutto infero: vermigli nelle loro celle come morbidi rubini, vivi sotto la leggera pelle che li copre. Se i miti dell'oscurità ancora interferiscono con i nostri arcaici desideri, allora scenderò con te le buie scale. Ma se questa è l'ora di sfatare e di sfidare deciderò io dove - quando e se -- rivederti. Mentre mordo il primo chicco sento che dentro nasconde fulgori di sole" scrive infatti la protagonista di Lettera da Persefone. Infine, poiché la lettura, ancora più della scrittura, è attività autobiografica, non mi addentrerò oltre in questo mio viaggio di personale interpretazione di Apprendista del sogno (come dimenticare che le stesse radici affondano in quei sentieri che circoscrivono il Lago di Como e le sue acque scure?), per limitarmi a segnalare, concludendo, gli echi e le risonanze da cui mi pare che la sua scrittura muova. Al di là dei percorsi di studio che Marisa Bulgheroni ha tracciato per un'intera generazione, il suo lavoro - questo preciso lavoro - ci offre un esempio di scrittura che permette e desidera traspaiano le letture che l'hanno informata di sé. Così rivisita, oltre alla mitologia, i classici latini e italiani, da Ovidio ad Ariosto. Eancora quelli americani da Melville a Thoreau, letteralmente citati, a Emily Dickinson, il cui dettato poetico si scioglie nelle pieghe della frase e ne sottolinea il ritmo, ne guida l'andamento con l'eco delle immagini. Eancora come dimenticare Virginia Woolf, insieme a Emily Dickinson molto amata da Marisa Bulgheroni? Come non riconoscere in Il segugio e in Fanciulla che scrive una lettera lo stesso sguardo e la stessa secchezzaseducente che ordinano La signora nello specchio dato alle stampe da Virginia Woolf nel 1929(Racconti, La . Tartaruga 1993)7O accanto a essi Impressioni: la Maddalena del Maestro che Angela Carter pubblicò nel 1992 (Fantasmi americani, Feltrinelli 1994)? Echi? Risonanze? Oppure abbandoni fiduciosi di sé all'altro, come doppio di sé, del lavoro solitario della scrittura? Se è vero che noi siamo anche - o soprattutto? - ciò che la nostra vita coniuga ai testi più amati. da oggi - a lettura ultimata - saremo anche tutti potenziali "apprendisti del sogno". BarbaraLanati

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