Linea d'ombra - anno XV - n. 124 - aprile 1997

~~ ,..,...,._sione e dibuongusto El © ~ {yfO e, • Tr / paziente inglese, il film del regista ll inglese Anthony Minghella, candidato a dodici Oscar, è la versione cinematografica del bel romanzo di Michael Ondaatje, pubblicato da Garzanti nel 1993. È inevitabile che scatti il meccanismo del raffronto. Ma non sarà male innanzitutto ripetere che cinema e narrativa utilizzano codici totalmente diversi e che la questione della fedeltà all'originale è fuori luogo, mentre assai spesso i risultati migliori sono stati ottenuti dal regista che si metteva in conflitto col romanzo di partenza, che lo sfidava e magari lo tradiva (nella trama, nella trasformazione o eliminazione dei personaggi, nelle loro parole) per giungere però a un risultato finale che nella sostanza gli era fedele, che ne salvava il senso profondo pur allontanandosi dalla superficie dell'intreccio. li libro di Ondaatje (scrittore originario di Sri Lanka, ma che vive a Toronto da quando aveva vent'anni e che è quindi ormai canadese, un tassello del mosaico culturale che vuole essere il Canada), è un romanzo di scrittura complessa, che si avvale di un linguaggio spesso marcatamente poetico, che mescola nell'invenzione narrativa documenti storici, brani di diario, relazioni cartografiche, che usa una tecnica di montaggio che un po' ricorda il cinema e un po' il jazz, che passasenza soluzione di continuità dal realistico al visionario. Lastoria che racconta emerge in continui flash back, a partire da un presente, in una villa-convento vicino a Firenze, verso la fine della seconda guerra «Il paziente ingleoe» è un tilm degli anni novanta dagli oplendidi colori, tecnicamente impeccabile e contezionato con cura, con tutte le caratteriotiche opettacolari di un pluricandidato all'Oocar mondiale, che ruota attorno a tre personaggi: la canadese Hana, una crocerossina, il suo "paziente inglese", che in realtà è un conte ungherese, e David Caravaggio, un ladro di origine italiana reclutato, per le sue doti "professionali", nei servizi segreti. Questi tre rappresentanti dell'Occidente, del vecchio e del nuovo mondo, riuniti in un luogo che simbolicamente (gli affreschi, l'eco delle presenza di Pico della Mirandola e di Poliziano) racchiude i valori più alti della vecchia Europa e che al tempo stesso è anche luogo di rovine, riescono a fare i conti con se stessi grazie all'interevento di un quarto personaggio, Kirpal Singh, un artificiere sikh dell'esercito inglese, un uomo perfettamente padrone della tecnologia bellica più moderna ma contemporaneamente immerso nella cultura orientale più antica. li film di Minghella non poteva, ovviamente, riprodurre la complessità strutturale e linguistica del libro; e ne ha scelto invece di raccontare soprattutto la storia d'amore del "paziente inglese", la sua passione travolgente per Katherine, conosciuta e amata tra le dune del deserto e il Cairo degli anni Trenta, ritrovata e perduta all'inzio della guerra in una caverna del Gilf Kebir, gravemente ferita dopo che suo marito si era schiantato con l'aereo nel deserto. Il film sposta quasi tutta l'attenzione sui due amanti, relegando in una posizione secondaria Hana e soprattutto Kirpal Singh. Questa è la debolezza maggiore dell'adattamento cinematografico: si perde totalmente di vista il discorso su Oriente e Occidente, con l'artificere sikh a fare da ponte tra i due mondi. Paradossalmente, da un romanzo "mondiale" come la guerra in cui si svolge e che ha in un indiano come la guerra in cui si svolge e che ha in un indiano il suo centro ideologico, viene fuori una storia tutta europea, imperniata su un ungherese e su raffinati gentiluomini e gentildonne inglesi. Come in un film degli anni Trenta. Il paziente inglese di Minghella, tuttavia, non è questo. È un film degli anni Novanta dagli splendidi colori, tecnicamente impeccabile e confezionato con cura, con tutte le caratteristiche spettacolari che ci si aspetta da un pluricandidato all'Oscar (unica impertinenza sovversiva: i due amanti si accoppiano appassionatamente in un angolo durante un'inglesissima festa di Natale al Cairo, mentre la banda suona l'inno nazionale inglese. Ma gli americani non obietteranno di certo, visto che l'inno non è il loro). Il film racconta, come in un elegante fotoromanzo, una commovente storia d'amore. Lo fa bene, con la dovuta suspense e con accattivante raffinatezza. Questo non ne fa certamente un grande film. Ma i diffidenti (per via dell'impressione di illustrazione su carta patinata e per via dei cliché in cui, com'è logico in un fotoromanzo, vengono inseriti i personaggi) faranno bene a domandarsi quanto spesso certo recente cinema italiano raccomandato dalla critica sia in grado di proporre un prodotto che abbia almeno altrettanto onesta capacità di intrattenimento e buon gusto.

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