Linea d'ombra - anno XV - n. 124 - aprile 1997

alcuni galletti agli dei per propiziarli. Quando il sole raggiunge il suo apice nel cielo, inizia la parte più emozionante della festa, la gara per impossessarsi di un uovo deposto da un uccello su una rupe, sfidando le forti correnti e le rocce aguzze,e consegnarlo intatto nelle mani del nostro ariki, che attende in cima all'aspra scogliera imperturbabile, come si conviene ad un re di stirpe divina. Un mantello di morbida tapa, che le nostre donne ricavano dalla corteccia degli alberi, viene allora regalato al vincitore e grandi onori gli sono tributati fino alla prossima gara, che incoronerà un nuovo campione. La parte più gaia della festa inizia il pomeriggio, con tornei, canti e gare di abilità nella pittura del corpo e nell'intreccio di corde. Durante queste competizioni si recitano in gruppo ritornelli e proverbi, e si raccontano storie umoristiche. Lasera si accendono i fuochi e ci si riunisce per un sontuoso banchetto, in cui vengono imbanditi i prodotti più generosi della terra e del mare, noci di cocco, patate dolci, igname, pollo, pesci di ogni tipo, trionfali aragoste dal colore acceso. Infine canti e danze addolciscono la notte, e si prolungano fino alla prima luce dell'alba. Ad una di queste feste trovai per la prima volta il coraggio di avvicinarmi a Naipuni e di dichiararle il mio amore. li banchetto era terminato da tempo e la luna era già alta nel cielo. Era venuto il momento in cui dovevano esibirsi nella danza le fanciulle più giovani. Ledonne adulte, sedute in cerchio, intonarono un canto dolce e molle che ritmavano battendo le mani. Legiovani si disposero attorno al fuoco e iniziarono a danzare. lo non avevo occhi che per Naipuni, bella tra tutte con i suoi bianchi anelli di conchiglie tintinnanti ai polsi e alle sottili caviglie. Si muoveva ondeggiando i fianchi e le braccia, con la grazia ancor pudica di un giovane uccello al suo primo volo ma già con la ferma consapevolezza del suo esser donna. li suo volto entrava e usciva dal cerchio luminoso creato dalle fiamme, spariva nell'ombra e riaffiorava, accarezzato dai bagliori che ne accendevano le gote e la fronte. Alla fine dell'esibizione mi avvicinai a lei, tutta ansimante, e la pregai di seguirmi lontano dal crepitio dei fuochi, dai canti e dal cicaleccio della gente. In riva al mare, dal respiro a quell'ora sommesso, le presi la mano e le chiesi tutto d'un fiato se voleva diventare mia sposa. Ritirò lentamente la mano, alzando gli occhi scuri su di me. Poi mi sorrise. li vento saturo di lontananza, le spume bianche del mare e tutte le stelle del cielo erano in quel sorriso. Non disse una parola, ma dal suo sguardo ardente capii che ricambiava il mio amore. Non ci furono problemi con i rispettivi genitori, che anzi accettarono di buon grado la nostra decisione. Seguirono giorni appassionati e operosi. Quando due giovani decidono di sposarsi è il villaggio intero che partecipa alla costruzione della capanna, di forma allungata, con mura a secco coperte di erbe e di rami e solide fondamenta in pietra lavorata. lo, che già ero diventato un discreto artigiano, mi misi all'opera per decorare con eleganti disegni i sedili di pietra e i piani di appoggio per l'interno. Per Nalpum incisi un sedile cosi bello da sembrare un trono. Come mi appariva vasta la mia isola a quel tempo e amico l'oceano in cui mi tuffavo con Naipuni. Quando desideravamo rimanere soli, ci recavamo nella nostra spiaggia preferita, quella di Ovahe, piccola e bianca, attigua alla baia di Anakena e quasi un suo prolungamento. L'universo allora non era un vuoto sterminato e muto ma una dimora accogliente, piena di voci significative. li vento sonoro, l'ansimare della risacca, il battito delle ali di un uccello a volo radente erano il mormorio del presente e il presagio dolce del futuro che ci attendeva. Rimanevamo a lungo distesi al sole, l'uno accanto all'altra, in perfetto silenzio. Talvolta prendevo Naipuni in braccio, scalpitante e ridente, e la portavo con me dentro le acque sempre un po' fredde dell'oceano. Giocavamo spensierati come ai tempi della nostra infanzia ed io le cingevo la vita, l'immergevo tutta e poi l'alzavo leggera contro il cielo. Usciva tenendo gli occhi chiusi e la testa piegata all'indietro, sicché i lunghi capelli neri si distendevano lisci e grondanti sulle spalle e la pelle bruna coperta di mille gocce riluceva come l'interno madreperlaceo di una conchiglia. Fingeva d'essere imbronciata. Nulla era esistito prima di noi. Le foto di questoracconto sono: di RobertoKoch AgenziaContrasto

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