Linea d'ombra - anno XV - n. 124 - aprile 1997

Naipuni era una bambina tiera e non piangeva mai qui i misteriosi movimenti degli astri e delle costellazioni e cercano di indovinare i loro infiussi sulla nostra vita. Fin da ragazzo ero affascinato da questo luogo. Seavevo qualche peso sul cuore, una decisione da prendere o anche un segreto motivo di felicità, la sera mi recavo di nascosto alla pietra. Aspettavo l'oscurità disteso sulla sua superficie ancora tiepida del giorno ed ero solo e nudo nell'immensità del cielo, in cui sprofondavo in una vertigine di annullamento. La pietra delle stelle è indissolubilmente legata alla mia vita, o meglio a quella parte della mia vita che Naipuni non si è portata via. E' trascorso tanto tempo dalla sua morte, che quasi non ne rammento i lineamenti. E' come se il suo viso si fosse stemperato nelle cose, affidandosi ad esse. Talvolta una folata di vento tiepido mi riporta d'improvviso alla memoria l'odore della sua pelle, il volo di un uccello mi ricorda la grazia della sua giovinezza, la pioggia che mi bagna è la carezza lieve delle sue dita. Naipuni è stata la mia sposa. La conoscevo fin dall'infanzia. Giocavamo assieme, con gaia indifferenza, in mezzo agli altri bambini del villaggio. In frotte rumorose rincorrevamo le galline nei recinti per il piacere di vederle starnazzare, ci arrampicavamo sulle palme in gare di destrezza, spesso ci tuffavamo nelle acque fredde e trasparenti di una baia riparata dal vento e dalle ribollenti ondate che quasi sempre frustano la costa. Nuotavamo felici fino ad avere le labbra V inginocchiata rlo de piccolo lago livide e la pelle dei polpastrelli rugosa. Naipuni era una bambina fiera e non piangeva mai, neppure quando ruzzolando al suolo si sbucciava un ginocchio, che cominciava a sanguinare. Riusciva ad inghiottire le lacrime, che pur volevano spuntarle sul ciglio. Una sola volta l'ho vista scoppiare in singhiozzi, in occasione di un litigio con un ragazzino ben più grande e robusto di lei. Stavano contendendosi un bastone, smarrito da qualcuno, sulla cui estremità era finemente intagliata una testa bifronte. Colta dall'ira, poiché riteneva che il bastone fosse suo, avendolo personalmente rinvenuto tra l'erba, aveva morso il rivale ad un braccio prima di essere sopraffatta. Questi a sua volta l'aveva brutalmente spintonata, facendola cadere in terra. Poi era fuggito, sottraendole il bastone Quando mi accorsi di quello che stava succedendo. mi affiettai a portare aiuto alla vittima del sopruso. Naipuni aveva le guance sporche di terra e rigate di lacrime. La feci alzare e, stringendole delicatamente l'esile polso, l'accompagnai in riva al mare per pulirsi il viso. Raccolsi una conchiglia, di quelle bianche con l'interno rosato che le onde rotolando depongono sulla spiaggia, e gliela porsi. quasi a risarcirla di quanto le era stato ingiustamente tolto. Mi guardò confusa e grata, con gli occhi lucenti, lavati dal pianto. La prese e la portò subito all'orecchio, rimanendo assorta ad ascoltare la musica misteriosa imprigionata nel suo interno. Passarono molte stagioni. I nostri incontri si fecero più rari. Al periodo dei giochi subentrò quello dei doveri. Mio padre aveva cominciato ad istruirmi nell'arte della costruzione di capanne e di piroghe, oltre ad introdurmi nei segreti della scultura e dell'incisione; mia madre aveva bisogno di me, che ero il maggiore dei figli, per l'allevamento del pollame e per la coltivazione delle patate. dell'igname e del taro. Bisognava continuamente vegliare sulle pianticelle, alzando intorno a loro dei muri di pietra per difenderle dalla violenza del vento e dal calore bruciante del sole. Un giorno, già adolescente, mi ero recato sulla cima del vulcano Rano Aroi per raccogliere alcuni fasci d'erba totora, che cresce nelle acque ospitate dal cratere. Mio padre li avrebbe legati assieme, si da formare una semplice e solida imbarcazione per la pesca. Naipuni era li, con i fratelli maggiori recatisi lassù col mio stesso proposito. Stava inginocchiata sul bordo del piccolo lago e si specchiava, con i lunghi capelli neri che ne sfioravano la superficie. Si era posta un fiore rosso all'orecchio come aveva visto fare alle ragazze più grandi. Dopo un poco tuffò le mani nell'acqua e le portò a coppa vicino al viso per dissetarsi. In quell'atteggiamento quasi di preghiera i suoi occhi incontrarono i miei. Abbassò lo sguardo. togliendosi il fiore dai capelli con gesto furtivo, e si ritrasse imbarazzata. Raggiunse in fretta i fratelli che già cominciavano a scendere lungo il pendio con le spalle cariche di canne. Lavidi per un momento stagliarsi contro il cielo di un azzurro innocerite - esile, bruna, mia. Quella sera sentii il bisogno di recarmi sulla pietra delle stelle, per isolarmi e mettere ordine nel tumulto dei pensieri. li mio cuore era un vuoto in mezzo al petto, il mio respiro veloce e quasi impercettibile. Mi sentivo sospeso in aria come un manutara librato contro il vento Compresi che il mio destino era segnato. Ritornai alla mia capanna trovando a stento il sentiero in un' oscurità senza luna, mentre i mille remoti occhi della notte mi acca- •

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