Linea d'ombra - anno XV - n. 124 - aprile 1997

. . . .... ... ,q, ~ ·ii"~~ ·- •' eTCOT&O a piedi olte lte la mia piccola patria avvenne per molte stagioni. A lui subentrò l'attuale ariki Hana, sul trono ormai da tempo immemorabile. Oggi è un vecchio torpido e assente, quasi cieco, incapace perfino di morire. Non parla più con nessuno. Non è stato un sovrano cattivo, ma indolente e distratto, amante delle comodità e del cibo. li suo stesso corpo pingue e molle, le forme femminee, i lineamenti gonfi del viso, in cui gli occhi paiono due sottili fessure. danno l'idea di un'inerzia quasi vegetale. ReHana ha sempre avuto in orrore decisioni troppo rapide e ogni azione volta ad introdurre mutamenti definitivi, ritenendo che le novità, inevitabili anche indipendentemente dalla volontà degli uomini, non possono che peggiorare la situazione di partenza. Seuno gli chiedeva il permesso di costruire un nuovo sentiero per collegare due villaggi o gli prospettava l'opportunità di creare un altro luogo di culto, egli dava sempre la stessa risposta: forse domani. Ecosì, appigliandosi al fatto che un forse non è un rifiuto, tutti si regolavano a modo loro. E i mutamenti, nel bene e nel male, non sono mancati, talvolta dirompenti e talvolta lenti, quasi impercettibili. Lanostra comunità si è allargata e gli insediamenti si sono moltiplicati lungo le coste. In ognuno di essi nuovi ahu sono stati costruiti con nuovi moai. Equesta è stata una cosa buona. Ma si è pure incrinata l'atmosfera di concordia che un tempo regnava tra i vari gruppi. E' caduta la fiducia reciproca, ora vige la legge del sospetto. Sempre più spesso, infatti, la divisione del territorio voluta da Taaroi non viene rispettata, le incursioni nelle proprietà altrui e i furti sono frequenti. Equesto è male. Ho percorso a piedi molte volte la mia piccola patria. Conosco le sue impervie scogliere. i suoi neri vulcani. i suoi rari approdi, i suoi villaggi custoditi dai giganteschi moai dagli occhi di corallo. Mi appariva un tempo non grande ma sufficiente e perfetta. Oggi non mi basta più. Il rifugio di un tempo si è trasformato in una prigione. Dalla candida spiaggia di Anakena guardo a occidente e immagino a ritroso il viaggio impossibile dei padri. Chissàse le nostre leggende dicono il vero. se realmente discendiamo da uomini che hanno vissuto su altre terre o se siamo nati dall'uomo uccello. che celebriamo nei nostri riti. Forse un tempo eravamo tutti uccelli divini. che per un'oscura colpa sono stati puniti e privati della possibilità di abitare la libera volta celeste. L'isola è la nostra madre e la nostra condanna. Tante volte abbiamo inviato esploratori in tutte le direzioni e i pochi che sono ritornati ci hanno riferito che nulla c'era davanti a loro se non l'oceano salato. Stagione dopo stagione. generazione dopo generazione il nostro orizzonte è rimasto vuoto. Mi arrampico talvolta sulla cima del vulcano più alto e, se il cielo è sereno, scruto quella linea, che congiunge i due infiniti d'azzurro che mi circondano e la sento irraggiungibile. oppure così vicina da poterla toccare, quasi fosse un laccio che mi cinge la fronte. Ne percepisco il freddo contatto sulla pelle e mi manca il respiro. Vorrei diventare io stesso quella linea per svelare il mistero di ciò che sta oltre. Esiste la fine del mare? Forse i manutara lo sanno. Gli uccelli, dopo aver allevato la loro nidiata, partono ogni anno verso mete sconosciute. Qualcuno ritiene che non si rechino molto lontano. ma si fermino a cullarsi e a nutrirsi nei vasti pascoli marini; altri pensano che vadano ad inabissarsi fra le onde. per diventare dei pesci e poi trasformarsi di nuovo in creature alate; solo pochi credono ch'essi raggiungano altre terre. lo stesso temo che questa cintura d'acqua sia l'unica realtà e l'unico nostro destino. li villaggio in cui abito si trova nella baia di Tongariki, sul lato meridionale dell'isola. E' stato fondato da Hotu Matua ed è ancor oggi sede dei suoi successori. Sorgenon lontano dal vulcano Rano Raraku, dalle cui pendici si ricava la pietra necessaria per costruire le statue degli antenati, nostri protettori. Lecapanne sono radunate al centro di un ampio pianoro, a poca distanza dalla spiaggia. Ma da questa ci divide una grande piattaforma cerimoniale. un lunghissimo ahu di pietra, che già i nostri progenitori, appena sbarcati. iniziarono a costruire per ringraziare gli dei misericordiosi. Qui sopra vengono innalzati i moai della nostra tribù. Essihanno le spalle rivolte al mare e con la loro mole sembrano difenderci dalla sua crudele immensità. I loro occhi dall'iride di ossidiana, spalancati e fissi sul villaggio, emettono il mana necessario per la nostra vita e quanto più numerosi essi diventano, tanto più efficacemente il male è tenuto lontano. Talvolta mi chiedo se una simile posizione, quasi di spregio verso l'oceano infinito. non abbia anche lo scopo di risparmiare alle immagini degli antenati l'insostenibile visione del nulla. Sono grandi e profonde le notti sulla mia isola. Il buio. che giunge improvviso e si rovescia come una cascata su tutte le cose inghiottendole. avvolge il mistero insondabile della nostra vita in una quiete stellata. Tacciono le voci degli uomini e degli animali. dormono i bambini, cessano di crepitare i fuochi della sera. rimangono solo le parole del vento che rotola dalle cime dei vulcani sulle vaste piane sottostanti e quelle del mare che mugghia e si rompe incessante contro le alte scogliere. A est del monte Poike. lontano da ogni villaggio. c'è un punto particolare, solitario e tranquillo. in cui si trova una pietra liscia chiamata "roccia dove si osservano le stelle". I nostri saggi studiano

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==