I[ manutara sono ritornati. Giungono ogni anno dal mare, in grandi stormi, indecifrabili messaggeri dell'ignoto. All'orizzonte appare dapprima una macchia scura, che sembra immobile mentre si gonfia impercettibilmente. Poi, d'improvviso, la macchia si avvicina, è una nube veloce che s'allarga, si distende, incombe su di noi, il cielo è trafitto da mille frecce. Con alti stridi gli uccelli iniziano a volteggiare disordinati sopra l'isola, senzaosare scendere, ancora increduli d'esser giunti a destinazione. I più scelgono gli scogli di Motu Nui e Motu lti per nidificare. Il loro arrivo scandisce i tempi delle nostre cerimonie e segna il ritmo delle stagioni, l'alternarsi dei periodo di pioggia con quelli più secchi e più freschi. Li aspettiamo con ansia come un dono divino, quasi timorosi che il miracolo della loro apparizione possa venirci negato dall'ira degli dei. Al loro ritorno dedichiamo una delle feste più importanti dell'anno. Da dove vengono? Da giovane li guardavo con interesse e curiosità, ma non mi ponevo domande. L'isola mi bastava. Mi forniva tutto ciò di cui avevo bisogno, d'acqua pura nei crateri dei vulcani, l'ombra dei boschi sulle loro pendici, i frutti della terra, i pesci del mare. La mia giornata era piena e laboriosa. Nel tempo lungo della mia vita ho coltivato, pescato, navigato, costruito capanne e sottili piroghe. Seguendo le orme di mio padre, sono diventato un abile scultore e incisore. E' lui che mi ha insegnato a ricavare dal fusto legnoso del toromiro le statuette degli spiriti degli antenati. I momenti più belli delle mie giornate li ho trascorsi seduto a lavorare indisturbato sul retro della capanna, dove avevo sistemato un comodo sedile di pietra. Ho sempre amato lasciar correre i pensieri tenendo le mani occupate. Davanti a me vedevo una grande piana d'erba scura e, in fondo, l'oceano schiumoso. Sentivo in lontananza le voci dei figli più piccoli, i richiami di Naipuni, il chiacchiericcio fitto dei vicini. Magri, scheletrici rappresentavo i defunti, con la pelle vizza sulle costole in rilievo, le spalle curve, il ventre cavo, consumato da un'antica fame. Gli occhi però glieli facevo immensi, rotondi, spalancati sul mistero del dopo e dell'oltre. Come tutti i membri del villaggio, ho trascorso molto tempo nella cava del vulcano per modellare i moai della mia tribù, che sono stati innalzati sulla piattaforma sacra. Ora sono vecchio e vengo sempre più spessopresso questa spiaggia, nella baia di Anakena. E' una delle poche di sabbia bianca, un miracolo di candore tra le nere scogliere che cingono l'isola. Non dista molto dalla mia abitazione. Parto col sole basso e arrivo che non è ancora alto nel cielo. Le leggende della mia gente, tramandate di padre in figlio o trascritte in lunghe tavolette di legno con dei segni che solo pochi sanno leggere, dicono che qui, tanto tempo fa, sbarcarono i nostri progenitori da Hiva, al comando di Hotu Matua. Le storie parlano di terre lontane, di un popolo costretto ad andarsene a cercare nuovi spazi per sopravvivere. Parlano di speranza, di coraggio, di paura dell'ignoto, di dolore del distacco. Hotu Matua era figlio di re. Abitava in un'isola ricca, felice, popolosa. Un giorno egli decise che per il suo gruppo, ormai troppo numeroso, era tempo di migrare. Iniziarono meticolosi preparativi per la partenza. Grandi canoe a bilanciere, capaci di contenere anche intere famiglie, furono caricate di semi, piante, animali, scorte d'acqua e di cibo. Non vennero trascurati modellini in osso di ogni sorta di utensili, da ricopiare all'arrivo. Quando tutto fu pronto, i gruppi famigliari si misero in viaggio puntando verso il sole nascente, come già avevano fatto altri nostri predecessori. Solo in quella direzione potevano esserci terre inesplorate. Navigarono notti e giorni tra tempeste, bonacce, ondate come muraglie, scrutando l'orizzonte alla ricerca di una costa amica. La luna crebbe e poi ricominciò a calare. Ben presto la fiducia si tramutò in disperazione. Nient'altro che acqua era davanti a loro. Gli dei adirati li avevano dimenticati. Molti non sopravvissero, e perirono di stenti, ma alla fine i pochi superstiti videro sorgere dal mare come un'apparizione questa terra verdeggiante. Dopo aver individuato un'insenatura conveniente lungo l'alta e impraticabile costa, scelsero questa spiaggia per sbarcare. Molti ariki si sono succeduti fino ad oggi da quel giorno lontano. Lamemoria dei loro nomi e delle loro imprese è l'unico nostro legame con altri uomini, anche se vissuti nel passato, l'unica nostra ancora in questo oceano di solitudine. Alla mia nascita era sul trono Taaroi, trentasettesimo sovrano dopo Hotu Matua. Grande re, capace di farsi obbedire con la forza della ragione e della saggezza.Nessuno avrebbe mai osato disattendere un suo comando, violare le sue leggi. Era un uomo giusto, mite, che sapeva però essere inflessibile con i violenti o i tessitori di inganni. Fu anche preveggente. Vedendo che la popolazione dell'isola andava lentamente espandendosi e rendendosi conto che altre migrazioni erano impossibili, per evitare future contese, pensò di dividere il territorio in spicchi, partendo dal centro verso la costa e assegnando a ciascun villaggio uno di questi spicchi. Ognuno in tal modo avrebbe saputo dove poter disboscare senza creare rivalità, allevare i propri animali da cortile e coltivare i propri prodotti in pace. Ecosì Le o ane
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