"Fare quello che c era ebreo e perciò mi portò per alla Sinagoga dei ortog • e l. due metri, travestiti da guardie di Federico il Grande) e il quartiere russo del secolo scorso, con delle casette di legno come quelle nei pressi di lrkutsk. Ci accompagnavano l'odore dell'erba prematuramente seccata e quello del fiume da cui salivano vapori. Venni a sapere poi che Wolfang Max Faust, l'amico del pastore malato di Aids annotava in un notes ogni giorno che passava. "C'è stato un po' troppo chiasso" scriveva. Oppure: "Fare quello che c'è da fare e non avere più desideri." Oppure: 'la morte è un'esperienza del corpo. Ci penso con il corpo, non con la mente. Ciascuno dovrebbe aprirsi per accogliere la morte". Oppure: "Nell'arte non si tratta più di arte. Si tratta della nostra vita ..." Ecosì via. Pubblicò quegli appunti in un libro che aveva per sottotitolo La quotidianità. L'arte. L'Aids, poi si impiccò in cantina con un cavo della radio. li pastore Konrad non se la sentì di dire lui la funzione funebre. Chiese di farlo a un altro pastore, anch'egli malato di Aids, che ricevette il permesso di uscire dall'ospedale dov'era ricoverato. Wolfang Max Faust venne sepolto nel più bel cimitero di Berlino, in compagnia di Marlene Dietrich. "Sedovessi morire ora, direi: Tutto qui?" aveva annotato un giorno Wolfang Max Faust. Ecosì, come prevedeva Benjamin G., anch'io ho segnato su un non avere più de4ideri." notes delle persone malate di Aids. Chesensazione stupida. J. Poi fu Peter Schok ad ammalarsi. Aveva ormai un altro amante. Benjamin G. mi spiegò che si erano lasciati perché Peter Schok aveva paura dell'amore vero. La paura poteva essere una conseguenza della sua origine ebraica, diceva Benjamin G. Laconnessione tra la paura e le sue origini non era chiara, perché Peter Schok era nato dieci anni dopo la guerra e durante la guerra sua madre era stata in Gran Bretagna, ma quella spiegazione dava alla faccenda una sanzione drammatica e faceva star meglio Benjamin G. li virus aveva colpito il cervello. Dopo l'operazione il medico disse che al paziente restava un anno di vita. Era gennaio. Peter Schok andò a trovare un'amica pittrice e le chiese un quadretto sereno. Scelse una litografia variopinta dal titolo Solo fino a questo momento, dopo no. Scorsedei volumetti di poesia olandese contemporanea. Scelse un brano di una canzone di Ivo de Vijs: "Quando morirò I Venite tutti / Dovete star davvero su, oppure piangete pure, quel giorno tutto sarà permesso I Va bene, ci saranno ressa e chiasso quel giorno/ Quel giorno ci penserò io a far silenzio." Ascoltò alcuni dischi di canzoni ebree e la colonna sonora del film The Rose. Ordinò in tipografia delle partecipazioni funebri, come quelle che le famiglie mandano ai conoscenti per informarli di un lutto: in genere sono orlate da una carnicina nera, ma Peter Schok chiese di mettere all'esterno la sua allegra litografia e all'interno la canzone di Ivo de Vijs, seguita da cinque parole: "Peter Schok è morto il ", con uno spazio vuoto al posto della data. 4. In primavera ci fu la prima del Borghese gentiluomo nella regia di Benjamin G. e - sebbene ciascuno dei due avesse ormai un nuovo amico - fu Benjamin G. ad andare a prendere Peter Schok per accompagnarlo a teatro. Era ormai debolissimo, senza più forze. Seduto sulla sua carrozzella ripeteva: «Guardati attorno, ci fissano tutti» ed era vero. Ad Amsterdam se un uomo in carrozzella viene spinto da un altro tutti si mettono a guardarli: sanno che si tratta di un omosessuale che accompagna il suo amico malato di Aids. Lo spettacolo era molto sereno. Coniugava il testo di Molière con la musica di Jean-Baptiste Lully, il compositore di corte di Luigi XIV. Gli ospiti sedevano insieme ai musicisti, bevevano vino e avevano la sensazione di essere stati invitati da un gentiluomo ad ascoltare un
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