spetti deve essere a disposizione del culturista locale o giapponese che sia, e deve essere aperto come una biblioteca e immutabile come un museo, perché le scolaresche e gli abbonati, gli acculturandi e gli abitué, i cittadini del passeggioe gli stranieri di passaggiopossano individuarlo con certezza, abitarlo con sussiego, adoperarlo con compiacenza e gratitudine infinita? Eallora, malgrado i loro meriti talvolta innegabili e malgrado talaltra dichiarino la loro differenza e insofferenza, nessuno citoglierà dalla testa il sospetto che i registi vengano preferiti agli attori perché i politici li ritengono più affidabili e (ahimè) più simili a loro. Di certo in teatro (e alcuni non solo in teatro) si occupano di mediazione, di organizzazione, di razionalizzazione; insomma, di politica. Di certo, la loro figura patronale e il loro potere culturale non è stato estraneo alla ridefinizione di un teatro più "servizievole" o alla riscoperta di un'arte scenica più ordinata. Magari immobile, e anche per questo bisognosa di immobili da edificare. Così- forse non per loro suggerimento ma per loro tramite - l'esposizione e la salvaguardia del teatro come bene culturale si propone e si impone sopra la realtà del teatro come attività culturale; così, la stabilità dei teatri regionali passada ragionevole aggiunta (magari utile stazione di posta al "giro" delle compagnie degli attori) a norma dominante e aspirazione unica dei teatranti più politicanti; così, i politici più teatrali (quelli di sinistra) che soltanto ieri cavalcano disinvolti i disvaPiccolo TeatroStudio Teatro d' Europa ex TeatroFossati: Arch. Fermo Zuccarl (18 .. 11) lori dell'effimero e della gratuità, si trovano adesso (per la verità cambiati di nome e di veltrone) a voler gestire l'eternità del servizio e a dover celebrare l'autorità ma soprattutto la stanzialità del teatro di regia. Non è un caso se - nel "caso" del Piccolo di Milano - sia stato proprio l'imitatore francese di Nicolini a dover assumere la reggenza del regista più stabile d'Italia. Sequesto è l'equivoco di fondo di una ripresa d'attenzione politica - sul cui merito non entriamo, ma che rischia di essere ritenuta comunque meritevole da un ambiente teatrale che attende da troppi anni una qualunque attenzione - il "caso" vuole che a Milano, il processo di monumentale sacralizzazione del servizio teatrale coincida da tempo con la storia e la realtà del Piccolo Teatro: non solo è stato quello il primo e il modello di ogni teatro pubblico, ma non si può negare che la costruzione della nuova sede del teatro di Strehler sia stata voluta e sia ancora vissuta al di fuori dell'ordinaria amministrazione, proprio perché incarna (agli occhi del suo autore ma anche del suo pubblico) l'inconfessato ma palese intento di realizzare un tempio della Prosa, da accostare - certo, nel suo "piccolo" - all'innominato ma incombente tempio dell'opera e della musica, vanto dell'Italia ma anche di Milano. Si dirà che la Scala non c'entra affatto ma non è vero: nella cultura bassadegli anni più elevati dei teatranti di prosa, il destino glorioso della Lirica è il funerale che ciascuno si augura per il proprio o per tutto il Teatro. Edè ipotizzabile che fin dalla posa della prima pietra, la fabbrica del Piccolo Teatro di Milano volesse darsi almeno le arie di solenne straordinarietà, malgrado la modestia dell'opera (edile). Forse è stata questa la fonte dei suoi guai: una grandeur arovescio, come peraltro suggerisce il marchio della ditta e l'ideologia d'El nost Milan, ma pur sempre una grandeur, che non solo ha finito per coinvolgere la diplomazia francese (sempre pronta a proteggerci dalla repressione e dall'illiberalità) ma che è anche riuscita ad attivare le forze nuove dell'arte televisiva (l'ottava e speriamo ultima Arte), mettendo in campo il fior fiore della nostra nuova drammaturgia - quella Fatma Ruffini che è l'instancabile autrice dei più colorati e più coraggiosi programmi di canale cinque e quattro eccetera. Così, con un consiglio di amministrazione tanto internazionale quanto manageriale, il "caso" del Piccolo di Milano si è confermato come esempio e come modello: teatro di lotta (per la restaurazione di Strehler) e di governo (per il rinnovamento del teatro), teatro di impegno e di sevizio, ma intanto monumento al teatro e museo del suo "autore". Noi non vogliamo discutere su quanto ciò sia giusto o inevitabile, sacrosanto o esagerato. Quello che si vuole dare è un'ostinata quanto inutile avvertenza sia ai cultori del teatro che ai politici sul teatro; ed è quella di ricordarsi che il teatro nel suo insieme è davvero piccolo ma organico: non è, come sembra, un facile microcosmo dove gli esperimenti della politica culturale riescono meglio o danneggiano meno. È piuttosto un microbo che produce e che vive la sua incurabile malattia. li suo disordine e la sua gratuità, la sua autonomia e la sua ambiguità, la sua decadenza e la sua libertà sono non le ragioni ma le condizioni necessarie al suo patologico sviluppo. Non c'è scandalo se lo si vuole fraintendere come un servizio e tantomeno se lo si vuole issare su un monumento; non c'è nulla di male a rinnovare le sue caseo a investire in alberghi, purché non lo si confonda con le altre pedine o istituzioni di un gioco del monopoli esasperato e preso troppo sul serio. Strutture e soprattutto infrastrutture vanno certo edificate per favorire la sua circolazione, ma attenti alla rigidità e alla convinzione eccessiva di chi sogna un Governo del Teatro o un Ministero della Cultura. Forse di questo ha bisogno un teatro anziano che ha fretta di fingersi antico, ma non quello più vitale degli attori e perfino dei numerosi "attor giovani" che, senzamancare di rispetto a nessuno, ormai da tempo non si sognano più di dire, nemmeno per scherzo, "mi voleva Strehler".
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