Linea d'ombra - anno XV - n. 124 - aprile 1997

ILTEA Il teatro non è un microcoomo dove gli eoperimenti della politica culturale rieocono meglio o danneggiano meno, ma un microbo che produce e che vive la oua incurabile malattia. PiergiorgiOo ioccbè N on si sa perché quella del Piccolo Teatro di Milano sia una così tormentata vicenda: i lavori in corso e il discorso politico e il concorso di guai personali e di polemiche culturali hanno di fatto amplificato un'operazione che in fondo era più che normale, diremmo di banale amministrazione. Cos'è per una città come Milano costruire un Piccolo Teatro nuovo e meno piccolo? A guardare le cifre dei mille posti a sedere e dei quattrocento metri quadri di palcoscenico non si tratta certo dell'Opéra BastiIle, ma di una sala media, visto che Milano è una città "grande"; si potrebbe fare un confronto con i quattrocentotrenta metri quadri di palcoscenico e i circa duemila posti (mille all'aperto e quasi altrettanti divisi in due sale coperte) del Piccolo Teatro di Pontedera, per rendersi conto di come la periferia di Pisa si possa permettere progetti di pari livello e anche (ci sia consentito il giudizio) di maggiore intelligenza e praticabilità. Ma in verità non è forse un caso che l'eretto ma ancora non attivo, l'inaugurato ma ancora non completato Piccolo Teatro di Milano, sia appunto un "caso" e nulla più. Ecome "caso" è davvero emblematico di una politica sul teatro che è ancora una volta rappresentativa, ma come sempre non è rappresentante della cultura del teatro - così come la si vorrebbe e la si dovrebbe difendere. Una politica che, proprio adesso, si sta sinistramente risvegliando da quel torpore che l'aveva beneficamente distratta e sta minacciando di "regolare" il teatro - anche quello "secolare" - proprio cominciando a dichiarare il Piccolo Teatro di Milano (certo assieme al Teatro di Roma, eterna) "monumento nazionale" o giù di lì. Ma questa promessa onorificenza governativa è dovuta al fatto che Romae Milano sono ormai le rispettive capitali dell'Italia secessionata, o perché sono le sedi dei teatri di Ronconi e di Strehler, le due fin troppo riconosciute glorie registiche, oggi finalmente ben distribuite sul territorio patrio? Ladomanda è due volte retorica, dal momento che le risposte sono valide entrambe: la "politica sul teatro" avverte infatti il bisogno di riorganizzare il sistema teatrale ricopiando quello delle biblioteche (e cos'è in fondo il Teatro se non una sorta di semovente biblioteca a colori?), mentre sente il dovere di celebrare gli "autori" più famosi e meritevoli - anzi per l'esattezza gli autori della trasformazione del teatro in biblioteca, cioè i registi "puri". Dall'altra o da tutt'altra parte, c'è anche un teatro di Dario Fo, di Carmelo Bene, di Carlo Cecchi... per cominciare dall'alto l'elenco, per fortuna lungo e significativo, di un teatro d'attore che è ancora la caratteristica dominante (oltreché viva) sia della tradizione che dell'avanguardia "all'italiana". Ma hanno bisogno costoro di essere fermati, insediati, stabilizzati in una delle cento città d'arte che fanno la Cultura e l'Italia? E- soprattutto- che bisogno ha l'Italia della Cultura di genialità girovaghe e imprendibili. disordinate e disobbedienti, quando ha deciso che il Teatro è un Servizio e Patrimonio del Territorio e che ogni servizio culturale che si ri-

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