Linea d'ombra - anno XV - n. 124 - aprile 1997

Il IPerSonag~io di OrestePivetta AldoFumaga Milano , prove tecniche di CITTA pertide tentazioni e alle più oticure manovre, alla matia come a Berluticoni, al razzitimo come alla Lega, al degrado come alla corruzione A Ila fine di questo mese si vota in numerose città italiane per rinnovare amministrazioni e sindaci. Parliamo di Milano, non solo la città più importante chiamata alle urne, ma anche la città (e per città diciamo storia, politica, tradizione, cultura, costume), che meglio rappresenta questo Paesenella sua deriva affaristica, qualunquistica, egoistica o semplicemente criminale, da "capitale morale" a capitale delle tangenti, sapendo che né l'una né l'altra definizione corrispondono al vero, ma spengono purtroppo la complessità, così come l'immagine craxiana degli anni ottanta modaioli, consumistici, fracassoni, festosamente e spensieratamente fatui, occulta cronache ben più ricche di novità (basterebbe pensare all'immigrazione come segno di un tangibile mutazione antropologica, sociale e culturale). Osservando a ritroso gli ultimi decenni si ha piuttosto la sensazione di una straordinaria resistenza di Milano alle più perfide tentazioni e alle più oscure manovre, alla mafia come a Berlusconi, al razzismo come alla Lega,alla corruzione diffusa come all'indifferenza rassegnata, al degrado ambientale come alla caduta di ogni senso di appartenenza. Malgrado tutto, continuiamo a vedere Milano come un luogo dove si concentrano tante intelligenze, tante volontà positive, tante risorse. Etra queste, naturalmente, oltre i quattrini, le capacità imprenditoriali, il lavoro, ci mettiamo la cultura, quella per così dire "istituzionale" delle università e dei grandi enti, anche quella che si é sviluppata nei quartieri, spontanea, sperimentatrice, innovatrice, arrischiata (ma perché dimenticare una trama fittissima di attività di divulgazione culturale, sostenuta dai circoli più disparati, dalle biblioteche di quartiere, dalle stesse scuole?). Questa pratica culturale diffusa, che é percepita ora come un rumore di fondo, deve crescere, perché esprime la vocazione alla democrazia della città, vocazione che non é riuscita a trovare altri riferimenti, che é stata delusa, che ha risolto i suoi guai con la politica nel pragmatismo e nel fai-da-te culturale (anche qui un esempio: la rappresentazione della varietà multietnica nel cinema, nella letteratura, nel teatro, con un proposito di solidarietà) più di informazione che di creazione. A proposito di Milano si é spesso usato il termine "laboratorio": Anche questo potrebbe essere un luogo comune oppure un mito. Oppure laboratorio vale teatro di sperimentazione delle meno esaltanti tendenze di questi tempi italiani. In questo senso, nel bene e nel male, laboratorio della società Milano lo é stata, sebbene altre realtà abbiano potuto assumere via via questo compito: la terza Italia, come il Nord-Est, come il Sudproduttivo, come Napoli. Separliamo di Milano é perché in fondo crediamo che "laboratorio" possa esserlo ancora: le grandi trasformazioni, dalla deindustrializzazione alla terziarizzazione, sono passate di qui e di qui anco-

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