Linea d'ombra - anno XV - n. 124 - aprile 1997

0-------t------'"I s~:!~: l--------+-----i ~Gianc...,__.,,._,.__arlo Asc... . .__ari ~~Carosellod'altrestorie &li esordi di ogni forma di espressione sono in genere segnati da invenzioni ed esperimenti che fissano i confini e le potenzialità di un territorio con una forza creativa che raramente si ripresenterà in seguito. Cosìè stato in questo secolo per il cinema, il fumetto, la grafica; e così anche è avvenuto per la pubblicità televisiva. Lamostra su «Carosello»curata da Marco Giusti che, dopo una prima data a Milano si sposterà quest'anno a Napoli, Roma e Torino, racconta gli albori di questo tipo di comunicazione in Italia e presenta, raccolti in una meticolosa ricerca, una serie di materiali che hanno segnato sottotraccia la memoria collettiva del nostro paese. Sia l'allestimento che il catalogo della mostra, estremamente rigorosi nel presentare personaggi, slogan e autori, delineano un percorso che poco ha a che fare con la nostalgia e molto con alcuni temi estremamente attuali. Si descrive infatti nascita, evoluzione e morte di un formato pubblicitario assolutamente anomalo nel panorama internazionale e invece strettamente intrecciato con i tempi del boom economico degli anni Sessanta:una storia molto italiana. Fin dalla prima puntata, nel '57, il linguaggio di «Carosello»si dimostrava diretto erede, più che dei modi pervasivi della pubblicità americana descritta da Vance Packard ne I persuasori occulti, delle rime baciate del Corriere dei Piccoli d'anteguerra e delle filastrocche per bambini: «Carosello»era dunque un meccanismo seriale che mirava al lato infantile di un pubblico che si affacciava a un nuovo mondo di merci, accompagnandolo per mano in un percorso che dal televisore portava alla lavatrice, all'utilitaria, alla Una mootra ci riporta alle origini della nootra televi6ione e della pubblicità, 60ttolineando la ditterenza ri6petto agli 6pot odierni: il teoto e la 6ceneggiatura contro la centralità dell'immagine e il pe6o degli ettetti 6peciali società dei consumi. Come la Rai che lo ospitava, quel siparietto pubblicitario viaggiava così in equilibrio tra divertimento e didattica; ma, a differenza del suo ospite, raramente annoiava. Era uno spazio popolato di personaggi e gagmolto simili a quelli del fumetto o delle comiche cinematografiche, uno spazio in cui la parola aveva un peso pari a quello dell'immagine. Infatti da quei pochi minuti di pubblicità nascevano tormentoni verbali che rapidamente divenivano luoghi comuni, quasi segnali di integrazione nei nuovi modelli consumistici. Proprio l'importanza del testo, della sceneggiatura, segna la distanza tra «Carosello»e gli spot odierni, sempre più costruiti sulla centralità dell'immagine e degli effetti speciali. Ma c'è anche un'altra grande differenza: la durata estremamente lunga di quei vecchi filmati, che già allora irritava non poco le agenzie pubblicitarie internazionali, abituate a ritmi più serrati. Questo consentiva però agli autori di costruire caratteri ben definiti, storie complesse, spesso veri piccoli film. Non è perciò un caso che con questo formato si siano misurati registi e attori come Paolo e Vittorio Taviani, Mauro Bolognini, Totò, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Ugo Gregoretti, Alberto Lionello e persino uno scrittore come Luigi Malerba. Ma «Carosello»è stato anche una grande palestra per il disegno animato italiano, che produsse personaggi come «Angelino» di Paul Campani, ,,Ulissee l'ombra» di Roberto e Gino Gavioli, «UncaDunca»di Bozzetto, «I cavalieri della tavola rotonda» di Marco Biassoni. «Silavorava in fretta- ci raccontava proprio Marco Biassoni- e con pochi soldi. Leagenzie pubblicitarie non producevano le idee internamente. Erano le case di produzione, che allora comprendevano sceneggiatori e disegnatori, a proporre le soluzioni creative. Leagenzie, poi, sceglievano tra le offerte delle varie case di produzione. Allora fare pubblicità era abbastanza facile, non c'era tanto da studiare il marketing. Eppure inventando i caroselli si puntava a fare qualcosa di memorabile, qualcosa che si notasse in mezzoa alla programmazione di allora. Mi sono trovato a girare caroselli per sedici anni fino al 1976,quando la trasmissione è terminata con l'arrivo del colore. Per chi come me faceva cartoni animati è stata una fine traumatica: si chiudeva proprio quando finalmente avremo potuto lavorare con il colore». Il tempo lungo di «Carosello» segnava anche un tempo preciso della giornata, quello in cui venivano messi a dormire i bambini; che potevano così sfuggire a Mike Bongiorno e agli interminabili sceneggiati televisivi. Ma quella di «Carosello»è anche la storia di un modello perdente, che venne soppresso nel '76 con l'avvento del colore: troppo artigianale e provinciale per i mercati internazionali in cui ormai l'Italia era inserita. «Carosello»però continua ad apparire nei palinsesti d'improvviso e agli orari più improbabili, come un fantasma in bianco e nero che si ostina a riproporre merci ormai scomparse da anni; e crea in chi lo vedeva da bambino uno strano spaesamento. I ragazzi di oggi lo guardano e sono convinti anche loro di essere cresciuti con «Carosello»; che diventa così un filo di quella ragnatela di passato fatta di anni Sessantae Settanta, di Beatles e Woodstock, che si stringe a un presente sempre più ignoto.

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