no con entusiasmo l'inno nazionale. Il silenzio teso dei tedeschi - fra i pochi popoli che abbiano un inno nazionale serio, come i serbi - appare come la miglior risposta ai deliri del Fronte Nazionale, ma alla fine la gaffe offusca il pericolo, così come le esilaranti ampolle di Bossi celano il proposito (più volte ribadito) di licenziare gli insegnanti "non padani". Grazie alla tv, i despoti del futuro appaiono, almeno all'inizio della loro carriera, un po' come i colonnelli di Enrico Baj, minacciosi ma grotteschi, involontariamente "comici". È questa la banalità televisiva di Le Pen, un Uomo Qualunque, come ogni vero anchorman della politica dev'essere, un vicino senza peli sulla lingua che nel "condominio televisivo" fa appello a percezioni elementari, condivisi da tutti: come il fastidio, le puzze, le mille afflizioni della convivenza domestica, condominiale e metropolitana. "Ci siamo battuti armi alla mano per respingere i nostri vicini europei e lasciamo le porte aperte a gente da cui ci separa tutLefoto di Jean-Marie LePennsonodi G. Rancinan/Sigmagenzia fotograficaGraziaNeri to: la tradizione, la religione, la cultura, le abitudini alimentari...". Non a caso Le Pen evoca come prospettiva le due grandi "guerre di condominio" che hanno inorridito le cronache degli ultimi anni: il Libano e la Jugoslavia. Le profezie avvengono all'interno di scenografie che oscillano tra la solennità marziale delle cerimonie della "Légion", e la simbologia sacrificale della Riefenstahl e di Norimberga. Il fuoco resta l'elemento catartico che cristallizza la massa: ieri migliaia di fiaccole, oggi piramidi e bracieri ardenti. Il fuoco e lo zampillare delle cifre: "La maggior parte degli immigrati che entrano in Francia non viene più dal Maghreb, ma dall'Asia: turchi, pakistani, bengalesi, indiani, cinesi! E l'India ha un miliardo di uomini, la Cina un miliardo e mezzo!". Nelle cerimonie di partito la "suocera brontolona", a cui tutti i talk-show italiani darebbero la caccia, diventa un capo assoluto, oggetto di una venerazione che non ammette dubbi. Un doppio registro quindi: un grande spettacolo per creare paura e trasformarla in voti, agitando prima lo spettro comunista, e dal 1968 in poi la questione dell'immigrazione, dell'"invasione". Il tutto giocando su riserve di intolleranza che non sono mai state disinnescate né dal processo di Norimberga, né da mezzo secolo di informazioni sugli orrori del nazismo e del fascismo. Lo capisce tardi - quando hanno già deciso di espellerlo dal partito - il dottor François Bachelot, "testimonial" del FN: "Mi hanno espulso per 'non fascismo'", dichiara "mi hanno detto: 'noi siamo per la revanche, conto l'antiFrancia, contro il nemico ebreo e il nemico massonico. Non hai capito niente!'" A quel punto il dottor Bachelot comprende che un complesso di miti, di paure e di fantasmi agitati da Le Pensono "Temi su cui si ritorna sistematicamente, magari scusandosi, il che fa parte di una strategia di segni da inviare all'elettorato antisemita francese". Una "nicchia" del trenta percento. Lo capisce tardi anche Olivier D'Ormaisson che aveva addirittura presentato Le Pen al papa: "Sì, Le Pen è un revisionista! Non posso accettare che la storia del Novecento venga stravolta, per questo me ne sono andato". Infatti, l'uomo che si propone di espellere milioni di immigrati dichiara: "Per quanto riguarda le camere a gas, non ho approfondito particolarmente la questione. Non posso dire che non siano esistite, ma credo che siano un dettaglio nella storia della seconda guerra mondiale". Si dirà che tutto questo non è che il maquillage televisivo di vecchi fantasmi. Niente affatto. La globalizzazione, l'erosione di posti di lavoro causata in Europa da legioni di schiavi pronti a lavorare per trenta dollari al mese in Cina o in India, sta creando di fatto uno "stato d'assedio" nel quale tutti i vecchi demoni del razzismo possono rinascere e trovare - se la crisi economica si aggraverà - nuovi capri espiatori. Non dire 'bisogna rigettarli in mare, ma 'bisogna organizzare il ritorno a casa loro degli immigrati del Terzo Mondo' ... Solo due anni fa in Bosnia, serbi e croati parlavano di "organizzare lo scambio volontario delle popolazioni" "Siamo in una situazione prerivoluzionaria" ha dichiarato Bruno Mégret a "Le Monde" il 13 febbraio del 1996 "perché esiste una frattura fra il popolo e le élites istituzionali, in particolare con la classe politica. Il movimento sociale dell'autunno ne è stata la flagrante espressione... È stato globalmente il mondo del lavoro che ha fatto sentire la propria voce per esprimere inquietudine di fronte alla destabilizzazione della nostra economia, dovuta alla mondializzazione e a Maastricht. Abbiamo perfettamente capito e sostenuto questa corrente di
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