Linea d'ombra - anno XV - n. 124 - aprile 1997

-·-na Krall, MarisaMadie . . Ido\ Fumagalli ~lreRortage: E • . ·· •

"RICONOSCENDO L ORMDEICHCI lHAPRECEDUTO SIVAAVAN

L e 81-SLIOTEC "' 'Z GINOBIANCO~ * f INCHÉSISCORGE INNANZI ANOIUNA □ Si, mi abbono a LINEA D'OMBRA per un anno approfittando di questa offerta esclusiva che mi dà diritto a tre libri a scelta. Riceverò gli 11 numeri (più un numero in omaggio) e i tre libri a sole lire 100.000 anziché 165.000. A pagamento awenuto riceverò subito i libri prescelti. [I] UINEA D'OMBMJ Midi· Scelgo qui il gruppo di tre volumi prescelti: FriedrichSchiller,// delinquenteper infamia MoriOgai, L'intendenteSansho RamonPérezdeAyala, Lacadutadellacasa NOME ................................................ ,................ I COGNOME .......................................... ·.............. : I INDIRIZZO ......... :................................................ : I I ···········································································• I GITTA' ................................................................ : CAP......................... TEL.................................... . Vi indico qui di seguito le modalità di pagamento (senza aggiunta di spese postali) O Vi autorizzo ad addebitarmi la cifra di f:. 100.000 su Carta Si I I I I I I I I I I I I I I I I I LLW N. SCAD. Umones INTESTATAA .......................................................... rn RafaelSanchezFerlosio, La freccianell'arco FIRMA ....................................................................... . QJ JulioCortàzar. Ultimoround CeesNooteboom, Comesi diventaeuropei LuisBuiiuel,/ flglidellaviolenza CarmeloBene,A Boccaperta GoffredoFofi, I limitidellascena O Assegno (bancario o postale n............................... . Banca....................................................... (in busta chiusa) O Awenutoversamentosulc/c postalen.54140207 intestato a Linea d'Ombra. "LINEAD'OMBRA'',VIAMELZO9, 20129MILANO.POTETEMANDARE

ARCHIVIO FOUCAULT 1. 1961-1970 Follia, scrittura, discorso Cura di Judith Revel Traduzione di Gioia Costa Il primo volume di scritti inediti di Michel Foucault: articoli, interviste, conferenze e lezioni di una chiarezza folgorante, un'agevole via di accesso per i lettori nuovi e un'integrazione necessaria per i lettori di sempre. MICHEL FOUCAULT SCRITTI LETTERARI Cura di Cesare Milanese Finalmente la ristampa di un classico del maestro francese, un testo che ha abbattuto i muri tra le discipline per far largo a una nuova concezione della scrittura, nell'alleanza fra invenzione e critica, riflessione e vertigine stilistica. BREVIARIO DI PSICOPATOLOGIA La dimensione umana della sofferenza mentale a cura di Arnaldo Ballerini e Bruno Callieri Le ragioni, le idee, le prospettive di una psichiatria che non si riconosce nella biologizzazione dei processi mentali e che rivendica la specificità del rapporto con il paziente. Interventi di: A.Ballerini, A.C.Ballerini, E.Borgna, B.Callieri, L.Calvi, G.Di Petta, M.T.Ferla, A.Gaston, G.Gozzetti, F.Mittino, C.Muscatello, M.Rossi Monti, G.Stanghellini. JUDITH BUTLER CORPI CIIE CONTANO I limiti discorsivi del "sesso" Prefazione di Adriana Cavarero Traduzione di Simona Capelli La parola al grembo delle donne: cinema, narrativa, politica e mondo dello spettacolo sbaragliano i codici della sessualità. Un'opera destinata a diventare un classico. EVACANTARELLA PASSATO PROSSIMO Donne romane da Tacita a Sulpicia Dee, regine mitiche, eroine ~ donne realmente esistite. E la storia di un lungo silenzio, quello della donna; ma anche la nascita della complicità tra i sessi. A Roma, per la prima volta nella cultura dell'Occidente, si forma un modello di rapporto destinato a durare sino alle soglie del Duemila. TERESA DE LAURETIS SUI GENERIS Scritti di teoria femminista Traduzione di Liliana Losi Con quali discorsi produciamo la differenza sessuale? Quanta madre c'è nella sessualità femminile? Da dove vengono le storie e il desiderio di raccontarle? Una ricerca sui generi sessuati, un percorso sui generis che interpella psicoanalisi, semiotica, cinema, letteratura, women's studies. GOVERNO DEI GIUDICI La magistratura tra diritto e politica a cura di Edmondo Bruti Liberati, Adolfo Ceretti, Alberto Giasanti L'Italia di oggi è davvero governata dai giudici? Studiosi, magistrati e avvocati - tra i quali Rodotà, Caselli, Colombo, Pecorella - propongono sguardi e punti di vista diversi sui rapporti di incontro/scontro tra magistrati, società civile, politica. ENRICO DEAGLIO BELLACIAO Diario di un anno che poteva anche andare peggio Dopo Besame mucho, un nuovo viaggio in Italia per raccontare che cosa è rimasto e che cosa siamo diventati: oltre al Grande Teatro, tante storie inaspettate, troppo vere per essere incredibili. lnterZone MANUEL DE LANDA LA GUERRA NELL'ERA DELLE MACCHINE INTELLIGENTI Traduzione di Gianni Pannofino Un robot del futuro indossa le vesti dello storico per raccontare come le "macchine da guerra" siano una possibile chiave di lettura della modernità.

ol------------+--1 ~ed ~ ............... ~:~' --"----''.,,~ l"------1---e I -- ,, linea d'ombra" ha una storia lunga, quindici anni di vita, molte sofferenze alle spalle, molte difficoltà, un pubblico fedele, lettori che sono diventati amici, che ne hanno apprezzato l'impegno, il coraggio a rischio dell'incoerenza, lo scrupolo nella ricerca. Credo che "Linea d'ombra" abbia insegnato molto, procedendo con modestia ma difendendo la propria originalità, rifiutando l'omologazione, rifiutando le risposte semplici, immediate, troppo scontate e semplici e immediate per essere giuste o sufficientemente giuste. "Linea d'ombra" si è molto interrogata, se non è stato e non era possibile presentare soluzioni ha almeno tentato di mostrare carte che potessero contribuire alla soluzione. li bilancio credo sia positivo: basterebbe scorrere l'elenco degli scrittori i cui testi sono comparsi su queste pagine, scrittori spesso in Italia sconosciuti, tradotti per la prima volta da 'linea d'ombra", scrittori che hanno trovato solo più tardi le condizioni di una relativa popolarità anche nel nostro paese; basterebbe ricordare come queste pagine siano state attente all'evoluzione della narrativa e della poesia in paesi fino a un decennio fa considerati ai margini della nostra cultura, paesi del Terzo Mondo e non solo del Terzo Mondo, dall'India all'Africa, dai Caraibi al Nord Europa all'Est Europeo (ben prima del_crollo del Muro di Berlino) Quanti hanno collaborato a "Linea d'ombra" credo siano ancora felici di questo lavoro. Non è un peccato sentirsi orgoQuindici anni di vita e un pubblico tedele che ha ricono6ciuto l'impegno e il coraggio di una riviMa, le cui motivazioni ci paiono ancora intatte. gliosi. Non è un peccato neppure pensare che questo lavoro possa continuare, svilupparsi, che i risultati delle stagioni passate possano ripetersi, orgogliosamente credere che 'linea d'ombra" possaancora scoprire qualcosa e stimolare qualcuno. "Linea d'ombra" venne fondata da Goffredo Fofi. Chi lo conosce sa con quanto vigore Goffredo si sia battuto per difendere con questa rivista (e con le altre che era e che è andato un po' dispendiosamente a disseminare in tutta Italia) l'idea di una cultura libera, libera non solo dagli eventuali condizionamenti economici ma anche un po' libera da se stessa, cioè dalla qualità raggiunta e quindi dai risultati acquisiti, dalle certezze avvicinate, dalle solitudini gratificanti, dal narcisismo, un'idea di cultura sempre disposta a rimettersi in gioco, a confrontarsi con una realtà ben più dinamica di quanto potessero raccontare i suoi studiosi, scrittori, sociologi, statistici o politici. Credo che in questo faticosissimo cammino Goffredo Fofi sia riuscito a costruire qualche cosa di assolutamente anomalo. In questa anomalia trova ancora ragion d'essere "Linea d'ombra", verrebbe voglia di dire più di un tempo di fronte a mass media sempre più televisivamente omologati, a intellettuali sempre più disattenti e sempre più in vetrina (mediocremente peraltro: il nostro paesee la sua classe politica si dimenticano presto anche degli intellettuali di prima fila, quelli che sono diventati consiglieri dei vari principi, parlamentari, presidenti di qualcosa), di fronte a un pubblico che s'allontana, che cerca rifugio altrove, davanti al pericoloso chiacchiericcio della politica, di fronte peraltro anche a esperienze positive, disperse però e senza riferimenti. "Linea d'ombra" vorrebbe continuare su questa strada. Semplicemente, sapendo che è difficile inventare qualcosa e che allora è importante prestare ascolto, lasciare che la società, quella che ancora si ritiene viva, quella ancora che saprebbe raccontare storie autentiche, si avvicini, riprenda a comunicare, a dire di sé, a narrare .. Raccogliere questa voce o queste voci sarebbe un ragguardevole obiettivo. Siamo convinti che questa voce equeste voci si faranno sentire, che animeranno ancora queste pagine, sapranno suggerire, spingere a nuove scoperte e invenzioni. Per fortuna 'linea d'ombra" (grazie alla generosità di un editore sensibile) è ancora un luogo libero. P.S.Mi chiamano Direttore. Equesto mi inorgoglisce e un poco mi intimidisce, pensando al nostro Direttore-Fondatore, Goffredo Fofi, al suo stile, alle sue passioni, alla sua infaticabile presenza, alle sue letture, alla sua umanità, al suo modo di vivere la cultura nell'esperienza della società. Ma non solo. Penso anche al senso di un lavoro collettivo e partecipato, unica garanzia non dico per il successoma per la credibilità di una rivista come questa.

Direzione: Oreste Pivetta, Goffredo Fofi (direttore responsabile) Gruppo redazionale: Mario Barenghi, Alfonso Berardinelli, Paolo Bertinetti, Gianfranco Bettin, Francesco Binni, Marisa Bulgheroni, Marisa Caramella, Luca Clerici, Riccardo Duranti, Bruno Falcetto, Pinuccia Ferrari, Marcello Flores, Fabio Gambaro, Piergiorgio Giacchè, Filippo La Porta, Marcello Lorrai, Danilo Manera, Roberta Mazzanti, Paolo Mereghetti, Santina Mobiglia, Luca Mosso, Maria Nadotti, Marco Nifantani, Giuseppe Pontremoli, Fabio Rodriguez Amaya, Alberto Rollo, Lia Sacerdote. Alberto Sai bene, Tiziano Scarpa, Marino Sinibaldi, Paola Splendore. Collaboratori: Damiano D. Abeni. Adelina Aletti. Chiara Allegra. tnrico Alleva. Livia Apa. Guido Arme/lini. GiancarloA6cari. Fabrizio Bagatti. Laura Balbo. AleMandro Baricco. Ma neo Belli nel/i. Stebano Benni. Andrea Berrini. Giorgio Bert. Lanbranco Binni. Luigi Robbio. Norberto Bobbio. Mari/la Bobbito. Giacomo Bore/la. Franco Brio6chi. Giovanna Ca/abrò. Silvia Calamandrei. foabella Camera D'Abblitto. Gianni Canova. Rocco Carbone. Caterina Carpinato. Bruno Carto6io. Ce6are Ca6e6, France6co M. Caraluccio. Alberto Cavaglion. Franca Cavagnoli. Roberto Cazzo/a. France6COCiabaloni. Giulia Co/ace. Pino Corria6, Vincenzo Con6olo. Vincenzo Cotrinelli. Alberto Cri6tobori. Peppo De/conte. Roberto De/era. Paolo Della Valle. StebanoDeMattei&. Carla De Petri6. Piera DetaMi6. Vittorio Dini. Carlo Donolo. Cdoardo C6p06ito. Saverio C6po6ito. Doriano FaMli. Giorgio Ferrari. Maria Ferretti. Antonella fiori. Cme6to Franco. Guido Franzinetti. Giancarlo Gaeta. Alberto Galla&. Roberto Gatti. Filippo Gentiloni. Gabriella Giannachi. Giovanni Giovannetti. Paolo Giovannetti. Giovanni Giudici. Bianca Guidetti Serra. Giovanni Jervi6, Roberto Koch. Gad Lemer. Stebano Levi Della Torre. Cmilia Lodigiani. Mimmo Lombezzi. Maria Madema. Luigi Manconi. Maria Tere6a Mandatari. Bruno Mari. Cmanuela Martin/. Cdoarda Ma6i. Paolo Mattei. Roberto Menin. Mario Modene6i. Renata Moli nari. Diego Mormorio. Antonello Negri. Grazia Neri. Lui6a Ore/li. AleMandra Or6i. Armando Pajalich. Pia Pera. Silvio Perrella. Ce6are Pianciola. GuidoPigni. Giovanni Pi/lonca. Pietro Polito. Giuliano Pontara. Sandro Portelli. Dario Puccini. Fabrizia Ra mondino. Michele Ronchetti. Luigi Reitani. Marco Revelli. Ale6Mndra Riccio. Paolo Ro6a. Roberto RoMi. Gian Cnrico Ru6coni. Nanni Sa/io. Domenico Scarpa. Maria Schiavo. Franco Serra. France6COSi6ci. Pietro Spi/a. Antonella Tarpino. Fabio Terragni. AleMandro Triulzi. Gianni Turchetto. Luigi Vaccari. Federico VareM. Bruno Ventavoli. Antonella Viale. Cmanuele VinaMa de Regny. Itala V/Van. Gianni Volpi. Segreteria di redazione: Serena Daniele Progetto grafico: RossanaTesoro Illustrazioni: Lorena Munforti Redazione: Via Melzo 9 - 20129Milano - Tel 02129514532Fax 02/29514522 Amministrazione e abbonamenti: Picomax srl Via F. Casati 44 - 20124 Milano - Ufficio abbonamenti: Tel 02/66990276 Fax oi/66981251 Hanno contribuito alla preparazione di questo numero: Michele Neri, Marco Sannella, Lorena Munforti, Barbara Verduci, le agenzie fotografiche Contrasto, Effigie. Farabolafoto e Grazia Neri. Editore: Linea d'ombra Edizioni srl - Via Melzo 9 - 20,29 Milano - Tel 02/29514532Fax 02129514522 Distribuzione: Per l'Italia SO.DI.P. S.p.a. Via Bettola 1820092 Cinisello Balsamo (Mi) Tel.02/660301 Fax.02/66030320 Fotocomposizione e Stampa: Grafiche Biessezeta srl - Via A. Grandi 46 200,7 Mazzo di Rho (Ml) - Tel 02/93903882 Fax oz/93901297 LINEAD'OMBRAiscritta al Tribunale di Milano in data 18.5.87al n. 393Dir. responsabile: Goffredo Fofi • Ilcontesto MiI an O OrestePivetta I O PiergiorgiGo iacchè Lestorie del mondo ElliotErwitt Storie Agendadelmese

omm di 6torie, immagini, di6CU66ioni e 6pettacolo Il girodelmondo Il girodelmondo 1/luotrazione di copertina Rubriche CarloAlbertoBucci

• Conlavocaziodnelmaestro GouuredoFouicompie oeooant'anni. GouuredoFoblcompLe oeooant anni. l a figura che più efficacemente corrisponde a Goffredo è quella del maestro. Che egli possieda effettivamente il diploma d'insegnante, è un'ironia. Goffredo non ha mai pensato di servirsene per entrare, come si dice, in ruolo, mai s'è seduto dietro una cattedra, né ha mai percepito uno stipendio statale. Il suo magistero s'è esercitato in ambiti tutt'affatto diversi dalle aule scolastiche. Anche se, tra le sue molteplici attività, il lavoro coi bambini (a Palermo, Roma, Napoli) è stato quello che Goffredo ha svolto forse con più passione, col rimpianto di non esserglisi dedicato abbastanza. Ma, ovviamente, in modo tutto suo, non certo secondo le nozioni e i metodi che si acquisiscono in un istituto magistrale. In un paese come il nostro dove la scuola - dalle elementari all'università - funziona male e l'ufficio dell'insegnante ha scarso prestigio, i migliori maestri, quelli segnati da vocazione e dotati di capacità formativa, sono spesso figure irregolari. Uno dei caratteri che distingue l'autenticità della vocazione è la reciprocità, cioè la disponibilità e la volontà del maestro di essere anche scolaro; non limitatamente al periodo dell'apprendistato, ma sempre. Il libro chiave di Goffredo, quello che meglio lo definisce, è Pasqua di maggio (Marietti 1988), una sorta di autobiografia intellettuale, dove le tappe della sua formazione coincidono con altrettanti incontri con maestri, amici, compagni, da Capitini a Panzieri, da Ada Gobetti a Elsa Morante eccetera. Il lettore è colpito anzitutto dal numero di questi incontri, oltre che dalla qualità e fecondità degli scambi. Se penso alla mia vita (ma credo che molti possano dire altrettanto), vedo un paesaggio assai più spoglio e avaro. Dice Goffredo nella prefazione a Pasqua di maggio: "Ho avuto la grandissima fortuna di cercare e trovare ottimi maestri ed esempi". Quasi sicuramente un insegnante, neanche tanto pignolo, segnerebbe la frase in rosso, se non in blu. "Fortuna" si può riferire al "trovare", non al "cercare": la ricerca non è una fortuna, è una scelta della volontà. Ma quell'incongruenza, o lapsus, o anacoluto, esprime benissimo ciò che Goffredo intende. Egli si considera fortunato per aver avuto in dono una vocazione pedagogica tanto forte che ha dovuto seguirla fedelmente. E chi cerca si mette nella condizione di trovare. Se il mio patrimonio di incontri e scambi mi appare tanto più povero, è anzitutto perché più scarsa e fiacca è stata la mia ricerca. Questa fedeltà al proprio destino non deve far pensare a un Goffredo pacificato e soddisfatto. Anche chi non lo conosca di persona, ma solo attraverso gli scritti, ha piuttosto l'impressione di una personalità multiforme, attratta da molti

interessi, anche conflittuali. Tutt'altro che soddisfatto, l'insoddisfazione si direbbe la sua condizione permanente. !:attivismo, fervoroso ma anche frenetico, ne è una spia. Lo stile, mai semplice e calmo, che mescola complicazioni e turgori barocchi a tagli perentori e perfino sbrigativi, rivela sia la curiosità e il bisogno di capire e di connettere, sia il dovere di concludere l'analisi in giudizio e quasi in direttiva pratica. Dal libro, dal film, da qualunque altro soggetto, Goffredo deve ricavare, con l'eventuale piacere estetico e l'arricchimento spirituale, un insegnamento per sé e per i lettori d'ordine morale e "politico". Il rischio di questo atteggiaGoffredo Fofi ha creato queste pagine e continua ad esserne l'animatore, dopo aver vissuto l'esperienza dei "Quaderni piacentini". Il suo interesse per il cinema e la riscoperta di Totò. I suoi libri: "L'immigrazione meridionale a Torino", "Pasqua di maggio", "Prima il pane", "Storie di treno" e, infine, "Strade maestre", personalissimo itinerario tra le figure della letteratura italiana di quest'ultimo mezzo secolo. mento critico è l'ideologia, il settarismo. Ma se anche Goffredo, come tanti (me compreso), può aver pagato qualcosa in certi momenti di massimo impegno (e "illusione", e "accecamento") politico, mi pare che si sia trattato di un prezzo molto basso. Gli eccessi di Goffredo - tuttora presenti - non sono mai Eccessi-tuttora presentinon sono mai stati omaggi o sacrifici a una parte politica e nemmeno a una ideologia (semmai a una prospettiva, a una speranza), ma inerenti alla sua passione pedagogica. Una responsabilità anzitutto e sopratutto personale stati omaggi o sacrifici a una parte politica e nemmeno a una ideologia (semmai a una prospettiva, a una speranza), ma inerenti alla sua passione pedagogica. Una responsabilità anzitutto e soprattutto personale. Per la copertina di Pasqua di maggio Goffredo scelse un particolare del "San Gennaro esce illeso dalla Fornace" di Ribera: il bellissimo volto di un guaglione, occhi e bocca spalancati, che assiste al miracolo. Scelta in linea con i gusti di Goffredo in campo pittorico: il Seicento, Caravaggio eccetera, e naturalmente Jusepede Ribera, che assomma tutte o quasi le qualità predilette (figlio di calzolaio, spagnolo e napoletano, plebeo e fastoso, realista e visionario ...). Ma quel volto potrebbe richiamare gli esordi della storia intellettuale di Goffredo: il ragazzo infatti esprime lo spavento e insieme la fascinazione davanti al prodigio, alla rivelazione, alla chiamata. Immagine che sarebbe stata ancora ancora più adatta a illustrare il diario tenuto nel 1960 da un Goffredo poco più che ventenne (Strana gente, Donzelli 1993): anche questo sovrapopolato di incontri, esperienze, scoperte; autoanalisi e interrogazione sulla propria vocazione; ingenua ma intensa "lotta con l'angelo" (vedi, per esempio, i frequenti sogni spaventosi). !:ultimo libro di Goffredo, Strade maestre (Donzelli 1996), ampia raccolta di scritti di critica letteraria su autori italiani del Novecento, soprattutto degli ultimi cinquant'anni, reca in copertina il particolare di un affresco pompeiano: Chirone con il giovinetto Achille. Ovvero, il maestro e l'allievo. La testa barbuta e arruffata del centauro richiama irresistibilmente quella di Goffredo, che non è più l'agile e un po' angelica recluta di Strana gente. E tuttavia, nel libro, il suo atteggiamento verso molti autori è sì quello del critico-giudice, ma anche dello scolaro che non si stanca mai di imparare. Comunque, è significativo che, tra gli innumerevoli modelli di magistero e saggezza, Goffredo abbia scelto il mitico Chirone, metà uomo metà cavallo, come a prendere le distanze e mettere in guardia da una cultura meramente intellettuale, addomesticata, pienamente controllata, e a indicare la necessaria presenza dell'elemento naturale, istintivo, indocile, selvaggio. •

•• Megliopulpchekitsch Nella cultura del nootro tempo, di uronte ai ritardi del midcult, bioogna rivendicare l'intelligenza e la varietà della "cultura di maooa", che da anni propone temi, otili, problemi di generazioni che non credono ai meooaggi della cultura uuuiciale ' IE utile ricordare una considerazione fatta più volte: non siamo contro la "cultura di massa" per principio, sappiamo e vogliamo distinguere all'interno della cultura di massa le cose che elevano il livello culturale delle masse, quello che lo lasciano dove l'hanno trovato, e quelle che lo abbassano e avviliscono. Semmai, ci ripugna il concetto di "massa", che ha origini e usi di sinistra come di destra, perché, come diceva un maestro, "si chiama massa ciò che in realtà è diminuzione". Non ci può invece ripugnare l'idea di una cultura diffusa ovunque per merito di nuovi mezzi e nuove comunicazioni: un esempio per tutti, quello di Chaplin che_grazieal cinema muto poté "parlare" ed esser capito da ricchi e poveri, colti e analfabeti, occidentali e orientali, adulti e bambini. Come potremmo essere contro questa possibilità, che mai prima del nostro secolo poté essere data all'arte e all'artista? Perfino nella cultura più "bassa", abbiamo saputo trovare ieri e ancora oggi, quando ben pochi vi si chinavano, non la "monnezza" che vi cercano gli esteti del brutto, ma perle di sensibilità e di invenzione, in grado di dialogare senza troppa fatica, diceva Virginia Woolf, con la cultura alta, mentre il nemico di entrambe è sempre stato ed è tuttora la cultura media, quel mid-cult o midd/ebrow che oggi è rappresentato, per esempio, dalla mistificazione tamariana, parodia di temi grandi e necessari affrontati con superficiale scaltrezza e di fronte al quale è certo preferibile il fenomeno "pulp", che cerca di rispondere a esigenze non solo provvisorie e non solo, anche se spesso sì, di mercato. Meglio il pulp che il kitsch!, anche quando si fa prodotto di consumo transitorio, sponsorizzato dai media nella loro, questa sì, bassa e bassissima smania di esserci e provocare. Il bello delle mode è che muoiono ormai molto presto, e che una nuova leva di "cannibali" fa fuori la precedente in tempi assai brevi. Ma sarà un caso se la collana einaudiana "Stile libero" dedicata alle culture e ai problemi dei giovani pubblichi dopo una mediocre antologia di giovani cannibali, presentata con enfasi aggressiva, una guida al volontariato per quei giovani che vogliono impegnarsi in qualcosa di utile non solo a sé, abbandonando le fantasie distruttive per le pratiche costruttive? I tallonatori di mode, gli insidiatori di giovani portafogli sanno quello che fanno, e seguono tutte le piste, tutte le possibilità. Quel che importa è il successo e il denaro, o meglio: il successo cioè il denaro. Ancora una volta la differenza, che è enorme, è tra una ricerca di espressione necessaria e una siliconata. E una ricerca necessaria è necessariamente quella di chi non accetta lo stato di cose presente e i limiti alla libertà dell'uomo; e cerca nell'espressione (e nelle pratiche) la possibilità di affermare quanto altrove gli è impossibile affermare: un disagio, una sofferenza, una comprensione, una ricerca, un bisogno di comunicazione di condivisione di scambio, un'utopia ... Quanto alle forme di codeste ricerche, esse sono guidate solo dalla capacità di esser libero dell'artista e dalla capacità di essere uguale e diverso tra altri uguali e diversi del "volontario", del militante per un ordine di giustizia. Nella cultura del nostro tempo, di fronte ai ritardi del mid-cult, pur quando ammantato di finezze da letterati e di piccole megalomanie, c'è da rivendicare ancora una volta l'intelligenza e la varietà della "cultura di massa" che da anni, da decenni, ha proposto quei temi stili problemi su cui oggi si affannano generazioni che non credono ai messaggi della cultura ufficiale del nostro paese e non solo di quello.

Autori, per esempio, come Dick o Ballard o Vonnegut sono mille miglia più avanti nella rappresentazione dei dilemmi di cui appena ora i più cominciano ad accorgersi, ma anche le loro acquisizioni devono oggi confrontarsi con acquisizioni nuove e, nonostante le apparenze, assai più conformiste delle loro, nel campo che è il loro. Per esempio quelle dei cyber (Gibson, Sterling ...) che non si limitano a esprimere inquietudine e angoscia di fronte al futuro che è già tra di noi, ma ci prepara e ci abitua all'accettazione, e più che alla convivenza e all'adattamento, all'integrazione con la nuova realtà. Questo progetto è "discutibile" nel senso migliore della parola, e però insoddisfacente, limitato. Il disagio di fronte a un mondo che cambia con una velocità e radicalità inusitate, è produttore di "fiction", di letteratura, di immagioi, ma non è molto diffuso nella "letteratura" italiana che va e che piace (anche ai critici, fermi a discutere le sciocchezze di turno e nei migliori dei casi a imbalsamare il passato prossimo o remoto) ma in qualcosa di meglio che il "pulp" - tuttavia un filone importante che ci dà un autore nevroticamente sicuro come Scarpa e promesse come il troppo teorico Nove o la troppo mimetica Santacroce. Cosa c'è di più "post" dei romanzi, per esempio, di Ortese A/anso e i visionari e, su progetto diverso e a un livello diverso, di Doninelli Talk show, il nostro più coraggioso scrittore "già maturo"? Essi dialogano con angosce antiche e attualissime, e in più modi futuribili; spingono il romanzo su terreni di sperimentazione assolutamente non gratuiti, con risultati altissimi (il primo titolo è il capolavoro teorico-letterario del nostro fine secolo) e impongono al lettore, mentre Ancora una volta la differenza, che è enorme, è tra una ricerca di espressione necessaria e una siliconata. E una ricerca necessaria è necessariamente quella di chi non accetta lo stato di cose presente e i limiti alla libertà dell'uomo; e cerca UrnaTurmanin una scenadal film "Pulp Fiction" FarabolafotoMilano nell'espressione (e nelle pratiche) la possibilità di affermare quanto altrove gli è impossibile affermare: un disagio, una sofferenza, una . . comprensione, una ricerca, un bisogno di comunicazione di condivisione di scambio, un'utopia ... il critico è attardato su questioni degne delle pagine culturali della "Repubblica" e del suo rivale e superatore "Corriere" (rumore di fondo, ciarla da addetti, gioco di avvertimenti e ricatti), un corpo a corpo con problemi imponenti grazie a una letteratura che si costruisce sull'amore, sull'intelligenza e sull'indignazione. Sulla non accettazione di ciò che è o sembra essere. No, la letteratura italiana non si porta poi male. Abbiamo in tutti i campi qualche grande artista, e molti giovani vivi; il ritardo è dei critici, dei teorici.

~--------"---""',tti gli appuntamenti di quetito ARTETRACITTÀENATURA ,)i molto raro che in Italia si esca dagli spazi deputati (mu- ..m sei o gallerie) per avventurarsi nella città, per riportare l'arte nella società, senza per questo rimanere ancorati alla tradizione del monumento di cui peraltro la nostra tradizione è ricchissima di esempi. Il monumento ha perso, nell'evoluzione di questo secolo, gran parte della sua funzione di memoria degli avvenimenti, soppiantato da più agili media. Nonostante questo le nostre piazze continuano a riempirsi di ingombranti presenze che portano la gente a disinteressarsi di una disciplina così distante dalla loro vita. Per fortuna l'arte pubblica non si riduce soltanto a questo tipo di interventi, realizzati con materiali nobili come la pietra e il bronzo, e soprattutto, non vuole soltanto avere la funzione celebrativa che la tradizione del monumento si porta dietro. Esiste un'arte che vuole esplorare i legami tra territorio e i suoi abitanti, tra urbanizzazione e paesaggio, in altre parole che si interessa in modo attivo del vecchio binomio "natura-cultura" senza per questo limitarsi a collocare un oggetto artistico all'interno di un parco. Su queste tematiche si svolgerà a Roma (dal 21 aprile al 20 giugno) la mostra Città Natura che occuperà non soltanto una sede tradizionale come Palazzo delle Esposizioni ma che coinvolgerà per l'occasione altri quattro luoghi della capitale: i Mercati di Traiano, l'Orto Botanico, Villa Mazzanti e il Museo Civico di Zoologia. Curatori della mostra sono Carolyn ChristovBakargiev, Ludovico Pratesi e Maria Grazia Tolomeo. Il tema è dunque antico quanto la storia dell'arte ma naturalmente le relazione sono cambiate e all'interno di questa esposizione si ha un'ampia gamma di punti di vista. Tra i circa trenta artisti invitati non potevano mancare i lavori di Joseph Beuys, né quelli di Giovanni Anselmo; non potevano neanche mancare i lavori di un artista come Robert Smithson, uno dei fondatori della Land Art, movimento artistico americano che voleva uscire dalle gallerie per inserire l'arte nella natura, anzi per interagire con essa, costruendo delle opere-installazioni che erano fatte con materiali naturali e che potevano essere rimovibili e destinate alla sparizione. La storia dell'arte ci insegna che non tutti gli interventi di questo tipo sono poi stati "ecologicamente corretti" e molte opere risultavano essere semplicemente l'ennesimo impositivo intervento umano sul difficile equilibrio ambientale con il rischio di produrre degli sconvolgimenti (se pur in versioni ridotte) dell'ecosistema. Senz'altro consapevole di questi rischi è Mark Dion tra i più attenti alle tematiche ambientali, mentre le installazioni di Wolfgang Laib sembrano quasi dei religiosi omaggi alla natura stessa, realizzate con utilizza elementi vitali come polline, cera d'api o riso che assumono un carattere simbolico. Tra le presenze più interessanti vorrei segnalare quella di Jimmie Durham artista non molto conosciuto in Italia, ma che sulle relazioni tra natura e cultura ha sicuramente molto da dire considerando anche il suo particolare punto di vista, quello di un indiano d'America. Durham sarà ancora presente in Italia per realizzare un laboratorio con giovani artisti nello spazio Viafarini (tel 66804473) di Milano dal 3 al 10 giugno con successiva mostra finale. Naturalmente la tematica di fondo di questa mostra verrà affrontata anche in modo metaforico da altri artisti più legati ad un sistema di rappresentazione più tradizionale. Non mancherà neanche una sezione d'urbanistica che illustrerà la storia dell'evoluzione della città moderna dal '700 ad oggi con una sezione

m meoe, ]immie Durham, l'immagine del FronteNazionale, il Novecento specifica di bio-urbanistica a cui si potrebbe relazionare il lavoro di Dan Graham (di cui è da poco uscita in italiano una raccolta degli scritti teorici), sezione che potrà soddisfare anche chi è più interessato alle ricerche specificatamente architettoniche. RobertoPinta I DESPOTIDELFUTURO ~- on dire Sos Racisme,' dire 'il partito degli stranieri' ..I.~ oppure 'la lobby dell'immigrazione' ... Non dire 'l'estrema destra' ma 'la vera destra, la destra nazionale' ... Non dire 'bisogna rigettarli in mare, ma 'bisogna organizzare il ritorno a casa loro degli immigrati del Terzo Mondo' ..." Questa strategia lessicale, tratta da un documento interno del Fronte Nazionale (L'immagine del Fronte Nazionale, a cura dell'Istituto di Formazione del FN) è forse il documento più inquietante del dossier di Antenne 2 su JeanMarie Le Pen. Un reportage "romanico" costruito senza commenti, mattone dopo mattone, fatto dopo fatto, per verificare con sacrosanta pedanteria la corrispondenza fra i fantasmi agitati dal leader del Fronte Nazionale e la realtà. Ne emerge che gran parte delle affermazioni di Le Pen hanno la stessa autenticità del suo occhio (destro, anzi sinistro, anzi tutt'e due) "accecato in una colluttazione con un oppositore". Ne emergono sconvolgenti "corrispondenze": mezzo secolo prima che Le Pen rispolverasse la "differenza tra le razze", Goering si giustificava al processo di Norimberga dicendo: "Ho solo sottolineato la differenza tra le razze". Uno degli slogan preferiti dal Fronte Nazionale "Tre mi- !ioni di disoccupati: tre milioni di immigrati di troppo!" non è che il remake di una manifesto di Vichy "Cinquecentomila disoccupati, quattrocentomila ebrei. Dite voi la soluzione!". Risale a Pétain anche la campagna, promossa dal numero due del FN Bruno Mégret, per "rivedere" la cittadinanza concessa dal 1974 in poi a milioni di francesi figli o nipoti di stranieri. Una commissione analoga nacque il giorno dopo l'invasione nazista della Francia, e quel che è peggio è che non fu istituita sotto pressione tedesca, ma fu un fenomeno di "nazismo autoctono". Gli stessi stereotipi che circondano oggi gli stranieri investirono nel passato tutte le ondate migratorie, dagli italiani "troppo cattolici" ai polacchi "troppo sporchi e rissosi". Dal reportage emerge soprattutto il vero volto del fascismo di fine secolo: "una nicchia di mercato", una porzione dell'audience politica, un target da "raggiungere" con gli stessi mezzi e soprattutto con la stessa logica con cui si vende un detersivo. Le Pen non è affatto un relitto del passato. I suoi trascorsi come torturatore in Algeria ormai interessano solo gli storici, perché l'operazione che sta portando avanti è modernissima, appartiene in pieno al villaggio globale. L'ultimo fascista è anche il più "americano" dei mattatori politici europei: un grandissimo anchorman con una doppia natura, perfettamente televisiva, maschile e femminile: il fisico di un parà e le grimaces di una casalinga incazzata, di una suocera brontolona, ma ("Enfin! Merde!") • piena di buon senso. "Les étrangers on les aime chez eux!" dice la "suocera" ai telespettatori, "Gli stranieri li amiamo a casa loro! Così come amiamo a casa nostra i nostri cugini, i nostri parenti, ma soltanto quando li abbiamo invitati!". "Chiunque conosca certe allegre invasioni domenicali ("Ciao! Sorpresa! Abbiamo pensato di fare un salto!") come può non condividere il genuino furore dello "zio" JeanMarie? Un personaggio che sembra uscito dai "Jefferson" e che sarebbe perfetto per condurre la versione francese di "Di tasca nostra". L'impunità garantita dalla tv oltre alla sua memoria corta che permette di mentire e bluffare, certi che la smentita arriverà sempre troppo tardi (e quasi sempre su un mezzo molto meno potente come un giornale) aumenta il carattere paradossale e apparentemente comico delle sortite di Le Pen, sdrammatizzandole. Memorabile, a tal proposito, la sequenza in cui il leader sostiene che, a differenza dei francesi, le altre nazionali di calcio canta-

no con entusiasmo l'inno nazionale. Il silenzio teso dei tedeschi - fra i pochi popoli che abbiano un inno nazionale serio, come i serbi - appare come la miglior risposta ai deliri del Fronte Nazionale, ma alla fine la gaffe offusca il pericolo, così come le esilaranti ampolle di Bossi celano il proposito (più volte ribadito) di licenziare gli insegnanti "non padani". Grazie alla tv, i despoti del futuro appaiono, almeno all'inizio della loro carriera, un po' come i colonnelli di Enrico Baj, minacciosi ma grotteschi, involontariamente "comici". È questa la banalità televisiva di Le Pen, un Uomo Qualunque, come ogni vero anchorman della politica dev'essere, un vicino senza peli sulla lingua che nel "condominio televisivo" fa appello a percezioni elementari, condivisi da tutti: come il fastidio, le puzze, le mille afflizioni della convivenza domestica, condominiale e metropolitana. "Ci siamo battuti armi alla mano per respingere i nostri vicini europei e lasciamo le porte aperte a gente da cui ci separa tutLefoto di Jean-Marie LePennsonodi G. Rancinan/Sigmagenzia fotograficaGraziaNeri to: la tradizione, la religione, la cultura, le abitudini alimentari...". Non a caso Le Pen evoca come prospettiva le due grandi "guerre di condominio" che hanno inorridito le cronache degli ultimi anni: il Libano e la Jugoslavia. Le profezie avvengono all'interno di scenografie che oscillano tra la solennità marziale delle cerimonie della "Légion", e la simbologia sacrificale della Riefenstahl e di Norimberga. Il fuoco resta l'elemento catartico che cristallizza la massa: ieri migliaia di fiaccole, oggi piramidi e bracieri ardenti. Il fuoco e lo zampillare delle cifre: "La maggior parte degli immigrati che entrano in Francia non viene più dal Maghreb, ma dall'Asia: turchi, pakistani, bengalesi, indiani, cinesi! E l'India ha un miliardo di uomini, la Cina un miliardo e mezzo!". Nelle cerimonie di partito la "suocera brontolona", a cui tutti i talk-show italiani darebbero la caccia, diventa un capo assoluto, oggetto di una venerazione che non ammette dubbi. Un doppio registro quindi: un grande spettacolo per creare paura e trasformarla in voti, agitando prima lo spettro comunista, e dal 1968 in poi la questione dell'immigrazione, dell'"invasione". Il tutto giocando su riserve di intolleranza che non sono mai state disinnescate né dal processo di Norimberga, né da mezzo secolo di informazioni sugli orrori del nazismo e del fascismo. Lo capisce tardi - quando hanno già deciso di espellerlo dal partito - il dottor François Bachelot, "testimonial" del FN: "Mi hanno espulso per 'non fascismo'", dichiara "mi hanno detto: 'noi siamo per la revanche, conto l'antiFrancia, contro il nemico ebreo e il nemico massonico. Non hai capito niente!'" A quel punto il dottor Bachelot comprende che un complesso di miti, di paure e di fantasmi agitati da Le Pensono "Temi su cui si ritorna sistematicamente, magari scusandosi, il che fa parte di una strategia di segni da inviare all'elettorato antisemita francese". Una "nicchia" del trenta percento. Lo capisce tardi anche Olivier D'Ormaisson che aveva addirittura presentato Le Pen al papa: "Sì, Le Pen è un revisionista! Non posso accettare che la storia del Novecento venga stravolta, per questo me ne sono andato". Infatti, l'uomo che si propone di espellere milioni di immigrati dichiara: "Per quanto riguarda le camere a gas, non ho approfondito particolarmente la questione. Non posso dire che non siano esistite, ma credo che siano un dettaglio nella storia della seconda guerra mondiale". Si dirà che tutto questo non è che il maquillage televisivo di vecchi fantasmi. Niente affatto. La globalizzazione, l'erosione di posti di lavoro causata in Europa da legioni di schiavi pronti a lavorare per trenta dollari al mese in Cina o in India, sta creando di fatto uno "stato d'assedio" nel quale tutti i vecchi demoni del razzismo possono rinascere e trovare - se la crisi economica si aggraverà - nuovi capri espiatori. Non dire 'bisogna rigettarli in mare, ma 'bisogna organizzare il ritorno a casa loro degli immigrati del Terzo Mondo' ... Solo due anni fa in Bosnia, serbi e croati parlavano di "organizzare lo scambio volontario delle popolazioni" "Siamo in una situazione prerivoluzionaria" ha dichiarato Bruno Mégret a "Le Monde" il 13 febbraio del 1996 "perché esiste una frattura fra il popolo e le élites istituzionali, in particolare con la classe politica. Il movimento sociale dell'autunno ne è stata la flagrante espressione... È stato globalmente il mondo del lavoro che ha fatto sentire la propria voce per esprimere inquietudine di fronte alla destabilizzazione della nostra economia, dovuta alla mondializzazione e a Maastricht. Abbiamo perfettamente capito e sostenuto questa corrente di

scontento. Perché avvenga un grande rivolgimento occorre una forza alternativa. La grande sfida del FNè incarnare la soluzione alternativa". 1 Alle legislative del 1998 il Fronte Nazionale potrebbe diventare l'ago della bilancia in più di duecento circoscrizioni. Il reportage di Antenne2 non contiene scoop, si direb,be che non ne abbia bisogno. Semplicemente constata, "vede" certe corrispondenze e le mette in fila. Guardarlo mi ha lasciato un'enorme tristezza, come europeo che ama la Francia e come giornalista che amava il proprio lavoro: si tratta infatti di un perfetto esempio di televisione impossibile. Almeno in Italia: quale direttore avrebbe il coraggio di chiamare un inviato e dirgli: "Ti do un mese di tempo. Verifica che corrispondenza c'è fra quello che Berlusconi, Fini D'Alema, Prodi dicono e quello che fanno"? Nessuno. L'ideologia della par condicio si è trasformata in una cortina di silenzio che circonda qualsiasi personaggio emergente della nuova pax politico-televisiva. Avete visto un solo dossier sui (presunti) rapporti fra Dell'Utri e Cosa nostra? Un solo speciale sul (presunto) ventre nero di Alleanza nazionale? Una sola inchiesta sulla (presunta) lottizzazione nelle regioni rosse?O sulle (presunte) coperture politiche della pulizia etnica in Istria? Èaltrettanto triste constatare che in un panorama televisivo in cui si spendono fortune per riconciliare strani amori, o realizzare missioni impossibili, in una tv fatto solo di quiz e viaggi premio milionari, nessun programma abbia mai raccolto fondi per portare ad Auschwitz una scolaresca, per mostrare ai venerati "giovani" cosa resti di certi "dettagli" e che effetto facciano cinquant'anni dopo. Mimmo Lombez;::i NOVECENTO I I gusto della polemica ha indotto Michele Serra (l'Unità, 14 marzo) a un'uscita infelice. Con l'intenzione di bacchettare sulle mani il conservatore Sergio Romano, Serra ha confutato in poche righe le affermazioni fatte dallo storico sulla crudeltà e barbarie di questo secolo: ricordandogli che violenza ce n'era anche in passato (e forse di più) e che il Novecento ha avuto almeno il vantaggio di avere coscienza e talvolta orrore dei crimini che commetteva. Gli esempi addotti (primo fra tutti il massacro degli indiani d'America nel secolo scorso) mi hanno fatto venire immediatamente in mente un giudizio che ho sentito più volte negli ultimi anni, formulato da studenti e talvolta anche da colleghi: e il giudizio è che il totalitarismo non esiste e che i loro «crimini» sono sostanzialmente una escalation puramente quantitativa delle nefandezze compiute dal capitalismo e dal colonialismo nell'ottocento. Non mi addentro nel corollario che ogni tanto accompagna queste tesi (e che è un giustificazionismo a volte pericolosamente vicino al negazionismo); ma vorrei solo sommessamente prendere posizione a favore di Sergio Romano, benché sia (o sia ritenuto) un conservatore e non certo per solidarietà di corporazione. La differenza tra gli uomini del generale Custer e le SS di Himmler non sta tanto nella diversa capacità di giudizio dei contemporanei degli uni e degli altri, ma proprio nel loro modo di essere, pensare, agire, nelle motivazioni alle proprie azioni, nei loro effetti e risultati e via dicendo. Il Novecento ha avuto, forse come sua caratteristica più importante, quella di essere più cose nello stesso tempo, alcune in profonda opposizione e contraddizione fra loro.È proprio dalla difficoltà e impossibilità di connotare in modo univoco e omogeneo questo secolo che Scipione Guarracino prende le mosse per interpretare in modo sintetico // Novecento e le sue storie, in un libro che uscirà a metà aprile (Bruno Mondadori, 280 pagine, 15 mila lire). È la compresenza del massimo della distruzione e della barbarie con il massimo dello sviluppo e della libertà che rende difficile un approccio al Novecento che ne ricerchi il carattere prevalente, la interpretazione riassuntiva. E infatti Guarracino spende la prima parte del suo lavoro a mostrare quali fossero, nella coscienza collettiva e nella consapevolezza degli storici, le immagini del XIX secolo: facendo emergere con ancora più forza e evidenza le profonde diversità che accompagnano invece il Novecento e, lungo esso, la modernità. La modernità è il terreno di lotta tra tendenze opposte, è la compresenza di tendenze opposte in una realtà storica che si fonda sul grande cambiamento materiale (economico, sociale, politico) che si è compiuto nell'Ottocento: ma che non ne è la mera prosecuzione, anzi. li libro di Guarracino non ha l'obiettivo di raccontare il secolo: dà un po' per scontato che se ne cono- •

scano i tratti essenziali. Il suo è un tentativo di inserirne le vicende in una visione problematica non univoca, di offrire punti di vista e ottiche di lettura più ampie del solito, di suggerire accostamenti inusuali e analogie originali per rendere più complesso, non più semplice, il problema dell'interpretazione. S'intuisce che sono gli insegnanti il pubblico a cui Guarracino ha pensato prevalentemente scrivendo questo testo: ansiosi di organizzare meglio la comprensione di questo secolo ma pronti anche a seguire strade più complesse perché quella comprensione sia effettiva e efficace. La Grande Guerra è il grande momento attorno a cui i caratteri del secolo si vanno costruendo e svelando: una mobilità mai prima conosciuta s'intreccia con una tecnologia in continuo progresso e con ideologie universalistiche che attirano le masse offrendo loro la prospettiva, in gran parte ilusoria, di una partecipazione e integrazione più piena. Segue poi il conflitto tra democrazia e totalitarismi, e quello interno a questi ultimi, e poi ancora nel secondo dopoguerra il grande duello tra le due superpotenze e la fine di una delle due all'interno di una ricchezza di esperienze che affacciano alla storia, in prima persona, aree e regioni fino ad allora escluse. Guarracino non schematizza, anche se cerca di orientare tra le tante proposte interpretative e di selezionare tra i concetti che più servono alla spiegazione; l'andamento del suo discorso è come a spirale, continua a girare attorno all'insieme dei fatti mutando prospettiva e offrendo nuovi orizzonti a un'impossibile ma necessario sguardo d'insieme. Più che gli eventi ricchissimi del secolo, Guarracino sistematizza il modo con cui li si sono guardati e affrontati in passato. Non vuole affiancare una nuova interpretazione forte (necessariamente unilaterale) a quelle esistenti: ma offrire il sincretismo come metodo più efficace per un approccio che voglia prima di tutto comprendere. Il suo è un libro per accompagnare chi ha desiderio di spiegare, senza certezze assolute perché è il secolo XX che non le sopporta. MarcelloFlores UNVOTOARTISTICO Un anno di musica nelle vostre mani!" annuncia trion- ~ falmente ai suoi lettori "Musica!" il supplemento settimanale di "Repubblica", giustamente orgogliosa della favolosa occasione di partecipazione democratica offerta con la seconda edizione del PIM, il Premio Italiano della Musica, promosso appunto da "Musica!", Radio Dee Jaye quest'anno anche da Mtv, che si è aggiunta per i premi da assegnare ai videoclip. Il PIM, che avrà il suo festoso momento culminante nella cerimonia di premiazione prevista per il 22 aprile al Piper di Roma, propone dodici "categorie" di riferimento: Album Italiano, Canzone Italiana, Artista Italiano, Artista Internazionale, Band Italiana, Band Internazionale, Rivelazione Italiana, Rap Italiano, Dance, Concerto dell'Anno, Frontiera, Miglior Video. Per il resto il PIM si limita a suggerire per ciascuna categoria cinque "candidature" formulate dalla redazioni di "Musica!" e di Radio Dee Jay (e di Mtv per i videoclip), in maniera da agevolare la più completa libertà di scelta da parte del votante in un momento di così gravosa assunzione di responsabilità: una lodevole soluzione che mostra di far tesoro della ricca esperienza accumulata in questo secolo da numerosi regimi a partito unico, maestri nello sviluppo del pluralismo, della partecipazione e della volontà popolare. Dopo di che il votante può far pesare tutto il suo punto di vista esprimendo in assoluta autonomia le proprie preferenze: "ovviamente deciderete voi", per usare le parole di "Musica!". Per l'Album italiano, per esempio, potrà decidere a proprio piacimento fra DeAndrè, De Gregari, Battiato, Dalla o Ramazzotti, mentre per l'Artista italiano avrà di fronte a sé un ampio spettro di possibilità, e cioè DeAndrè, De Gregari, Battiato, Elio e le Storie Teseo Zucchero. Qualora poi volesse per esempio premiare DeAndrè nella prima e De Gregari nell'altra, ma non se la sentisse proprio di escludere Battiato, le redazioni di "Musica!" e Radio Dee Jayhanno pensato anche a questo, e il votante potrà dormire sonni tranquilli recuperando Battiato nella categoria Canzone italiana (ma le soluzioni alternative non mancano: per esempio Battiato come Artista italiano e De Gregari come Concerto dell'anno). "Anche quest'anno" spiega "Musica!" (citiamo da numeri di febbraio-marzo), "al Premio italiano della musica partecipano attivamente i lettori del settimanale e gli ascoltatori della radio: non si tratta infatti di una serie di riconoscimenti attribuiti sulla base delle classifiche di vendita, perché il PIM risponde alla volontà di raccogliere le opinioni del pubblico intorno ai diversi artisti, di puntare sulla valutazione diretta, argomentata, invece di seguire l'arido dato di vendita". Non c'era bisogno di sottolinearlo: chi dubiterebbe che la candidatura degli Articolo 31 in quattro categorie (Canzone italiana, Band italiana, Rap italiano, concerto italiano) risponda alle ragione dell'arte? MarcelloLorrai

0-------t------'"I s~:!~: l--------+-----i ~Gianc...,__.,,._,.__arlo Asc... . .__ari ~~Carosellod'altrestorie &li esordi di ogni forma di espressione sono in genere segnati da invenzioni ed esperimenti che fissano i confini e le potenzialità di un territorio con una forza creativa che raramente si ripresenterà in seguito. Cosìè stato in questo secolo per il cinema, il fumetto, la grafica; e così anche è avvenuto per la pubblicità televisiva. Lamostra su «Carosello»curata da Marco Giusti che, dopo una prima data a Milano si sposterà quest'anno a Napoli, Roma e Torino, racconta gli albori di questo tipo di comunicazione in Italia e presenta, raccolti in una meticolosa ricerca, una serie di materiali che hanno segnato sottotraccia la memoria collettiva del nostro paese. Sia l'allestimento che il catalogo della mostra, estremamente rigorosi nel presentare personaggi, slogan e autori, delineano un percorso che poco ha a che fare con la nostalgia e molto con alcuni temi estremamente attuali. Si descrive infatti nascita, evoluzione e morte di un formato pubblicitario assolutamente anomalo nel panorama internazionale e invece strettamente intrecciato con i tempi del boom economico degli anni Sessanta:una storia molto italiana. Fin dalla prima puntata, nel '57, il linguaggio di «Carosello»si dimostrava diretto erede, più che dei modi pervasivi della pubblicità americana descritta da Vance Packard ne I persuasori occulti, delle rime baciate del Corriere dei Piccoli d'anteguerra e delle filastrocche per bambini: «Carosello»era dunque un meccanismo seriale che mirava al lato infantile di un pubblico che si affacciava a un nuovo mondo di merci, accompagnandolo per mano in un percorso che dal televisore portava alla lavatrice, all'utilitaria, alla Una mootra ci riporta alle origini della nootra televi6ione e della pubblicità, 60ttolineando la ditterenza ri6petto agli 6pot odierni: il teoto e la 6ceneggiatura contro la centralità dell'immagine e il pe6o degli ettetti 6peciali società dei consumi. Come la Rai che lo ospitava, quel siparietto pubblicitario viaggiava così in equilibrio tra divertimento e didattica; ma, a differenza del suo ospite, raramente annoiava. Era uno spazio popolato di personaggi e gagmolto simili a quelli del fumetto o delle comiche cinematografiche, uno spazio in cui la parola aveva un peso pari a quello dell'immagine. Infatti da quei pochi minuti di pubblicità nascevano tormentoni verbali che rapidamente divenivano luoghi comuni, quasi segnali di integrazione nei nuovi modelli consumistici. Proprio l'importanza del testo, della sceneggiatura, segna la distanza tra «Carosello»e gli spot odierni, sempre più costruiti sulla centralità dell'immagine e degli effetti speciali. Ma c'è anche un'altra grande differenza: la durata estremamente lunga di quei vecchi filmati, che già allora irritava non poco le agenzie pubblicitarie internazionali, abituate a ritmi più serrati. Questo consentiva però agli autori di costruire caratteri ben definiti, storie complesse, spesso veri piccoli film. Non è perciò un caso che con questo formato si siano misurati registi e attori come Paolo e Vittorio Taviani, Mauro Bolognini, Totò, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Ugo Gregoretti, Alberto Lionello e persino uno scrittore come Luigi Malerba. Ma «Carosello»è stato anche una grande palestra per il disegno animato italiano, che produsse personaggi come «Angelino» di Paul Campani, ,,Ulissee l'ombra» di Roberto e Gino Gavioli, «UncaDunca»di Bozzetto, «I cavalieri della tavola rotonda» di Marco Biassoni. «Silavorava in fretta- ci raccontava proprio Marco Biassoni- e con pochi soldi. Leagenzie pubblicitarie non producevano le idee internamente. Erano le case di produzione, che allora comprendevano sceneggiatori e disegnatori, a proporre le soluzioni creative. Leagenzie, poi, sceglievano tra le offerte delle varie case di produzione. Allora fare pubblicità era abbastanza facile, non c'era tanto da studiare il marketing. Eppure inventando i caroselli si puntava a fare qualcosa di memorabile, qualcosa che si notasse in mezzoa alla programmazione di allora. Mi sono trovato a girare caroselli per sedici anni fino al 1976,quando la trasmissione è terminata con l'arrivo del colore. Per chi come me faceva cartoni animati è stata una fine traumatica: si chiudeva proprio quando finalmente avremo potuto lavorare con il colore». Il tempo lungo di «Carosello» segnava anche un tempo preciso della giornata, quello in cui venivano messi a dormire i bambini; che potevano così sfuggire a Mike Bongiorno e agli interminabili sceneggiati televisivi. Ma quella di «Carosello»è anche la storia di un modello perdente, che venne soppresso nel '76 con l'avvento del colore: troppo artigianale e provinciale per i mercati internazionali in cui ormai l'Italia era inserita. «Carosello»però continua ad apparire nei palinsesti d'improvviso e agli orari più improbabili, come un fantasma in bianco e nero che si ostina a riproporre merci ormai scomparse da anni; e crea in chi lo vedeva da bambino uno strano spaesamento. I ragazzi di oggi lo guardano e sono convinti anche loro di essere cresciuti con «Carosello»; che diventa così un filo di quella ragnatela di passato fatta di anni Sessantae Settanta, di Beatles e Woodstock, che si stringe a un presente sempre più ignoto.

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