AMERICA GAIN 7 VISIONI D'AMERICA IMMAGINIDIMITOEDIREALTÀ IL GRANDE ROMANZO AMERICANO MAGNUM IN MOSTRA Alberto Rollo Nei tre quarti d'ora di paziente fila per accedere alla mostra Americani. Dagli archivi Magnum le immagini degli States ho avuto modo di chiedermi cosa mai chiamava e soprattutto teneva compatti quelle cento, centocinquanta persone nella clemente sera milanese. Dal tenore delle chiacchiere e dei telefonini accesi per comunicare con chi era già entrato nell 'Arengario, c'era ben poco da cavare, se non quel po' di imbellicità che affratella signorine e signorini dalle occupazioni di poca identità e molta immagine. Ma - sono sicuro - c'era del) 'altro. Anche il pubblico più rattrappito dalle mollicce insanie del benessere rischia di essere "redento" da un bello spettacolo, da una bella manifestazione di intelligenza. E comunque si avvertiva una attrazione inespressa - esprimere non è chic, non è cinico - che aveva ben poco a che fare con le tristi dinamiche dell 'evento di promozionale memoria e implicava, invece, qualcosa di simile alla seduzione delle certezze.L'America - ebbene sì - è ancora una certezza. L'immagine degli Stati Uniti e la cultura che veicola è uno dei noccioli che resistono nello sfascio, nello scialo. Basterebbero cinema e popular music per cominciare a fare i conti. Ma sarebbe ingenuo sottovalutare il romanzo, che dalla Seconda guerra mondiale in poi ha conquistato un posto accanto ai monumenti della tradizione francese e russa. Americani è una mostra di grandi reporter, di grandi fotografi, ma come è forte - qui più ancora che nel cinema - la tentazione del "grande romanzo americano", dell'opera che tutte le racchiude e che periodicamente vorrebbe prender forma e consistenza (solo nell'ultima decade ci si sono misurati almeno tre scrittori diversissimi fra loro - Tom Wolfe, Harold Brodkey e Don De Lillo arrivato alla millequattrocentesima pagina del suo Underworld non ancora dato alle stampe). Qui la tentazione è dentro la singola immagine, perché il "romanzo" (I 'assemblaggio, l'immagine tradotta in sequenza) appartiene un po' ali' allestimento e molto alla sintesi casuale dello sguardo. Non solo: qui chi cerca il romanzo americano è spesso un obiettivo che americano non è: ci sono una trentina di fotografi europei compresi nel catalogo Magnum. Prendiamo Monument Valley di Harry Gruyaert (belga): in primo piano un uomo di spalle sta inquadrando la moglie seduta - e anch'essa di spalle - che guarda verso le cattedrali di roccia rossa che hanno fatto da sfondo a tanti film western; il cielo è azzurrissimo, la sabbia rossa, e tutto è a fuoco: la sagoma dell'uomo, la silhouette della donna con la gonna a fiori, il profilo delle montagne. Ci si chiede di tutto questo lindore cosa resterà nella foto famigliare che sta scattando l'uomo dal berretto celeste, che cosa resterà di questa vacanza, di questo segmento di vacanza. Come farebbe una coppia di mezza età in Piazza San Pietro, i due coniugi provano a portarsi a casa un reperto del loro Paese, un brandello del loro tempo, l'eccezionalità della scena che li rende protagonisti e Guyaert non ci consegna né quella vacanza, né quel reperto, ma la calda fissità che inchioda la ritualità del viaggio, la ritualità della coppia, la laica sacertà di uomini e luoghi. In fondo il "romanzo" americano comincia qui dalla natura e dalla famiglia: c'è una serietà nell'accadere della foto-ricordo, nell'antico disegno della valle che quel po' di ironia suggerita dalla scelta del soggetto si disperde nella nettezza dei contorni. Si pensi a uno scrittore come Richard Ford, ma anche a Raymond Carver: stessa nettezza, stessa programmatica impettita ingenuità (dove il programma non coincide con artificio ma con rispetto di un canone dettato dalle cose piuttosto che dalla scrittura). L'America dei fotografi Magnum è in gran parte quella che ha accompagnato più generazioni nel contrastare la minaccia retorica, le estenuatezze decadenti, i neoclassicismi accademici sempre in agguato nella cultura europea. La New York di Richard Kalvar e Bruce Davidson, la Chicago di Danny Lyon, certe inquadrature di Eliott Erwitt ci continuano a rimandare l'America che verso la fine degli anni sessanta volevamo ritrovare - e questo accadeva a Milano, ma è noto che il fenomeno è ben più ampio - in alcune aree della cintura suburbana - il villaggio ACNA a Cesano Maderno, la Bicocca Pirelli e il villaggio Falck, le campagne industriali a est di Rogoredo - in un continuo e immaginario traghettamento verso ciò che ritenevamo fossero i dintorni di Pittsburgh, la periferia di Chicago, il mid-west. Un universo, insomma, industriale, sottratto alla "consolazione" delle grande tradizione occidentale. Il "grande romanzo americano" è stato per molti di noi non un'opera specifica ma un singolare impasto di musica, versi, immagini cinematografiche, pagine di narrativa che - me ne rendo
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