vuto proteggermi dalle manate che tentavano di superare la mia scorta. Ciascuno dei presenti avrebbe voluto curare personalmente la mia condanna. Mi pareva di sentirle le mani insoddisfatte di quegli uomini; un processo li assolveva dalla tentazione di comportarsi come mi ero comportato io. Mi avrebbe ucciso la legge, loro sarebbero rimasti innocenti. Solo che non c'era traccia di giudice, a meno che non si volesse considerare tale il capo del gruppo che mi aveva catturato, che adesso tentava di zittire la folla per prendere la parola. Il pubblico, tutto in piedi come a un comizio, era alle sue spalle, non alle mie. Era il pubblico il giudice di questo processo: quel coro di sguardi e di insulti in cui non potevo non riconoscere una comunità nemica scampata al mio fucile. Loro pretendevano che attendessi la sentenza a testa bassa, ma io non avevo nulla di cui farmi perdonare e continuavo a guardarli negli occhi, detergendomi dagli sputi con la manica della tuta. A un certo punto il capo è riuscito a imporsi e, dopo avermi detto che lui presiedeva questo tribunale a nome del popolo, mi ha chiesto: "Ti pare giusto aver lasciato quest'uomo senza moglie?" e mi ha indicato l'uomo senza baffi. "Ti pare giusto aver lasciato questo bambino senza mamma?" e mi ha indicato il bambino con l'automobilina. "Ti pare giusto aver ucciso la figlia di questa donna? E di questa? E di questa ancora?" e dalla folla sono spuntate qua e là le madri delle mie donne fantasma. "Ti pare giusto aver offeso la nostra libertà? Ti pare giusto aver perseguitato la nostra vita? Ti pare giusto aver condannato della gente inerme che aveva la sola colpa di abitare questo angolo di città in questo FotoGraziano Bortolini.Trottodal volume: Cubo:Bianco y Negro. STORIE/COVACICH 77 angolo di mondo?" e con un cenno dell'indice verso il basso mi ha mostrato il suo mondo, quello sbagliato. "Quasi la metà dei bambini che frequentavano questa scuola è finita sotto i tuoi colpi. insomma, ti pare giusto tutto questo?" "Sì" ho risposto io. Così è finita quella farsa, ed è cominciata quest'ultima settimana. Non mi hanno più toccato da quel giorno. Quando mi portano da mangiare o mi accompagnano a svuotare il secchio dei bisogni, mi guardano come se fossi di un altro pianeta. Sento in loro una specie di smarrimento. Adesso che se ne è andato I'entusiasmo rabbioso della prima ora, probabilmente non sono più tanto sicuri di riuscire a uccidermi. Questo forse li aiuterà a capire quanto è difficile farlo a mente fredda. Per fortuna il mio cuore non creerà certo complicazioni. Essendo il cuore di un albero già morto, basterà ficcargli una otto millimetri sotto lo sterno, che scoppierà come un sasso di sabbia. Io posso soltanto aspettare - scrivendo, sognando, fingendo di parlare, fingendo di dormire. Quasi ogni notte faccio lo stesso sogno. Cammino verso la fermata dell'autobus e incontro il biondo col giubbotto di pelle. Il suo viso è quello del capitano. Ho molta paura. Il marciapiede è veramente un nastro trasportatore e sopra ci girano cartoni di carne in scatola. Il capitano mi accarezza la guancia col dorso delle dita. Gli chiedo se riuscirò a farcela anche questa volta e lui, sorridendo con la frangia sugli occhi, mi fa un segno lieve con le mani che indica il destino. Ci salutiamo. Quando gli volto le spalle lui tira fuori la pistola dal giubbotto e mi spara alla nuca. Mentre muoio, capisco che lo ha fatto per non farmi soffrire.
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