Linea d'ombra - anno XV - n. 123 - marzo 1997

76 STORIE/COVACICH si alle altre belle a cui avevo imposto di essere sincere, non tardava a vendicarsi. Ero ossessionato dalla loro presenza. Ho passato giorni e giorni a masturbarmi pensando a loro. Immaginavo quelle donne dall'espressione seria, impenetrabile, diventare di colpo disponibi li, a tratti addirittura spudorate. Mi facevano proposte oscene, con lingue e labbra senza misura, da morte laide e puttane, e io mi abbandonavo alle loro mani esperte. Tenevo i fucili appoggiati sul davanzale come delle canne da pesca, il binocolo puntato sulla strada, e facevo delle scopate estenuanti fissando il soffitto. La stanza si stringeva sulle mie tempie, le comprimeva in una morsa di cosce sudate, e io mi svuotavo sulla patta dei jeans col terrore di chi si sta dissanguando (non ho mai capito perché il capitano mi avesse tolto la divisa per quel paio di jeans logori; d'altronde sono molte le cose che non mi so spiegare del capitano: perché, per esempio, l'ultima sera mi ha salutato con un bacio?). Gli umori del mio corpo avevano impregnato il divano, mescolandosi al suo odore di pelle animale e a quello del tabacco, creando un tutto acre e ospitale, una specie di trappola a forma di tana nella quale restavo incastrato. Era il luogo da cui mi sarei dovuto liberare, dove quei fantasmi con la bocca aperta come in punto di morte mi prosciugavano quel poco di vita che avevo ancora dentro. Talvolta provavo a lavarmi il cervello con i video porno che mi portava il capitano, ma tutti quei negri enormi, quelle mosse comiche, quei tagli sempre aperti come sorrisi sdentati nulla potevano contro le mie aguzzine, che erano donne per bene, donne che per strada camminavano dritte senza salutare, che provocavano senza rispondere, al di sopra di ogni sospetto. Quelli sono stati giorni di miseria e di umiliazione. Li ho subiti senza reagire, prendendoli per quello che erano: una vendetta femminile. Tutto questo succedeva quando non sparavo. O meglio, era proprio tutto questo che mi faceva rallentare, che mi faceva lasciare i fucili sulla finestra come se quelli di sotto dovessero abboccare da soli. Mi è capitato anche di essere sorpreso dal capitano a metà pomeriggio, sprofondato nel mio giaciglio con la bottiglia di slivovice in una mano e l'uccello nell'altra. Allora il capitano si infuriava, diventava un vero capitano, mi diceva che ero un soldato, per di più un tiratore scelto, che ero lì per fare il mio dovere, che sapeva che era un lavoro duro ma che dovevo pensare alla giusta causa per cui combattevo. Le mie schifezze ero libero di farle la notte, quando non potevo sparare: così diceva. Solo che io la notte avrei voluto dormire. Dico avrei voluto, perché neppure questo mi riusciva. Col primo buio la strada ammutoliva. I rumori e i lamenti di poco prima erano già ricordi, echi del silenzio che mi giravano intorno come iene affamate. L'idea di avere sotto i piedi quell'enorme torre di vetri scuri come il cielo che l'avvolgeva, e di vederla, tutta fitta di cellette, correre giù giù fino al pianoterra senza uno straccio di essere umano, quell'idea di aria sprecata, di vuoto assoluto, non mi faceva chiudere occhio. Stavo lì seduto a oliare i fucili e pensavo che intanto qualcuno era indaffarato a sgomberare il marciapiede dai miei cadaveri. È stato un mattino come gli altri, col sole che pioveva da sinistra e la strada riflessa dalla luce blu dei finestroni del grattacielo, che mi sono accorto che, a due tre alla volta, degli uomini sempre diversi si fermavano all'ultimo riparo, dietro la fermata dell'autobus, e guardavano a lungo nella mia direzione, senza mostrare l'intenzione di passare. Per paura di essere individuato quel mattino non ho sparato, ma evidentemente era già troppo tardi. Chissà da quanti giorni mi controllavano. Sono rimasti lì per ore a indicare verso i miei uffici, avvicendandosi continuamente, senza agitarsi, ma anche senza nascondere che erano lì per cercarmi. Alle due è arrivato il capitano. Gli ho detto che avevo l'impressione di essere braccato, lui mi ha risposto che potevo stare tranquillo, che avevamo in pugno la città, ma si è scurito in volto come se gli avessi rovinato una sorpresa. Non mi ha rimproverato di non aver sparato al mattino - il capitano teneva il conto dei miei morti - e questo mi ha stupito molto. Andandosene, mi ha detto: "Non dare significato a cose che non ce l'hanno", e mi ha dato un bacio. li pomeriggio l'ho trascorso incollato al binocolo, fumando e mangiando datteri. Sul nastro trasportatore non passava più nessuno e anche questo era molto strano. Quando il sole è scomparso dietro il profilo destro del grattacielo, ho pensato che sarebbe stato bello poterlo seguire, e scomparire insieme a lui da quella scena grigia che era la mia. In un modo o nell'altro sono stato esaudito. Ali' ora del capitano, al posto dei giri di chiave, sono arrivate le martellate degli uomini che erano stati per tutto il mattino con le dita puntate verso le mie finestre. Gli incursori mi hanno assalito tutti insieme, come un'unica macchina punitrice. I loro colpi, se possibile, erano ancora più violenti delle loro urla. Si intimavano a vicenda di smettere, perché non morissi troppo presto, e seguitavano a battermi come un tappeto. Uno mi teneva un ginocchjo sul collo, con una mano mi tirava la testa indietro, con l'altra, a pugno chiuso, mi entrava in bocca e negli occhi. Un altro mi prendeva a calci sulla schiena, un altro sul petto. Un altro ancora mi tirava per i piedi perché i calci dei suoi compagni raggiungessero i loro bersagli profondi. Erano quattro o cinque o sei, senza tute o mimetiche, vestiti normalmente, come per andare a lavorare. Io mi ero rassegnato ad aspettare che si stancassero. Stavo chiuso a riccio con le mani sulla pancia e sentivo dappertutto punture di dolore. A un certo punto uno di loro, credo il capo, nell'affanno mi ha detto che sarei stato processato da un tribunale popolare e gli altri hanno fatto la faccia sdegnata da persone civili, per marcare senza parole le concessioni di cui erano capaci. Poi hanno raccolto i fucili e le munizioni, e senza smettere di imprecare su mia madre, la mia terra e i miei lamenti da bambino, mi hanno fasciato la testa col nastro adesivo, dalla fronte al mento, lasciando libere solo le narici. Da quel momento, fino all'ingresso della scuola, un lago nero mi ha stretto alla gola e sono piombato nell'isolamento più totale. Sentivo il corpo muoversi fuori dal mio controllo, assecondare gli spintoni giù per le scale, dentro una macchina, godere dell'aria fresca che gli solleticava la pelle. Ma io non ero con il mio corpo. Io ero rimasto con la mia testa, in quel bozzolo di tela plasticata. Proprio adesso che scendevo nel mondo e potevo sentirne il motore in azione, passando tra le sue case, nelle sue vene vive e animate, proprio adesso che c'ero anch'io su quel marciapiede, mi costringevano a restare da solo. Tre settimane dopo la cattura, mi hanno ripulito alla meglio, mi hanno fatto indossare una tuta sportiva con la stella rossa sul petto, poi mi hanno condotto per una serie di corridoi, bui e dritti come quelli di un carcere vero - di tanto in tanto la porta aperta di una classe mostrava un interno ancora addobbato dai disegni chiassosi dei bambini, ma senza i banchi che l'ultimo inverno aveva divorato. D'un tratto mi sono trovato nella palestra della scuola e ho capito subito che si trattava dell'aula del mio processo. La palestra era piena di gente che urlava bastardo, figlio di cagna, vigliacco, assassino e altre cose del genere. Passando tra il pubblico per raggiungere il posto che mi era stato riservato - sotto canestro, spalle al muro, come per una fucilazione - ho do-

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