Linea d'ombra - anno XV - n. 123 - marzo 1997

chi l'uomo senza baffi, controlla le ragazze con sospetto perché gli pare che lo guardino come se già sapessero che toccherà a lui, visto che a loro non può toccare. Evidentemente lui stesso sa che le sue carte non sono importanti - nessuna carta è così importante da essere portata sotto braccio in un involucro di nylon - documenti, pagelle, poesie che siano, potrebbero restare a sventolare sul marciapiede accanto al suo cadavere che non cambierebbe nulla. Mi preparo a sparare. L'uomo senza baffi è partito camminando, con le mani protegge la testa del bambino. Tutti si aspettano che spari, ma io mi limito a tenerlo nel mirino fino a che non arriva dall'altra parte. Il bambino scende dal marsupio e il padre gli dà un'automobilina per giocare. Anche le due giovani donne partono camminando, è come se dicessero: "Quel figlio di puttana dorme, non può succederci niente". Sparo il primo caricatore solo per avvertirle che si sbagliano, le vedo irrigidirsi un attimo e poi correre all'impazzata. Non hanno più nessun segreto per me: sono due pezzi di vetro trasparente che filano a gambe levate. Carico il secondo fucile. Respiro, butto fuori tutta l'aria, miro sulla più carina: tre millimetri avanti l'incrocio delle linee nel primo cerchietto - "mai mirare esatto", mi ha insegnato il capitano, "il dito arriva sempre troppo tardi". Primo colpo, alla spalla: mentre cade le vedo il bianco degli occhi. L'arnica si gira indietro, la guarda come se tutto ciò non fosse possibile e seguita a correre. La inquadro meglio, sento già il rumore del suo corpo in frantumi, ma vengo distratto da un altro movimento: l 'uorno coi baffi è corso dalla donna ferita e ora, con una mano sola - con l'altra tiene ancora il pacco di carte - tenta di trascinarla al riparo. Secondo colpo, all'addome: la donna si piega sul braccio dell 'uorno come un cappotto senza nessuno dentro. Lui bestemmia e la tira verso di sé, questa volta con tutte e due le mani. Il plico gli è caduto per terra, le carte sono uscite dal nylon. Respiro di nuovo a fondo: devo stare attento a non colpire lui. La donna muove ancora la testa; è con lei che devo continuare. La sua arnica ormai è fuori tiro e grida·e piange e mi insulta. Terzo colpo: errore. Quarto colpo: i documenti, le pagelle o le poesie svolazzano qua e là e subito atterrano. Quinto colpo, nel cuore del cranio: l'uomo smette anche di bestemmiare, lascia a terra quel che resta della donna, si pulisce il viso col dorso della mano, torna indietro camminando lentamente, come se avesse capito, e poi continua a camminare senza variazioni, con lo stesso passo, anche quando sa di essere al sicuro. Metto giù il fucile e lo seguo col binocolo. Lui continua e continua, forse verso casa, forse pensando alle risate del ragazzo biondo e a quel suo modo di alludere al destino. Ogni giorno conoscevo meglio la gente, ogni giorno avevo nuove storie che pretendevano di essere ricordate, tanto che avrei preferito ritornare ai mucchi dell'inizio: quegli insiemi anonimi di carne, ossa e sangue che a un certo punto si rompevano e finivano la loro strada senza troppe conseguenze, restando fuori dalla mia vita. Passavo il mio tempo tra il davanzale e il divano, lo scandivo sulle visite del capitano. Veniva una volta alle due, a portarmi il pranzo e la cena insieme, e una volta verso le nove, col primo buio, a portarmi la banana per il mattino seguente. Potevo chiedere ogni ben di Dio che lui me lo portava: cioccolato, datteri, sigarette americane, videocassette porno, salviettine umide e profumate per lavarsi, acqua e slivovice per bere. "Altro che embargo", diceva, "noi a quelli dell 'Onu gli pisciamo in testa". Io lo aspettavo come un cane, volevo raccontargli le storie dei morti; ma lui non permetteva che parlassimo di lavoro, diceva che quando c'era lui con me dovevo approfittare per distrarmi. Così i morti mi restavano dentro e tornavano alla carica quando ero STORIE/COVACICH 75 nuovamente solo: la parrucchiera, il musicista, la vecchia, il suo cane, i tre bambini col lecca-lecca, i due innamorati, l'uomo col bastone, quello col carretto dei giornali, quello con gli occhiali tenuti dall'elastico e, tra gli ultimi, la giovane donna con lo smalto nero sulle unghie. Le due arniche abitavano insieme? Non certo in famiglia: nessuna madre permetterebbe alla figlia di uscire con le scarpe col tacco se i cecchini sparano per le strade. "Mettiti le scarpe da ginnastica", "Mamma, la guerra è una tua invenzione": chissà se la sopravvissuta e riuscita a fare le sue cose importanti (un affare? un lavoro? una scopata?) oppure è tornata a vedere la sua arnica? Chissà se pensa ancora che la guerra è un'invenzione di sua madre? La sera sarà sola anche lei come me, anche lei come me vedrà la sua amica distesa sul letto accanto, ancora con le scarpe in tasca, come niente fosse, con la testa ridotta a una frittata. E l'uomo coi baffi (un burocrate? un insegnante? un poeta)? E l'uomo senza baffi? E suo figlio? E la nonna? E poi tutti quelli che passavano di là anche due volte al giorno, che non potevano sapere che avevo deciso di graziarli, e che ripetevano, quindi, ogni volta la stessa corsa con la stessa bocca spalancata di chi si aspetta il peggio e vuole che gli arrivi il prima possibile. Quando, ormai in salvo, mi cercavano tra i finestroni con la rabbia che gli galleggiava negli occhi, avrei voluto avvertirli che avevo scelto le loro vite, che potevano stare tranquilli e passare tutte le volte che volevano, che sì, insomma, anch'io avevo le mie preferenze, delle preferenze che non avrei saputo, né saprei spiegare. Non so perché non ho ucciso la donna che ha perduto una bambola mentre raccoglieva la frutta sul marciapiede, non so perché non ho ucciso quegli sbruffoni che mi mostravano il culo e mi insultavano per farsi belli con le ragazze. Resterà un mistero anche per me. Erano altri, comunque, i pensieri che mi rodevano: le donne, per esempio, la loro bellezza, la vita che mi tenevano nascosta e a cui, pure, ammiccavano continuamente. Ogni donna mi tradiva, ogni suo orgasmo era un orgasmo regalato a un altro che non ero io. Più era bella e più era colpevole, più cresceva la sua ingenuità di credersi invulnerabile, più mi sbatteva in faccia la mia lontananza dal mondo. Le studiavo a una a una, le spiavo dentro, dove volevano e non volevano che guardassi. La loro fermezza, la loro indifferenza, il loro essere, nonostante tutto, belle era una costante provocazione. Era come se mi dicessero: "Tanto tu non puoi capire, però sapessi come ci trasformiamo in certe occasioni". Di ognuna mi sono chiesto come godeva, come muoveva gli occhi, le labbra e le ali del naso quando non era così superba, quali smorfie faceva quando smetteva di fingere tutto quel controllo, quando si lasciava andare a quel gioco a cui mi invitava con un battito di ciglia o un colpo di coda tra le spalle, sapendo bene che non avrei mai potuto avvicinarla. È per questo che le ho uccise. Come potevo anche solo sperare di sorprenderle con i collant arrotolati alle caviglie e il fiatone, se ero costretto a vivere a sedici piani da terra? L'unico modo era interrompere la loro passerella con una fucilata. Allora le cose cambiavano. D'un tratto il volto si smagliava come una calza: il panico gli apriva buchi sempre più larghi e da lì faceva uscire i segni della verità. A questo volevo costringerle a smascherarsi, lì, in mezzo alla strada, a essere più umili e meno cattive. Solo dopo, che vedevo i loro corpi disfarsi come marionette sull'asfalto, mi prendeva la tristezza, il rammarico di non averci ricavato nulla. Avevo davanti agli occhi la massa inerte di un morto, privo di intenzioni, uguale a qualsiasi morto, assolutamente inutile. In compenso, nella mia testa quell'ammasso di capelli e cenci inzuppati si ricomponeva rapidamente e, unendo-

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