GIUSTIZIA Mauro Covacich Mauro Covacich è nato a Trieste nel 1965. Ha pubblicato due romanzi Storia di pazzi e di normali (Theona 1993) e Colpo di Lama (Neri Pozza 1995). Il terzo, intitolato Mal d'autobus, uscirà in aprile per i tipi di Marco Tropea. Collabora a "La stampa", "L'Unità" e al "Diario della settimana". "Quando i pagani, che non hanno la legge, per natura agiscono secondo la legge, sono legge a se stessi; essi dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza". (Lettera ai Romani, 2,14) È passato un mese da quando mi hanno preso, e poco meno di una settimana da quella specie di processo. Ogni giorno potrebbe essere l'ultimo, lo so, ma io sento di essermi fermato già da tempo, come un albero che fa finta di essere ancora vivo, dritto in piedi in mezzo agli altri, mentre dentro non gli scorre più neanche una goccia d'acqua. Appena entrato, mi hanno consegnato un secchio di plastica per i bisogni, una bottiglia di slivovice, dei fogli a quadretti e una penna. lo ho chiesto della carta igienica e loro mi hanno risposto che questa è una scuola, che è diventata prigione solo per caso (solo per causa mia), e che potevo pulirmi il culo con la carta a quadretti se non volevo scriverci sopra, che quella non mancava, ma che era meglio per me se la usavo per scrivere, che mi conveniva insomma, se non volevo che i miei sensi di colpa si mangiassero l'anima a morsi di cavallo, se non volevo che la cattiva coscienza e la paura mi soffocassero prima del tempo. Non è che la morte mi faccia tanta paura - ne avevo di più quando mi hanno scoperto; in realtà mi pare di conoscerla, l'ho vista vicino a me così tante volte che la considero già una cosa mia. La sento con me, che mi accompagna, eppure ancora lontana. Intuisco la sua presenza, familiare, come un cane che donne, ma appena mi dico che non sono ancora io quello morto, lei scappa via veloce, lasciandomi sul petto un'orma a forma di ciambella. Fino a questo momento la morte per me è sempre stata quella dei miei morti, intendo dire di quelli che ho ucciso io. E probabilmente per loro ero io la morte. li capitano una volta mi ha detto: "Si può vedere quella degli altri, ma la propria la si può soltanto immaginare". E immaginare non è mai come vedere. Comunque, paura o no, ho seguito il consiglio dei miei carcerieri e mi sono messo a scrivere, tanto non ho più nulla da perdere. Io, che da scuola sono scappato, come sono scappato di casa, che adesso mi trovo a fare i compiti per tutte le volte che li ho saltati: cose da non credere. Mi hanno rinchiuso nella bidelleria di una scuola che dev'essere una specie di quartier generale clandestino. Quando mi ci hanno buttato dentro sono riuscito a vedere sul cornicione della STORIE/COVACICH 73 porta la scritta BIDELLERIA in ottone. Tranne che per un materasso di gommapiuma, pescato da chissà dove in mio onore, la stanza è rimasta quello che era: con l'angolo delle scope e dei detersivi, ovviamente svuotato, le scatole dei gessi, la plafoniera che pende dal soffitto, aggrappata ai fili della corrente, la bacheca delle chiavi, come quella degli alberghi, ma senza chiavi, la radiolina, guasta, e un appendiabiti con una cintura lucida e nera, credo di un grembiule, lasciata lì quasi a tentarmi, rimasta a dirmi che se voglio posso, che per loro fa lo stesso, basta che muoia. In alto, una finestra stretta e sporca fa filtrare il giorno col contagocce. A pensarci bene, non è che il nascondiglio dove mi trovavo prima fosse più ospitale. Gli uffici delle assicurazioni coprivano praticamente tutto il sedicesimo piano del grattacielo che avevamo isolato - isolato si fa per dire, visto che la zona era quasi completamente disabitata, pur essendo nel cuore della città. Nessuno ci faceva più i suoi affari, nessuno ci veniva più a dormire. Chi era obbligato a passarci camminava col broncio e i pugni chiusi come per prepararsi a una zuffa. Il capitano, prima di andarsene, mi ha ordinato di non muovermi dai due uffici che davano a Sud, e per essere più sicuro che lo ascoltassi ha bloccato tutte le porte che po11avano all'esterno e ali 'altra ala del piano. Bisognava sigillare la mia postazione contro le possibili incursioni del nemico. Minore era lo spazio che avevo a mia disposizione, meno fatica avrei dovuto fare per controllarlo. Con quei giri di chiave ho sentito che se ne andava il mondo e ho capito che il mio compito, un compito molto importante, era quello di restarne fuori. Da lassù si godeva una vista perfetta, pressoché totale, quella che solo un tiratore scelto come me poteva meritarsi. li sole al mattino illuminava la città da sinistra, la trattava sempre allo stesso modo, con il chiaro e le ombre di una volta, anche se tutti dicono che è cambiata. Da lontano, a Sud, vedevo i fumi densi delle granate salire dalle piste dell'aeroporto, circondate da campi gialli, immobili, desolati, e poi una marmellata di case grige, sempre più strette le une alle altre a mano a mano che si avvicinavano al centro. A destra intuivo la collina dello zoo, e più indietro, un posto che sapevo alle mie spalle, il centro sportivo, con le sue tribune, i suoi spazi verdi, le strisce rosse per correre e le vasche celesti per nuotare. Pareva che la guerra non avesse toccato niente. La città in effetti c'era ancora, solo che tratteneva il respiro. Stava sempre lì con tutti i suoi pezzi più o meno a posto, solo che tratteneva nelle case gli uomini che prima la facevano respirare. Ogni mattina si lasciava guardare, esposta a tutto ciò che le pioveva in testa, impassibile come un corpo morto. A me che l'ammiravo da così in alto pareva che la guerra l'avesse fatta diventare una cartolina. Comunque io non dovevo badarci, non ero stato portato lì per questo. Il mio compito non era certo quello di stare a contemplare il panorama, ma quello di tenere sotto controllo le due vie che si incrociavano sotto le mie finestre, con tutto ciò che ci passava sopra, ovviamente. Lì vicino infatti la città non sembrava tanto immobile come quella che ammiravo in lontananza; era piuttosto un brulicare discontinuo e singhiozzante di macchine e persone. La gente aveva imparato a riconoscere l'area che tenevo sottotiro: dalla fermata dell'autobus (dove nessun autobus si fennava più) alla fine del marciapiede all'angolo opposto dell'isolato. Un 'unica corsia di circa cento metri senza ostacoli o coperture, che scorreva come un nastro trasportatore sotto il mio naso. li marciapiede andava sempre uguale, in continuazione - qualche volta credo di averlo visto muoversi veramente - e la gente ci
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