Linea d'ombra - anno XV - n. 123 - marzo 1997

72 STORIE/CARRARO "Non c'erano degli stracci una volta?" Gli indico la borsa che li contiene, assieme agli attrezzi. Fa tutto lei. Io non riesco a muovermi. Sono come paralizzato a fissare tutto quel sangue che ha imbrattato il muso della macchina. È incredibile quanto ce n'è. E poi? "Come e poi? Stavamo andando a cena da Angelo, no?" "Ma scherzi?" "Dobbiamo fare tutto come se non fosse accaduto niente, hai capito? ... Ma che fai?, non piangere, non piangere ..." Adesso è lei a consolarmi. Mi trovo avvinto al suo seno, i singhiozzi mi squassano il petto. "Non piangere, piccolo mio, non piangere ..." Erano anni che non mi chiamava "piccolo mio" ed erano anni che non piangevo. Dal funerale di mio padre. La abbraccio am:h' io, con foga, piangendo sulla sua spalla. La ricrescita è a un palmo dal naso, ma adesso posso guardarla quasi senza angoscia. "Come siamo potuti arrivare a tanto?" le dico. Lei mi guarda perplessa. Poi sorride e riprende a concentrarsi sulla guida. Svolta ancora. Adesso stiamo percorrendo l'arteria principale di Fregene. I marciapiedi sono deserti e le insegne accese dei bar con le saracinesche mezze abbassate mettono tristezza. "Dio, che desolazione, come farà a viverci Francesca in questo mortorio ..." Annuisco. Le ripeto macchinalmente ch'è lui, Angelo, che vuol starci anche fuori stagione, per via dello stabilimento. "Ma perché, tu credi ancora alla favola che lavora allo stabilimento?" "Perché, che fa secondo te tutto il giorno?" "Non lo so. So solo che gli stabilimenti lavorano solo d'estate." "Ma le migliorie ..." "L'anno scorso che migliorie ha fatto, scusa?" "E allora dove va tutto il giorno?" Nello sguardo le brilla una luce sinistra, ma non ci bado. Ci fermiamo a un bar per comprare un dolce. Mentre Ludovica entra nel locale, io resto a guardare la macchina, che adesso sotto la luce del lampione e delle insegne è tutta illuminata. Accendo una sigaretta. Passeggio davanti alla macchina con l'aria di chi sta ingannando il tempo. In effetti abbiamo lavorato di fino. La vettura è linda, come forse non lo è mai stata. Eccetto il cerchione della ruota sinistra. Mi accosto, mi chino per vedere meglio. Accidenti, lì sotto è un disastro. E poi anche nella paite interna del pai·afango. Cristo! Ludovica mi viene incontro tutta sorridente ancheggiando sul marciapiede con la confezione delle paste in mano. "Be', che è quella faccia?" "Guarda là sotto!" Lancia un'occhiata furtiva tutt'intorno, poi si china. "Cristo!" esclama. Immediatamente mi ordina di entrare in macchina e parte a razzo e svolta alla prima traversa, fermandosi dietro un camper parcheggiato. "No, qui è troppo pericoloso," le faccio, "ci sono tutte ville..." "Ma chi vuoi che ci sia a novembre!" "Eppoi non abbiano più stracci." "Cosa?" fa lei, sgranando gli occhi. "Che hai fatto, li hai buttati?" "E certo, volevi portarteli dietro?" Ci pensa un po' su. Poi fa: "No, no, giusto, giusto." Resta ancora pensosa a guardare i riflessi sul cristallo anteriore. Seguiamo entrambi la sagoma di un gattone bianco che sbuca dalla ringhiera di cinta di una villa e attraversa pigro la strada accostandosi alla macchina e comincia ad annusare il copertone e il parafango insanguinati. "Vattene, vattene via!" le urla lei dal finestrino aperto. "Ma che ti frega, lascialo stare!" "Vattene via, brutta bestiaccia, vattene, vattene via ..." Riparte. Ci avviamo verso la spiaggia libera. La strada che abbiamo imboccato si stringe sempre più e va a morire proprio sull'arenile fra due muretti di mattoni crudi. Ludovica mi chiede il fazzoletto, cava fuori anche il suo dalla borsetta, un delizioso fazzolettino di seta bianca a pois rossi. Se lo guarda un po', poi dice risoluta uscendo dalla macchina: "Be', a quanto pare non abbiamo altro". Scendo anch'io e avanzo al suo fianco verso la battigia. C'è un vento forte proveniente dal mare che solleva la rena in mulinelli lividi. Ci proteggiamo entrambi gli occhi con un braccio. Grossi cavalloni spumeggianti si frangono sulla riva. Il profumo di sale e iodio ossigenato è fortissimo, eccita e stordisce. A un certo punto Ludovica, vedendo svolazzare al vento la mia cravatta, mi fa: "Dài, toglitela!" Esito un poco, le ricordo che è di Armani, ed è costata un occhio della testa. "Avanti." Torniamo presso la macchina e ricominciamo a pulire. Alla fine abbandoniamo quegli straccetti luridi su una duna sabbiosa sparsa di plastica, cocci e immondizia. Torniamo sulla riva per lavarci le mani. Il vento è sempre forte ma adesso che abbiamo sudato fa quasi piacere. Ridacchio osservando Ludovica che saltella vicino alla risacca per non bagnarsi i piedi. Ride anche lei. Comincia a squillare il telefonino dentro la sua borsa. Ludovica guarda l'ora ed esclama, portandosi una mano alle labbra, come un marmocchio colto in flagrante nel mezzo di qualche marachella: "Dio, sono quasi le dieci. Sono loro. E adesso che gli diciamo?" "Digli ... Digli ... Ecco, di' che abbiamo bucato e che ormai è troppo tardi e stiamo tornando a casa ... Okay? ..." Ludovica mi guarda interrogativa, poi attiva il cellulare: " ... No, no, abbiamo finito adesso ... È stata un'impresa, lo sai com'è Mario ... Ho dovuto fare tutto io... Sono lurida dalla testa ai piedi ... No, vi avrei chiamato adesso ... No, scusate, sono mortificata, però ormai facciamo un'altra volta, davvero, mi sento a disagio così ... Grazie, grazie ... Scusate ancora ..." Scoppiamo a ridere. Poi ci togliamo le scarpe e ci sediamo sulla riva e guardiamo il mare burrascoso, tenendoci per mano come due innamorati. Restiamo a lungo senza parlare. Il rumore forte del mare smorza gemiti e conati. Ma continuo a rivedere quell'ombra frastagliata che guizza sul cofano e il taglio verticale della ferita sul cranio. "Sono preoccupato per quel ragazzo" Mi stringe di più la mano. "Anch'io. Ma cerchiamo di non pensarci, okay?" Ludovica va a prendere le paste in macchina, poi torna e scarta il pacchetto. Mangia di gusto e mi guarda fumare coi suoi occhi languidi e azzurri. "Davvero ti faccio schifo?" "No, amore, no, o sai che non so più quello che dico quando mi prendono i nervi."

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