Linea d'ombra - anno XV - n. 123 - marzo 1997

70 RACCONTITALIANI L'INCIDENTE AndreaCarrara Andrea Carraro, che ha esordito nel 1990 con l'acerbo (e parzialmente autobiografico) A denti stretti (Gremese), educazione "esistenziale" di adolescenti scandita da asprezze e disarmato candore, pubblica nel 1994 // branco (Theoria), ispirato a una storia vera di stupro collettivo, nel paesaggio degradato (anche linguisticamente) dell'hinterland romano. Questo romanzo, caso unico di libro affossato dal film (mediocre) che ne è stato tratto (di Marco Risi), rivelava soprattutto una genuina disposizione a un "lavoro" sul linguaggio (con un originale impasto di dialetto ibridato e di lingua di consumo, di parlato grezzo e di sapiente artificio letterario) e una capacità di fenomenologia del male (una rappresentazione impassibile, "amorale" ma animata da una segreta pietas). Con l'Erba cattiva (Giunti 1996), storia di un parricidio e della delusione di un sogno giovanile, Carrara continua l'esplorazione attenta degli stessi desolati luoghi o non-luoghi (tra la capitale e i paesi limitrofi) e poi questa intrepida immersione nell'orrore celato dentro i rapporti affettivi, dentro il cuore del nucleo famigliare. Pur con qualche ripetizione (di temi e di situazioni del romanzo precedente) Carrara ci racconta qui storie e destini di insolito, drammatico rilievo, attraverso una so1ta di corto circuito tra i conflitti laceranti che agitano questi personaggi (tutti un po' "primitivi", convulsi e afasici) e una dimensione di normalità quotidiana, ritratta con incisività e con precisa "cattiveria". Andrea Carrara, nato a Roma, dove lavora presso una banca, è collaboratore abituale dell'"Unità" e del "Diario della settimana", per cui scrive reportage e recensioni. (Filippo La Porta) "Non ho voglia di affrontare questo argomento." "Eh certo, non ha voglia lui!" "Proprio così, mi sono rotto i coglioni di sentirti ripetere sempre le stesse cose, tu non sai quanto ..." Apro il finestrino, lascio che il vento entri nella macchina scompigliandole l'acconciatura. "Chiudi, chiudi t'ho detto!" "No, ho caldo." "Mi spettino tutta, chiudi, per favore." "No." Non ci rivolgiamo parola per un bel po'. Lei guarda con aria tragica il proprio profilo riflesso sul finestrino e la campagna tenebrosa che lambisce l'Aurelia. "Così non si può continuare." Non le rispondo. Accelero. Ormai all'interno dell'abitacolo è un vo1tice d'aria. Ludovica si protegge invano la chioma con tutte e due le mani. La odio. Vorrei scaricarla in mezzo alla strada e urlarle dietro, "Zoccola, fatti rimorchiare da qualche camionista", come Mastroianni in La dolce vita con la sua moglie appiccicosa. "Hai intenzione di comportarti così tutta la sera?" "Può darsi. Sono cazzi miei come mi comporto." "Ma che t'è preso?" Adesso mi scuote un braccio, con aria supplicante, lagrimosa. "Te l'ho detto," rispondo calmo, "mi hai rotto i coglioni". "Basta, basta di parlarmi così ... Hai capito, basta ..." Mi scuote con maggiore impeto. "Hai capito, mi senti quando ti parlo? ..." "Se continui così, mi fai sbandare e ci rompiamo la testa. È questo che vuoi?" Il mio tono di voce è serafico, proprio quello che ci vuole per farle perdere definitivamente il controllo. "Potevi dirmelo, restavamo a casa." "Questa serata," riprendo, "l'hai voluta tu. Io ne avrei fatto volentieri a meno". "Certo, così potevi uscirtene con la tua sgualdrina!" Inchiodo al lato della strada, presso l'uscita per Castel di Guido. Le mollo due sberle, lei abbassa la testa e allora le afferro i capelli con una mano e riprendo a schiaffeggiarla con l'altra. Ludovica piange, si divincola, urla: "Lasciami, lasciami, bastardo ..." "Mi hai rotto il cazzo, capito?, non ne posso più delle tue malignità, delle tua stupida gelosia!" "Perché, non è vero allora? Di' che non è vero che te la scopi. Dillo, dillo ... Lo vedi, non parli mica ..." E allora giù altre legnate. Mentre la picchio non posso non guardarle la ricrescita bianca sulla scriminatura larga, le zampe di galline attorno agli occhi bistrati. "Lasciami, lasciami, mi vuoi ammazzare?" Abbandono la presa, riparto. Ludovica soffoca l'onta in singhiozzi soffocati. La mia rabbia invece non è ancora sbollita. Mi sento affluire sangue alla testa, tutto il corpo contratto in un fascio di muscoli e nervi. "Non può continuare così davvero, hai ragione tu. Mi stai rovinando gli anni migliori della mia vita." "E tu, allora?, e tu?" fa lei piagnucolosa. "Ti sbagli," ringhio fra i denti, "se pensi che sono soltanto sazio di te. Magari fosse solo questo. È che ormai mi fai schifo, sì, schifo. Non sopporto più niente di te". "Torniamo indietro, allora, e portami da mia madre." "No." Esco dalla consolare, imbocco a razzo la strada vecchia, stretta e tortuosa, cinta da alberi su entrambi i lati e poi da alti canneti. Sto sui novanta, cento, centodieci. A misura che aumento la velocità, la strada si stringe. Ludovica trema tutta di paura, ma non fiata. Tiene stretta la mezzaluna di gomma sopra il finestrino e fissa concentratissima la fettuccia d'asfalto illuminata dai mezzifari. Poi succede tutto con l'ineluttabilità di un incubo notturno. Un motorino affiora improvviso nel fascio di luce dei fari, un'ombra indistinta scivola sul cofano davanti, uno schianto potentissimo seguito da una vibrazione di tutta la vettura e da un rantolo strozzato. E poi la frenata che non finisce più con I 'asfalto che divora i copertoni. Sono fermo sul margine della strada col cuore in gola, gli occhi sgranati che non vedono nulla. Il rumore è cessato ma continua dentro. Un'occhiata a Ludovica che a sua volta mi guarda, atterrita. "Oddìo, oddìo, oddìo ... L'abbiamo preso, oddìo, oddìo ..." "Calmati, tesoro, calmati, vado a vedere ..." Scendo dalla macchina con le gambe tremolanti, mi sporgo su li 'orlo del fossato, assai più profondo di quanto non sembrasse dalla strada. Fra i rottami del motorino c'è il corpo di un ragazzo riverso su un lato. Lo scialbo chiaro di luna gli illumina il profilo macchiato di sangue. Lo sento ansimare debolmente. Faccio per scendere, ma Ludovica caccia un urlo lamentoso alle mie spalle. Mi volto: lei sta indietreggiando con le mani fra i capelli. Mi slancio verso di lei, che mi sviene fra le braccia. "Sveglia, amore, sveglia, che hai, che hai ..." La trascino fino alla macchina, la adagio sul sedile, la schiaffeggio debolmente sulle guance. Finalmente si rianima. "Che è successo, andiamo via," mormora a fatica, in uno stato di semicoscienza, gli occhi a mezz'asta, "ti prego, andiamo via ..."

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