Linea d'ombra - anno XV - n. 123 - marzo 1997

68 DALL'INDONESIA/TIMOR EST donesia, ma la delicata fase storica in cui aveva iniziato ad incanalarsi l'Asia di quel periodo (si era appena conclusa la disastrosa avventura statunitense in Indocina), contribuì a far cadere nel nulla le accuse. Gli Usa, preoccupati dell'avanzare del socialismo nella regione, non volendo rischiare di perdere un alleato prezioso forte di 150 milioni di persone, preferirono sacrificare il piccolo popolo timorese, limitandosi a lanciare un proclama in cui ci si augurava che l'integrazione di Timor Est all'Indonesia avvenisse velocemente e senza troppe perdite di vite umane. Ironia della sorte, ancora una volta le speranze di Washington crollarono di fronte alla determinatezza del popolo isolano ed oggi, a distanza di vent'anni esatti, l'integrazione all'Indonesia di Timor Est è avvenuta solo nominalmente nel giugno del 1976 con la dichiarazione di Balibo. Di fatto né le Nazioni Unite, né i timoresi stessi considerano il territorio come una delle 27 province del potente vicino. Ma, cosa ben più tragica, è che neppure l'auspicato risparmio di vite umane si è avverato. Osservatori internazionali pongono tra le I 00 e le 200.000 le vittime timoresi durante il ventennio di occupazione, a cui debbono sommare almeno 10.000 militari indonesiani. Inoltre la lotta di liberazione condotta dal Fretilin e l'opposizione popolare all'invasione di Giacarta, ha indotto le Forze Armate ad usare il pugno di ferro. Ne è scaturito un vero e proprio regime di terrore, nell'ambito del quale le autorità indonesiane hanno disseminato ovunque spie ed agenti segreti creando un clima di sospetto avvertibile immediatamente a chiunque giunga a Timor Est dalla confinante provincia di Timor Ovest. Il contrasto è stridente: nella parte occidentale dell'isola, colonia olandese fino al 1945 e da allora provincia indonesiana, si respira un 'atmosfera più rilassata. Qui a Timor Est, invece, "anche il tuo migliore amico di sempre, domani o oggi stesso può divenire il tuo accusatore principale" afferma un responsabile religioso. Questa frase, accostata al fatto che è praticamente vietato ai locali parlare con stranieri, spiega il perché il timorese orientale sembra così lontano dal carattere aperto e sereno che contraddistingue il vicino occidentale. E limita anche la possibilità dello straniero a rendersi disponibile al dialogo: chiunque potrebbe essere un informatore dell "'intelligence": dal venditore di noci di cocco che sta appostato di fronte ali' entrata della sede della Croce Rossa, al ragazzo che ti chiede dove sei alloggiato. "L'Intel (la polizia segreta, n.d.a.) ha una fitta rete di informatori che paga 30.000 rupie al mese (circa 13 Usd, n.d.a.) se assoldati a tempo pieno, o 3.000 rupie per ogni informazione utile", rivela uno studente universitario, organizzatore del partito Democratico Unito, un'associazione politica messa al bando pochi giorni dopo la nascita nel 1994 perché difendeva i diritti di base dei cittadini e lavoratori timoresi, oltre che auspicare la supremazia dei poteri civili su quelli militari. I "collaborazionisti" sono stati considerevolmente aumentati da quando l'Indonesia, nel 1989, ha deciso di perire la regione al turismo, considerando oramai sopita ogni istinto d'affrancamento. Ma, assieme ad indubbi successi ottenuti dall'esercito indonesiano, come la cattura di Alexandro Xanana Gusmao e Antonio Gomes de Costa "Mauhunu", rispettivamente numero l e 2 del Fretilin, si sono registrati altrettanti numerosi autogol, il più clamoroso dei quali è il massacro di 170-300 timoresi al cimitero di Santa Cruz il 12 novembre 1991. Questo fatto oltre ad avere attirato sul governo di Giacarta una pioggia di critiche, dalle Nazioni Unite ad Amnesty Intemational, dagli Stati Uniti alla Chiesa cattolica, ha concesso al problema di Timor Est qualche spazio nei palinsesti dei mass-media mondiali. li giornalista australiano fohn Pilger, che assieme al regista inglese Max Stahl ha preparato per una televisione privata britannica il documentario "Morte di una nazione", afferma che dopo gli scontri di Santa Cruz, almeno altri 200 prigionieri furono uccisi a sangue freddo dai militari nei giorni immediatamente seguenti. È così, a dispetto della dichiarata "normalizzazione", Timor Est dal 1991 ad oggi è divenuta un vero e proprio vulcano che potrebbe scoppiare da un istante ali 'altro, a meno che I' Indonesia conceda il diritto ai 700.000 abitanti di pronunciarsi tramite un referendum sul loro futuro, come chiedono da tempo le commissioni internazionali ed il vescovo di Diii, Belo. Le stesse autorità sono consce di questo pericolo e impediscono ai giornalisti stranieri di entrare nella regione, sopportando a mala pena i funzionari della Croce Rossa ed i missionari già presenti. "Il governo indonesiano ha investito ingenti somme di denaro e sforzi umani in Timor Est, tanto che il V Piano Quinquennale di Sviluppo, che si è concluso nel marzo I 995, ha registrato la crescita economica record del I0% con un forte incremento del1'industrializzazione e d_elcommercio nella provincia" spiega Soedarto, Presidente dell'Ufficio per la Pianificazione dello Sviluppo Regionale, lasci<!ndo intendere che simili investimenti non possono andare persi per creare una nuova nazione al di fuori dello stato indonesiano. Ed è proprio in questa differenza di vedute che sta il maggior ostacolo nel dialogo tra le due parti antagoniste: il pragmatismo dello sviluppo economico contrapposto ali 'idealismo della libertà, come spiega bene Josè Pinto, membro del Fretilin ed oggi clandestino: "L'Indonesia sta investendo a Timor Est più che in ogni altra provincia dello Stato. Voi potete vedere uffici pubblici, università, ospedali, potete percorrere strade moderne, ma ai timoresi tutto questo interessa relativamente. sanno che gli uffici pubblici sono diretti da indonesiani, i professori universitari propagandano la Pancasila, le strade sono state costruite per scopi bellici e per facilitare il trasporto del caffè dalle piantagioni di proprietà degli ufficiali militari alla città. Lo straniero che giunge a Diii può rimanere favorevolmente sorpreso dall'esteriorità, ma se indaga più a fondo viene a scoprire che, tolto il velo, non rimane nulla. No; a noi timoresi tutto questo non interessa. Noi timoresi vogliamo una sola cosa: la libertà." FotoPiergiorgioPescali.

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