Linea d'ombra - anno XV - n. 123 - marzo 1997

64 VEDEREL,EGGERE 1 ASCOLTARE nelle lettere a Bethge: questo è l'epistolario fondamentale dal punto di vista speculativo, e su questo piano il carteggio con Maria von Wedemeyer non aggiunge elementi sostanziali. E tuttavia, se si considera la freschezza e l'intensità con cui il severo teologo, avviato ormai verso i quarant'anni, visse da lontano la relazione con una donna tanto più giovane e così diversa da lui, si può supporre che quella vicenda abbia pur influito sulla sua ultima maturazione; per questa ragione credo che quel carteggio avrebbe forse meritato maggiore spazio entro una ricostruzione così attenta a valorizzare non solo gli sviluppi dottrinali, ma anche i percorsi e le svolte personali del protagonista, per quanto si collegano a tali sviluppi e possono contribuire a spiegarli. Nella lettera inviata a Maria von Wedemeyer il 16 aprile 1944, in occasione del ventesimo compleanno, egli ripensa ai propri lontani vent'anni: "Allora io credevo ancora che la vita consistesse in pensieri e libri; stavo scrivendo il mio primo libro e ne ero, temo, molto orgoglioso[ ...] Tu fortunatamente non scrivi libri, ma fai, sai, scopri, riempi con la vita vera ciò di cui io ho solo sognato. Conoscere, volere, fare, sentire, in te non sono divisi, ma formano un grande tutto, e una cosa viene rafforzata e completata dall'altra. Tu questo non lo sai, e questa è la cosa migliore; forse io non dovrei nemmeno dirlo - quindi scordalo e resta sempre quello che sei, restalo per me, perché questo è ciò di cui ho bisogno, ciò che ho trovato in te, ciò che amo - il tutto, l'indiviso, di cui ho nostalgia e desiderio. Sei così giovane, e lo resterai sempre, per me". Bonhoeffer vede nella futura moglie la figura in cui spirito e vita si riconciliano nell'esistenza terrena, o meglio vivono nella loro petfetta e originaria armonia. Il severo ascetismo, ostile al "mondo", di certe pagine di Sequela si stempera in queste lettere d'amore in cui sentiamo infine riecheggiare Goethe, non a caso citato più volte nel carteggio con lei. Riportata sul piano teologico, questa apertura di Bonhoeffer non si traduce peraltro - e sta qui il principale motivo di interesse per noi - in una semplice riproposizione della teologia liberale, in una rinnovata apologia del mondo con i suoi "valori eterni", con la sua "cultura" e la sua "morale". Al centro resta la croce, a indicare il rovescio della storia del mondo, l'impossibilità di accettarlo semplicemente per quello che è. "Resta un'esperienza di eccezionale valore" egli scrive in occasione del Natale 1942, "l'aver imparato infine a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei sospetti, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi, in una parola dei sofferenti. [...] Tutto sta nel non far diventare questa prospettiva dal basso un prender partito per gli eterni insoddisfatti, ma nel rispondere alle esigenze della vita in tutte le sue dimensioni; e nell'accettarla nella prospettiva di una soddisfazione più alta, il cui fondamento sta veramente al di là del basso e dell'alto". L'emergere e l'affermarsi nell'ultimo Bonhoeffer di questa prospettiva risultano tanto più stupefacenti se si pensa a quanto elitari fossero gli ambienti da cui veniva, la sua sensibilità e i suoi gusti. Come egli ribadisce a Bethge nel luglio 1944, "non è l'atto religioso a fare il cristiano, ma il prender parte alla sofferenza di Dio nella vita del mondo": l'intima, dolente pietas nei confronti del mondo che soffre diventa infine lo stretto passaggio attraverso cui il cristianesimo può ancora parlare a un mondo divenuto adulto. NELVORTICEDEGLIINTRIGHI ILRIMEDIOUNIVERSALE DIDANIELCHAVARRIA DaniloManera Daniel Chavarrfa, nato a San José de Mayo (Uruguay) nel 1933, ha avuto una gioventù scapestrata, con mille mestieri in varie terre d'America e d'Europa: cercatore d'oro, marinaio, artigiano, attore e altri, anche ai margini della legge. Dal 1969 si è stabilito a Cuba, laureandosi in Lettere Classiche e lavorando per anni come professore universitario di tali materie. Nel 1978 ha pubblicato il primo romanzo poliziesco, Joy, cui ne sono seguiti altri due, Completo Camagiiey (1982) e Primero muerto ( 1983, intitolato Contracandela in una recente riedizione), scritti a quattro mani con il cubano Justo E. Vasco. Con il romanzo successivo, La sexta isla (che è uscito da noi presso Interno Giallo nel 1992, nella traduzione di Pino Cacucci, ed è annunciato da Marco Tropea) ha ottenuto il Premio della Clitica nel 1984. Chavarrfa è poi tornato al giallo nel 1992 con Alla ellos, Premio Hammett, ora portato in Italia da Marco Tropea col titolo Il rimedio universale (trad. di Sandro Ossola, pp.411, Lire 29.000). Infine ha pubblicato nel 1994 un elegante romanzo storico ambientato nell'antichità greca, all'epoca di Pericle, El ojo Dyndimenio, munito di ampio glossario e mappe, che ha meritato in Messico il Premio Planeta-Joaqufn Mortiz e in Uruguay quello del Ministero della Cultura. Sul primo numero della rivista del neopoliziesco latinoamericano "Crimen y castigo", edita in Messico, diretta da Paco Ignacio Taibo II e coordinata da Leonardo Padura (che è tra i più solidi autori cubani di gialli), è comparso nel 1995 un eccellente romanzo breve di Chavarrfa, Adi6s muchachos. Quest'ultimo testo contiene un succoso spaccato di certi aspetti della vita cubana attuale perché ha tra i suoi protagonisti la giovane Alicia, jinetera specializzata nell'abbindolare turisti, la quale s'imbatte nel bel Juanito King, avventuriero al servizio di un magnate olandese degli alberghi col cui ha un rapporto omosessuale e che un giorno schiatta scivolando sull'oliva di un martini. Juanito e Alicia fingono un rapimento per estorcere denaro alla famiglia del 1iccone, ma vengono buggerati a loro volta da uno sfigatissimo contabile che può così realizzare i suoi sogni di felice ritiro a Bali. Adi6s muchachos contiene gli ingredienti classici del genere poliziesco e di quello erotico, con un taglio però tutto suo: non compaiono poliziotti, non ci sono delitti, il sesso è liberamente scelto e vissuto come festa e spettacolo, i ladri (aspiranti tali o effettivi) non vengono presentati in maniera negativa. Tali caratteristiche sono ancor più eloquenti se contestualizzate nella Cuba di oggi. Ma veniamo al romanzo giunto ai lettori italiani. Il "rimedio universale", scoperto nel 1970 in Brasile, è un decotto ricavato da un albero della regione amazzonica del Tapajoz che, oltre ad avere prodigiose capacità analgesiche e tonificanti, provoca un sonno istantaneo durante il quale si può indurre chi l'ha bevuto a sviluppare risolutamente in futuro determinati comportamenti a cui è predisposto. L'interesse verso l'estratto chiamato tapajine da parte dell'industria farmaceutica viene

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