62 VEDEREL, EGGERE 1 ASCOLTARE Troeltsch), la quale vedeva nel cristianesimo e nel mondo due entità fra loro conciliabili. Il volume presenta diversi elementi di novità dal punto di vista storiografico: la sottolineatura della crescente distanza da Lutero (pur restando Bonhoeffer un luterano convinto) sul tema legge/vangelo; la messa in luce del graduale emergere nella sua opera dei temi sapienziali, con la forte accentuazione che essi ricevono nella produzione degli ultimi anni; la nuova collocazione che viene in tal modo attribuita a Sequela nel suo itinerario complessivo. * In una lettera inviata ai genitori nell'estate del 1943 egli scrive: "Le mie letture mi fanno vivere completamente nel Diciannovesimo secolo[ ...] un'epoca in cui si poteva scrivere in un tedesco così chiaro e così semplice deve aver avuto una sostanza molto sana". Il vincolo con il mondo dell'Ottocento e con i valori di cui si nutre la sua famiglia - appartenente al ceto molto elevato e circoscritto dell'alta borghesia delle professioni, imparentata con grandi famiglie della nobiltà terriera della Germania nordorientale - è per lui un caposaldo essenziale. Basti pensare al suo legame intenso con la nonna Julia, alla cui morte, nel 1936, egli avverte che i valori del passato che ha incarnato non scendono con lei nella tomba. E forse ancor più significativa risulta in questo senso la raccolta, recentemente pubblicata, delle lettere che scambiò con la fidanzata Maria von Wedemeyer negli ultimi anni di vita: quelle lettere ci introducono con vivezza nel mondo dei grandi agrari della Pomerania e della Prussia orientale, intriso di moralità e di intensa religiosità filtrate dai legami e dalle tradizioni familiari, e scandito dai cicli e dalle ricorrenze del calendario liturgico. Ripensando a quelle cerchie e a quel clima, scorgiamo fra l'altro le ragioni profonde dell'amore di Bonhoeffer per un autore quale Adalbert Stifter: proprio quella sua scrittura sommessa e niente affatto alla moda, quella sua rappresentazione un po' manierata di una campagna ricca di intensa e severa moralità, con la celebrazione quasi fiabesca della schiettezza e delle gioie della vita familiare, rappresentano per lui il motivo più profondo di fascino della sua prosa. Nell'indicare la provenienza di Bonhoeffer da quel mondo lontano, Gallas mette in luce come egli non sia animato solo da nostalgia nei confronti di esso. Fin dall'inizio cerca infatti di riannodarsi al passato per superarne i limiti, in vista di un ripensamento critico e spregiudicato degli immani compiti che si pongono a un pensatore cristiano del suo tempo. D'altra parte, proprio questo suo acclarato legame con temi e valori dell'età imperiale consente innanzi tutto di spiegarne le concezioni sociali e politiche: per tutta la vita non cesserà mai di difendere la visione del mondo della borghesia ottocentesca, credendo fra l'altro di riconoscere in essa un solido baluardo contro l'irrazionalismo nazista e contro l'esaltazione del sangue, del suolo, del Ftihrer; nei confronti dei movimenti di massa resterà sempre apertamente diffidente; e quando si spingerà a pensare il futuro della Germania dopo il nazismo penserà a un ordinamento autoritario dello stato. * Tutta la sua riflessione si connette e si alimenta alle concezioni sulla Chiesa, nella quale primariamente si esplicano la fede e la vita cristiane. Gallas è attento a valorizzare tale dimensione storica e collettiva: nella comunione ecclesiale Bonhoeffer scorge un fattore potente di resistenza e di risposta alla secolarizzazione, e non è certo un caso che si convinca di ciò dopo il viaggio a Roma nel 1924, che gli consente di capire alcune delle ragioni e dei punti di forza del cattolicesimo. Sta qui uno degli aspetti di fondo del suo dissenso da Karl Barth, il maestro cui, nonostante le divergenze anche notevoli, resterà sempre unito: rispetto all'individualismo barthiano, egli avverte fin dall'inizio l'esigenza di porre la Chiesa al centro della propria riflessione teologica, non solo in quanto oggetto della teologia, ma in quanto luogo stesso del teologizzare. A partire dalla metà degli anni trenta, scorge peraltro lucidamente che la Chiesa protestante non può illudersi di sospendere indefinitamente il proprio giudizio nei confronti del violento regime nazista, senza condividerne alla lunga le responsabilità morali. È fra i primi ad avvertire la portata dell'antisemitismo e a esigere dalla Chiesa di prenderne le distanze. Ma la Chiesa in parte si illude di potersi mantenere fuori dalle tensioni, in pa1te è, con i "Deutsche Christen", apertamente complice dei nazisti. Bonheffer è allora fra quanti danno vita alla Chiesa confessante, cioè a quell'esperienza autonoma, ispirata da Barth, prima sordamente contrastata dal nazismo e dalle gerarchie ecclesiastiche e poi apertamente perseguitata dal regime. Le pagine che Gallas dedica agli anni che vanno dal suo abbandono della carriera accademica e dalle prime prese di posizione sulla questione ebraica ai tempi del sinodo di Barmen (1934) e della fioritura della Chiesa confessante all'assunzione in essa della responsabilità della formazione (in quanto direttore del seminario di Finkenwalde, 1934-1937) e poi ancora al breve soggiorno americano ( 1939), ali' inopinato ritorno e al servizio prestato nel controspionaggio militare tedesco (dal 1940 sino alla cattura, avvenuta nell'aprile 1943) seguono con grande finezza i nessi tra produzione teologica, scelte pastorali e convinzioni politiche. Il suo evangelismo, che trova la più nitida espressione teorica nella rilettura del Discorso della montagna compiuta in Sequela , non lo conduce verso approdi velleitariamente minoritari. Al contrario, egli è sempre preoccupato di portare il messaggio evangelico fuori dal cerchio della piccola chiesa dei pe1fetti. Questa visione compo1ta di per sé una certa mutevolezza di prospettive, che non si spiega esclusivamente con ragioni tattiche. Nei rapporti col protestantesimo e con la stessa sua Chiesa confessante si accorge presto di essere in una condizione sostanzialmente marginale. Senza rinunciare a dire la propria parola, spesso scomoda, è peraltro ben attento a non restare del tutto isolato. Tale preoccupazione di fondo spiega ce1te discontinuità nelle concezioni e nei comportamenti. In un primo tempo conduce una rigorosa opposizione intraecclesiale: sembra che a questo punto (intorno al 1933) sia preoccupato solo di testimoniare un'estrema resistenza dentro la Chiesa tedesca: smette allora di confrontarsi con la filosofia (in particolare con Heidegger e con Schleiermacher, con cui si era lungamente misurato), scrive Sequela (1937) e tenta di dare faticosamente
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