Linea d'ombra - anno XV - n. 123 - marzo 1997

VEDEREL,EGGEREA,SCOLTARE 61 saggezza tradizionale in un momento di crisi. Penso all'appello anarchico di Goodman per il decentramento e per un'autonomia locale basata sulla vita comunitaria, alla sua insistenza su un equilibrio più vivibile tra valori urbani e rurali, al suo ricordare che la tecnologia rientra propriamente sotto la giurisdizione della filosofia morale e non delle équipe di 'Ricerca e sviluppo' delle grandi aziende o del Pentagono, alla sua critica del sistema di istruzione irreggimentato e dei mass media che uccidono l'arte e promuovono modelli di vita consumisti e venali. Per quanto non si possa affermare che tali idee siano ora vincenti in termini concreti, esse fanno certamente parte delle verità in cui crediamo, e Goodman è uno di coloro che ci guidano nel cercare di tradurle in pratica". Ma esistono altre ragioni, riferite ad altri ambiti di pubblico, per le quali Goodman continua a essere importante. Una di queste è l'interesse per la terapia della Gestalt, un campo in cui egli mantiene un ruolo riconosciuto e distinto rispetto alla sua figura di letterato e di militante anarchico. Faccio riferimento a Taylor Stroehr per confermarmi nell'idea che, qualora "trasferito in termini significativi nell'ambito della psicoterapia", il pensiero anarchico teso alla ricerca, nella tradizione di Kropotkin, "di una collettività di cittadini capace di contare sulla propria iniziativa e potenzialità di risorse, che non sia in balia di un sistema al di fuori della propria esperienza reale ma abbia consapevolezza di sé e del proprio mondo e possa agire in vista del proprio bene" costituisca precisamente il fondamento e le finalità della terapia della Gestalt. Ancora un altro settore specialistico di lettori di Goodman si è creato attorno a Communitas, il libro pubblicato da un architetto disoccupato e da un pacifista anarchico durante la seconda guerra mondiale. Molto tempo dopo che era uscito dalla circolazione, una serie di estimatori, come Daniel Beli o Lewis Mumford negli Stati uniti, o Carlo Doglio e Giancarlo De Carlo in Italia, continuavano a dire agli studenti che questo libro costituiva la riflessione più importante che potessero trovare sul futuro degli insediamenti urbani. Penso vi siano molte ragioni per cui Goodman, che ebbe legami molto fragili con il movimento anarchico americano della sua epoca, possa essere considerato uno degli anarchici più significativi del ventesimo secolo. Vorrei richiamare I 'attenzione proprio sul suo ultimo articolo, pubblicato sulla stampa americana dopo la sua morte nel 1972, molti anni prima del crollo dell'impero sovietico: "Per me", osservava Goodman "il principio cardine dell'anarchia non è la libertà ma l'autonomia, la capacità di assumersi un compito e di portarlo avanti a modo proprio ... La debolezza del 'mio' anarchismo è che la sete di libertà è una spinta potente al cambiamento sociale, mentre l'autonomia non lo è. Le persone autonome sanno difendersi con tenacia ma con mezzi meno irruenti, fra cui buone dosi di resistenza passiva. Vanno avanti comunque per la propria strada. Il dramma degli oppressi tuttavia è che, se d'un tratto conquistano la libertà, non sanno cosa fare. Non essendo abituati all'autonomia, non sanno cosa significhi, e prima che lo imparino hanno dei nuovi dirigenti che non hanno fretta di dare le dimissioni ..." Trovo che questa considerazione, da cui ci separa un quarto di secolo, abbia un significato di estrema rilevanza, ed è questo uno dei motivi per cui vorrei fossero letti gli scritti di Goodman raccolti da Pietro Adamo in Individuo e comunità. FRACRISTl4NESIMOE MODERNITA Gian Luca Potestà La conoscenza di Bonhoeffer in Italia è fondamentalmente legata alle sue lettere dal carcere nazista (1943-1945). Il "montaggio" della sua vita è avvenuto a partire dalla morte: dall'esecuzione, avvenuta poco prima della fine della guerra nel campo di Flossenburg, si è risaliti a quei documenti straordinari per intensità di vita e per acume teologico che sono appunto le lettere dalla prigionia all'amico Bethge, tradotte in Italia una prima volta da Sergio Bologna (1969), e poi nuovamente, sulla base della nuova edizione tedesca, da Alberto Gallas (l 988). Qui ci si è spesso fermati, questo è i I Bonhoeffer più ampiamente conosciuto, a scapito del resto della sua militanza ecclesiale e culturale e della sua produzione teologica. Rispetto a tale parabola, Resistenza e resa rappresenta in effetti solo il capitolo finale, rimasto allo stato di abbozzo e di frammento. Concentrandosi su di esso, le letture via via proposte sono state fortemente esposte alle mode e segnate dalle prospettive proprie degli interpreti: per lungo tempo il suo messaggio è stato visto quale annuncio della "morte di Dio", più di recente si è fatto di lui l'antesignano di una teologia del frammento. Il volume di A. Gallas, Anthropos téleios. l'itinerario di Bonhoeffer nel conflitto tra cristianesimo e modernità (Queriniana, Brescia 1995), frutto di ricerche condotte lungo quasi vent'anni fra Italia e Germania, si presenta come un testo di fondamentale importanza per superare queste strettoie interpretative. Il lettore italiano dispone con esso di una biografia intellettuale completa, nella quale l'intero percorso bonhoefferiano si rende accessibile e comprensibile, nella profondità delle sue articolazioni teologiche e delle sue scelte esistenziali ed ecclesiastiche. Il titolo dell'opera vuole indicare l'ipotesi interpretativa di fondo: nell'itinerario del grande teologo protestante Gallas scorge quale tratto unificante la sua avve1tita esigenza di superare dicotomie, contrapposizioni secche - come quella fra Chiesa e mondo caratteristica dell'età contemporanea - lacerazioni esistenziali e dottrinali, in vista della ricomposizione di quell'armonia dell "'uomo completo" cui egli mira e al cui modello si ispira nel suo stesso stile di vita: giacché in Bonhoeffer la radicalità delle scelte di fede convive con il gusto della vita apprezzata per quello che è, con equilibrio e misura. Il teologo luterano viene quindi visto in quest'opera non solo come l'epigono di Barth e l'ultimo grande esponente della "teologia dialettica" (caratterizzata dall'idea di una radicale alterità della fede cristiana rispetto alla logica mondana), ma anche come colui che ha tentato una difficile sintesi fra questa e la precedente "teologia liberale" (Harnack,

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