Linea d'ombra - anno XV - n. 123 - marzo 1997

4 "LINEAD'OMBRA" 1997 . SCHEGGEDI TUTTII VERI "LINEAD'OMBRA",UN'ALTRASTAGIONE Alberto Rollo Dal prossimo numero il volto di "Linea d'ombra" cambierà. Grafica più ariosa, più rubriche, più agilità di interventi e di proposte. Cambierà anche la direzione (passerà a Oreste Pivetta), attuando quel salutare ricambio che solo un comitato redazionale storicamente forte può permettersi. Né mancherà, come non è mai mancato, l'apporto del fondatore, Goffredo Fofi. Per uno come lui che, giustamente, afferma che le riviste non si fanno sedendo dietro una scrivania, vige cogente il bisogno di provare altrove e con altri altre strade. La strada di "Linea d'ombra" è quella della rivista di cultura e di cultura eminentemente letteraria. Il destino delle riviste letterarie si fa sempre più difficile (o forse lo è sempre stato) per ragioni che sono in parte di mercato in parte culturali. Non esistendo più una "società letteraria" è arduo supporre che esista un pubblico in grado non tanto di identificarsi quanto di determinare o anche contrastare una "linea" critica: sembra bastare l'informazione dei magazine. Che sia finito il tempo storico della rivista letteraria? O addirittura delle riviste? Forse è necessario fare i conti con altri canali, con altre forme di veicolazione, promozione e provocazione culturale? I conti bisogna farli, ma per il resto sarà bene disilludere, almeno su queste pagine, il gusto giornalistico dei collassi estremi. Non è morto il romanzo, non si è consumata la tecnologia - ancora insuperata, sino a prova contraria - della pagina stampata, e siamo solo nel "dopo" che pertiene alle crisi irrisolte, in un "dopo" sin troppo compiaciuto per risolversi a considerare deserto tutto ciò che è avvenuto prima. Ciò non significa che non sia opportuno prendere in considerazione le macrotrasformazioni che hanno toccato la vita civile e la trasmissione di valori e di come queste abbiano prodotto microtrasformazioni anche sulla realtà - più limitata, più appartata - del mondo delle lettere. Si pensi alla nuova generazione di scrittori giovani nata tutta al di fuori delle riviste, allenata da alcune case editrici a contrattare anticipi sempre più alti, corteggiata dai media, più vicina ai modelli del rock-stardom e comunque dell'industria discografica che a quelli dell'editoria tradizionale. Si pensi a che curiosa lezione di "autonomia" ha dato. In questi ultimi tre anni il gruppo redazionale di "Linea d'ombra" ha dato prova di una saldezza che non è solo esemplare per la consuetudine di frequentazioni creata dal suo fondatore, ma anche per il bisogno di far barriera, di resistere compatto contro tendenze e tentazioni di diversa natura. Per chi abbia a cuore la geografia culturale della rivista non sarà ozioso ricordare che c'è un nucleo di collaboratori a Milano, uno a Roma, uno a Torino, uno a Firenze e poi ancora presenze rilevanti a Perugia, Venezia, Napoli, Palermo. Insomma "Linea d'ombra" è una rivista italiana. Questa è una premessa che oggi vale ancora più di ieri (di quando è nata la testata), e certamente è tra i fattori che ci spingono (e spingono più in particolare Oreste Pivetta) a rinnovare lo spirito che anima il timone editoriale e a consolidare il rapporto con i lettori, abbonati e non. Lo si è ripetuto in moltissime riunioni: il compito di una rivista letteraria come la nostra non è solo quello di creare repertorio, di svolgere quel lavoro di ricerca (in particolare rispetto alle letterature straniere) che le case editrici hanno fatto poco o che comunque fanno trattando ai tavoli delle agenzie letterarie internazionali. Questo compito - ampiamente svolto per tutto un decennio - si è per altro attenuato proprio perché gli editori hanno imparato a sondare terreni sconosciuti, a guardare un po' più in là dei plichi che gli agenti inviano agli uffici esteri. Il vero compito è quello di smuovere le acque, di creare tensioni, di aprire contraddizioni. Non solo: proprio a fronte dell'evanescenza del dibattito o della risentita ininfluenza delle lettere rispetto allo spettacolo del!' informazione e della politica, si dovrebbe avere il coraggio di rivendicare una posizione di aggressiva inattualità, di parlare di "mondo delle lettere" per l'appunto quando la frontiera a cui si viene chiamati come coloni allo sbaraglio è quella della "tecnocultura", della simultaneità della comunicazione, dei "nuovi linguaggi". Chiedere alla letteratura - come sempre avviene nei periodi di crisi profonda - di dare risposte ali' incertezza dei destini generali, al decadere dei valori morali e politici, e soprattutto al vuoto culturale minacciandola se non lo fa di rapida necrosi significa soltanto peccare di strabismo. La letteratura dà già delle risposte: è l'esperienza del mondo a impoverire. A un narratore si può e si deve chiedere il coraggio dell'immaginazione, di non piegare il talento al gusto, di essere fedele alla sfida che ogni forma di "scrittura" lancia a sé e ai lettori. Non certo di confutare la povertà di cui siamo tutti vittime e portatori. Ma a una rivista di cultura letteraria si dovrebbe chiedere di rendere evidente il panorama che fa da sfondo o che addirittura coincide con quella povertà, dalla quale discende anche il gioco polemico con cui spesso - individuando finalmente un nemico - crediamo di dare risposte utili. Fra la logica del! 'accordo che trama molta parte della vita politica italiana e i vertiginosi abissi di violenza o anche solo di indifferenza che si aprono appena fuori dalla porta di casa ci sarà pure un passaggio mancante, una cultura che non si preoccupa, che non vede. Si tratta di mettersi dove manca il passaggio, ostinarsi a vedere di cosa è fatto quel vuoto o di cosa non è fatto. Lo sforzo di descrivere, di circonstanziare, insomma, l 'azione o la non azione, i luoghi e i non luoghi, e naturalmente anche le parole o l'assenza di parole a cui sono legate le for-

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