Penso che l'artista sia un privilegiato e, benché solitario, non solo. Un artista è in una comunità il più sensibile, colui che non può fare a meno di creare, perché, io lo dico così, il mondo gli fa male, per cui deve esprimersi, e può farlo in opere comiche, tragiche eccetera. Il problema dell'artista è formale, ma è tale nella soluzione; il problema di fondo è creativo. Il fatto che sia solitario, ma non solo, significa veramente che questo scemo del villaggio lo può davvero incarnare. È colui di cui tutti pensano di non avere bisogno, invece ne hanno un disperato bisogno inconscio; è colui che tutti deridono, ma in realtà è quello che dice la verità, colui che commuove e interroga il suo popolo, la sua gente tramite la bellezza. Questo per me è un lavoro etico. Quando parlo di "professare le proprie motivazioni", penso al dedicarsi a qualcosa, però non mi sta a cuore l'idea di professionalità che esiste in Occidente, legata soltanto al fatto che ci si guadagna da vivere col proprio lavoro. Mi interessa questo etimo, questa origine della parola "professione", che mi sembra racchiuda un atteggiamento etico nei confronti della propria arte. Quindi vede una sovrapposizione di etica ed estetica nel/' impegno artistico. Assolutamente, per me è così. Spesso amo e rispetto artisti che non si pongono affatto il problema etico, ma normalmente sono quegli artisti che hanno comunque un atteggiamento etico, perché sono dei disperati. Gli artisti "maledetti" sono così. Io ho un po' più di elaborazione diciamo "sociale", per cui ragiono in modo diverso. Parlando di soluzioni "formali", lei ha detto: "lo non sposo un'estetica, ma cerco di dare una forma a bisogni concreti". Inoltre parla di una "pluralità di estetiche". Può chiarirci qualcosa a proposito delle sue scelte formali e, in particolare, cosa intende per "teatro popolare"? La prendo un po' alla larga, per spiegare meglio. Prima di tutto, io sono, ho vissuto e vivrò in un contrasto e spesso fuga dal male e dalla violenza. Questo ha segnato la mia vita. Sono stato un esule, scappato da posti dove la violenza regnava, e con la violenza si faceva finire anche l'attività aitistica. Sono segnato da questo. Prima o poi dobbiamo farne i conti in America Latina, dove credo che abbiamo ancora un'autonomia di dieci, massimo quindici anni di un periodo non violento, prima di un ritorno alle dittature. Scusi la dissertazione: come mai può già parlare di "dieciquindici anni"? È il tempo in cui gli abitanti reggeranno a questo neoliberismo crudele e devastante. Il mondo per me è salvato dall'arte, sostanzialmente penso questo, e io mi occupo dell'arte. Sono un artista. Io considero l'arte la salvezza spirituale dell'Occidente, e al suo interno mi interessa l'infanzia. Mi interessa l'atteggiamento del bambino nei confronti del mondo, quello sguardo primo, non incontaminato ma meno contaminato, non mediato, viziato da ambizioni. Penso che dovremmo riscoprire quello sguardo quando lavoriamo, quando indaghiamo. Considero la scena un luogo di interrogazione. In diversi periodi ho avuto molte certezze. Pensavo che il teatro si faceva in un determinato modo. All'inizio ero molto convinto ideologicamente, quando lavoravo con la Comuna Bayres; poi, quando ho incontrato I 'Odin Teatret, non precisamente I 'Odin, ma la mia grande maestra, lben Nagel Rasmussen, dalla quale ho imparato veramente a lavorare come attore - non a pensare il teatro ma a realizzarlo come attore - ero convinto di una certa metodologia, per cui TEATRO/BRIE 57 sposavo quella metodologia, "odiniana", chiamiamola così, che però ho messo presto in discussione. Oggi non mi interessa dire: "Si fa così". Credo che ogni artista debba trovare un modo particolare di agire che rispecchi la sua sensibilità, la sua storia, il suo percorso e le tecniche particolari che affronta. La scena è per me un luogo dove io interrogo il mondo. La scena è nella vita, ma in un luogo diverso dalla vita. È come se fosse un gigantesco luogo di distillazione degli elementi della vita. Potremmo dire che la scena è una serie di veli, e c'è un vento, il tuo agire, che li muove, e gli spettatori possono vedere dell'altro. È il luogo in cui l'attore incarna una visione che è vista dal pubblico. Una doppia visione: il pubblico che vede un attore che incarna ciò che vede da dentro. Cosa vede? I misteri, le essenze, le cose primordiali, la vita stessa, gli elementi distillati della vita. La mia concezione del teatro è quella di un teatro scarno e semplice. Scarno significa che usa poco, per una ragione non soltanto economica. Alludo anche all'essere scarno che percepisci in un paesaggio. Se tu al mattino esci appena fuori da una città, il mondo è vuoto: c'è qualcuno, c'è qualche animale, qualche persona: è uno spazio in cui accadono delle cose. Nel mondo urbano c'è un 'altra visione, molto più accatastata, di folle, di cose che accadono. Per me lo spazio scenico è un luogo scarno in cui noi diamo forma a delle domande che ci poniamo. Tutta la tecnica che utilizzo è un cercare di affinare, di precisare formalmente delle domande. Questa è l'unica cosa che oggi potrei insegnare alla gente: pensare la scena e porsi delle domande. Non c'è bisogno in ogni caso di dare delle risposte. Una scena è comunque una risposta formale alle domande. lo lavoro molto sull'attore. Noi cerchiamo di costruire un attore "completo" che sia attore, musicista, e che, oltre a danzare, a essere uno che gestisce il suo corpo, che parli, che canti e che suoni, deve anche pensare la scena, deve essere capace di costruire una "metafora" scenica. Questo è un allenamento che facciamo nell'improvvisazione. lo cerco di scoprire insieme ai miei compagni modi di interrogare la scena tramite immagini, metafore e azioni sceniche. Anche qui è un domandare qualcosa e raccogliere elementi che alla fine si sintetizzeranno nella scena. La musica ha un ruolo fondamentale nel mio lavoro. La considero la metà del teatro. Normalmente voglio che sia eseguita dal vivo e vorrei, col tempo, che fosse interamente composta da noi. Si tratta di scoprire in questo caso quale utilizzazione: usare la musica in modo onomatopeico, come contrappunto, come sostegno; la parola che deriva dalla musica o la musica dalla parola, come "travasamento". Ci sono tantissimi modi di lavorare con la musica che cerchiamo via via. "Estetico", alla lettera, è "ciò che si percepisce tramite i sensi". Ciò che mi interessa della mia estetica è che non si trasformi nel suo opposto, in un "'anestesia", qualcosa che addormenta i sensi. Sono due parole che sembrano lontane, ma hanno un'origine comune. Ancora a proposito del "mestiere" cieli'attore, lei ha detto: "Fai qualcosa come se fosse vero che non è vero". Qual è, a suo parere, il rapporto tra realtà efinzione nel teatro? In un certo periodo volevo fare un teatro che fosse quasi come un non recitare. Desideravo, e desidero ancora, un attore "umano", che comunichi e commuova. Chiamo "commozione" quel luogo in cui pensiero e sentimento si uniscono. Questo vorrei provocare negli spettatori. Col tempo mi sono accorto che la "pura umanità", l'estrema comunicazione, può essere figlia orisultato dell'estremo artificio. Se in un certo periodo ho cercato di recitare come nella vita, poi ho cercato di vivere il teatro anche con tutti i mezzi del grande artificio. È come un costante tra-
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