Romeo Castellucci INGANNANDO L'ATTESA SUL GIULIOCESARE DELLASOCIETASRAFFAELLO SANZIO IncontroconPiergiorgioGiacchè Questa non è un'intervista e tantomeno un'inchiesta. È provare a parlare di uno spettacolo che non c'è ancora, attraverso un incontro fra "attore" e "spettatore": un incontro letteralmente fuori luogo efuori tempo, giacché, a rigor di logica, lontano dal teatro e prima dello spettacolo, nessuno è attore e nessuno è spettatore. Si dirà che Romeo Castellucci (che in questo caso è un regista) è comunque sempre un "attore", e che io (che addirittura mi fingo giornalista) sono spesso e soltanto uno "spettatore"; ma a teatro la professione e l'abitudine non c' entrano con il ruolo ma soltanto con l'identità, e nessuno che non sia in scena oppure davanti alla scena accesa, può dire di parlare o pensare da attore o da spettatore, a meno che ... A meno che non si stia entrambi nel limbo di un'attesa - nel luogo di una veglia, nel tempo del!' avvento di uno spettacolo che fra poche settimane o giorni ci sarà - durante la quale un futuro attore e un futuro spettatore di regola non si avvicinano mai e però senza saperlo si somigliano. Sono entrambi curiosi ed entrambi ignari: sono tutti e due 'juori ruolo", ma possono giocare insieme a prefigurarselo, mentre cercano di indovinare se, come, e soprattutto perché lo spettacolo accadrà. È dunque l'Attesa il virtuale foyer dove ci si può incontrare fra attore e spettatore, anche molto tempo prima della Prima. E, nel 'Attesa tutti hanno domande e nessuno ha risposte "attorno" a uno spettacolo non ha ancora visto nessuno, e tantomeno l'attore che è addirittura l'unico che non lo vedrà mai .. Non si può fare un'intervista e nemmeno un'inchiesta: non si può carpire una teoria invisibile o riepilogare la pratica approssimata di un lungo processo di lavoro. Il teatro è un evento, e quell' evento ancora non c'è. E allora, di che si parla "per ingannare l'attesa"? Per lo spettatore, parlare di uno spettacolo senza averlo visto, non è comprare a scatola chiusa ma andare avanti alla cieca verso e dentro le sue ragioni poetiche, le sue necessità o i suoi vizi. Per l'attore, parlare di uno spettacolo che ancora non c'è, è l'unica occasione che si ha per tirar fuori la storia o le storie che "contiene", o meglio che c'erano prima e che - quando appunto ci sarà il teatro - non avranno magari più spazio né senso agli occhi e alle orecchie di uno spettatore. O almeno è questa la promessa che uno spettatore si attende di veder realizzata, ed è questo l'augurio maggiore che si può fare a uno spettacolo ancora di là da venire. Per adesso allora parliamo di Storia, cioè "diamo a Cesare quel che è di Cesare" e sgombriamo così il campo dai presupposti e dagli scarti che - nel frattempo - avranno permesso al Giulio Cesare di Romeo Castellucci - da William Shakespeare e gli Storici latini, di diventare Teatro. Nascita di Giulio Cesare: dal/' actio retoricaali'azione scenica. Fin dall'inizio della nostra attività ci siamo rivolti a un genere preciso che era quello dell'oratoria e in particolare all'ars oratoria di Cicerone. Di "oratorie" ne abbiamo fatte sei, e Cicerone ha costituito sempre un modello, proprio per il modo di comporre un discorso e soprattutto di darlo, di agirlo davanti e per gli altri. Per noi è sempre stato chiaro che il problema del teatro e quello della retorica si confondono anzi sono confluenti l'uno nell'altro. È stato ed è ancora per n~i interessante cercare di cogliere il punto dove finisce la retorica e comincia il teatro: in ogni caso quel limite è confuso, teatro e retorica certo si distinguono ma forse non si separano. Su questa zona di dissolvenza, questa zona nebbiosa, ci interessa concentrarci. Perché il Giulio Cesare? Perché contiene l'orazione funebre di Antonio: è quello il motivo per cui abbiamo scelto questo testo. Quell'orazione è un pezzo direi esemplare, ha qualcosa di monumentale; ha qualcosa anche di molto severo, che impressiona. Che ci piace. È tra l'altro l'unico pezzo che non è tratto dalle fonti: Shakespeare in quel caso ha ricostruito il modo di produtTe un discorso retorico alla maniera di Cicerone (si direbbe che conoscesse i suoi stilemi, che avesse letto i suoi libri, anche se sappiamo che la fonte di Shakespeare era sostanzialmente Plutarco. Eppure per qualche via la tragedia romana deve essere arrivata fino a Shakespeare, visto che Seneca lo diresti uno Shakespaere ante litteram... E per quale via, se non per la retorica? C'è un teatro romano che non si confronti o non si conforti con la matrice oratoria e con l'obiettivo retorico? ...) li confronto fra teatro e retorica non si risolve in una metafora, ma si assolve in un concreto e continuo parallelo: il teatro e la retorica sono consustanziali, nel senso che la materia è la stessa ed è davvero e sempre teatrale. Gli oratori sapevano bene di comporre teatro: ci sono testi straordinari di Quintiliano o ancora di Cicerone, che riguardano proprio il modo di stare in scena, il modo di possedere la scena e di possedere la parola. In definitiva, di possedere - nel senso di persuadere, di commuovere - gli altri, il Pubblico (che nel caso della retorica è poi quello vero, quello che è essenziale ma è anche pericoloso persuadere). Nei loro "manuali", per I' actor (sinonimo o meglio complemento attivo dell 'orator) ci sono indicazioni e aspirazioni straordinariamente vicine al nostro modo di concepire il teatro: si direbbero anticipazioni di Stanislavskij, anche se questo abbinamento può sembrare scandaloso. C'è un rapporto, tutto da scopri.re, anzi da inscenare, fra Cicerone e Stanislavskij: e noi lo abbiamo voluto appunto realizzare, introducendo in scene confuse come presagi, in una bolla di sogno, lo stesso Stanislavskij che, fra l'altro, incontra proprio Cicerone. Un capocomico "maestro di teatro" a confronto con un oratore "maestro della retorica". li fatto è che non solo il teatro prosegue sul piano formale il discorso della retorica (o viceversa), ma la retorica è sostanzialmente un modo concreto e completo di considerare e di manipolare la materia teatrale. La retorica accetta e svela la corruzione del teatro: guarda il teatro in modo impietoso, scabroso; ne esalta la vera faccia che è appunto quella della finzione, della corruzione. In modo cinico la retorica possiede due volte la teatralità, nel senso che la impiega e la spiega. Ne disconosce la purezza - disprezza il teatro o l'attore nella sua autonomia - e intanto lo in-
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