50 LETTERATURACUBANA/FERNÀNDEZ un personaggio che non sei tu e ti appare nella sua fondamentale importanza perché grazie ad essa ti metti in relazione all'altro. Nulla mi affascina più del l'intelligenza, e per me intelligenza è mettere in relazione le cose, legando il passato al presente. Quanto a mondo rurale e mondo urbano, nel nostro passato c'è sempre un contadino, un antichissimo contadino che continua a esercitare il suo influsso. Wallace Stevens ha detto che in ogni poeta c'è un contadino, e di fatto io mi sento e mi riconosco come tale, non ho mai imparato a essere un uomo di città. Il rapporto con la natura mi impedisce di dimenticare le mie origini. [n una città vado sempre in cerca di un viale alberato, piuttosto che di un edificio. Questo concetto dell'intelligenza come memoria mi pare che abbia un parallelo nella poetica di Borges da un lato, e dal!' altro nella ricerca della storia e del pensiero latinoamericano; ma non manca un curioso contatto con l'intelligenza artificiale. Qual' è oggi la differenza tra queste diverse idee di memoria sulle quali fondare il nostro agire? Credo che qui ci sia un elemento da inserire, la storia. Mi spiego: in segreto, avevo delle informazioni sulla poesia, basate su letture fatte, che approssimativamente finivano con la generazione del 1927 in Spagna: Lorca, Alberti, Miguel Hernandez per citare alcuni nomi. C'erano alcuni poeti romantici del 1919 cubano, c'era Martf. Quando ho cominciato scrivere poesia ho scritto in inglese, dato che vivevo negli Stati Uniti. Bene, una poesia che avevo scritto in spagnolo nel 19421 'ho riletta solo nel 1987 e lì ci sono una serie di immagini che ritornano in tutta la mia poesia e fino a qui funziona perfettamente la memoria più antica. Come interviene allora la storia della mia interpretazione dell'essere e del vivere? Ricordo che l'aver scritto questo testo in spagnolo mi creò moltissimi conflitti, perché da un lato sentivo il desiderio di tornare a Cuba, ma dall'altro sentivo che tornare a Centrai Delicias avrebbe impedito la mia formazione intellettuale. Sarebbe accaduto quel che successe a mio fratello, che aveva un enorme talento e non lo sviluppò. Non potevo tornare a Cuba ma non volevo neppure diventare statunitense a tutti gli effetti; vivevo una crisi in cui da una parte mi affidavo alla ricerca spirituale - come accadde a Eliot - e a una ricerca magico-esistenziale, a partire da Yeats e da un certo Blake dall'altra. Ebbene, nulla di questo servì a risolvere la mia crisi. Ho trovato la chiave nella storia, l'unico modo di conoscere me stesso poteva darmelo la storia e in particolare quella di Cuba, questo mondo eterogeneo in cui si diluiscono caratteristiche africane ed europee, non la storia dell'America o quella universale. Negli avvenimenti della storia cubana ho trovato una ragione d'essere, ed era una ragione d'essere rivoluzionaria, perché mi rendevo conto che se non ci fosse stato un cambiamento impetuoso, Cuba avrebbe continuato ad essere ciò che era, una terra sfruttata, piena di ignoranza, mendica di se stessa che chiedeva di essere adulta e di fare ciò che concepiva con il cuore, con le mani, con tutta se stessa. Non so se questa è la risposta alla tua domanda ma per me, nella mia esperienza, questa è stata la risposta. per questo sono rimasto a Cuba e morirò a Cuba, perché non posso rinunciare a secoli di storia, di conoscenza, di sforzi per cambiare la vita. Secoli di memoria. In qualche modo questa poetica è stata parte del programma ideologico ed esistenziale di buona parte di una generazione di intellettuali cubani. Senza voler qui approfondire un tema che è controverso e complesso, come hai reagito, in virtù di queste tue idee, al caso Padilla nei primi anni settanta, e più in generale alla normalizzazione ideologica e alla repressione di quel decennio? li punto di demarcazione è il 1968, quando lo spirito della rivoluzione comincia a segnare il passo. In quel momento Guillermo Cabrera Infante è a Bruxelles, io sono a Londra e Herberto Padilla è a Mosca. Nel 1965 ritornammo tutti con l'eccezione di Guillermo Cabrera Infante che decide di rimanere all'estero, tutti gli altri decidono di restare e pa1tecipare alla grande zaji·a, la raccolta di zucchero, del 1970. A questo punto succede qualcosa che, se si decidesse di narrare, nessun interlocutore internazionale sarebbe disposto ad accettarlo. Questa storia dovrebbe essere raccontata dai quattro protagonisti della vicenda, tra cui anch'io, e lasciarla decantare per i prossimi cinquant'anni. Questo perché, sfortunatamente, ciò che accadde non era legato ali' ideologia o alla politica, ma a individualismi, ambizioni personali, risentimenti, invidie che crebbero fino a portare al cosiddetto "caso" Padilla. E in quegli anni anche le mie opere circolarono con difficoltà, e io non riebbi il mio passaporto fino al 1980. La storia di quel periodo è fatto di grandi ambiguità, meschinità, arrivismi, per i quali l'ideologia era solo un paravento. Ma in definitiva, considero un privilegio quello di aver assistito a un grande uragano ed essere qui a raccontarlo. Nel tuo romanzo Isola, Isole vi è una costante tensione verso la parola, uno sforzo di definizione e al tempo stesso di apertura del linguaggio, o anche di rinuncia ad esso. Come sei arrivato ali' idea e alla forma di questo romanzo? Volevo misurarmi con la prosa. Ma certamente hanno portato alla scrittura di questo romanzo molti eventi, alcuni anche piuttosto inquietanti. Uno, in particolare, è legato a un incontro casuale con una donna, nella sua casa, insieme a un amico. Era un incontro a cui non avevo previsto di partecipare, eppure la donna mi disse che mi stava aspettando. Poi previde la nascita di mio figlio, indicando il giorno, il mese e l'anno senza che io all'epoca conoscessi quella che sarebbe diventata mia moglie, e mi disse anche che avrei scritto un romanzo dal destino strano e to1mentato. Nel 1966 non feci altro che scrivere questo romanzo, senza fare assolutamente nient'alto, prendevo pillole per rimanere sveglio la notte ... Sono arrivato alla conclusione che è stata una necessità interiore misteriosa e fortissima, a portarmi a narrare la vita in quel libro. C'è un punto in cui si dice: "Ascoltami, lascia che io parli di te, di noi, di questi anni dentro i quali viviamo ... Sono tornato per parlare, tutti siamo gli eletti da Lila per il suo gioco; gioca, giochiamo". Credo che in questo ritorni una memoria atavica che esiste prima di noi, che è la voce che chiede di essere ascoltata e che parla in ognuno di noi, dove c'è la voglia di ascoltarla. Mi sembra particolarmente curioso e suggestivo che un altro romanzo della stessa epoca viva attorno ali' intuizione della centralità del concetto di gioco come rottura e creazione di regole di relazione col mondo, vale a dire Rayuela di Cort{nar che nel 'edizione italiana si chiama appunto Il gioco del mondo ... Uno dei molti sensi in cui le opere si avvicinano è nel far emergere in piena evidenza che la scrittura viene prima della parola. Eppure lo sforzo sta nel restituire realtà attraverso il lavoro sulle parole, alla confusione del linguaggio. Credo che sia in questo il senso della parabola di Oliveira, che da Parigi torna in Argentina, in Rayuela, e di Alejandro in Isola, Isole. Nel caso di Alejandro è la storia di come una memoria percettiva arrivi a farsi realtà.
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