Linea d'ombra - anno XV - n. 123 - marzo 1997

Pablo Armando Fernandez DI STORIA E DI MEMORIA IncontroconMarcoNifantani Nato a Cuba nel 1930, Pablo Armando Fernandez ha vissuto a lungo in Europa e negli Stati Uniti. Autore di prosa, ma soprattutto poeta, i suoi versi sono apparsi nell'antologia El sueìio, la razòn, mentre tra i suoi romanzi più importanti sono da segnalare Los nifws se despiden (Isola, Isole, Jaca Book), El vientre del pez (1989), Otro golpe es dado ( 1993). Nel I 990 è apparsa in Italia l'antologia poetica Ronda de encantamiento, a cura di Antonio Melis, con un'intervista di Aldo Garzia. Qual è stata la tua prima impressione ali' arrivo in Italia per la presentazione del libro Isola, Isole, che dopo trent'anni viene pubblicato in Italia? Innanzitutto, per la terza volta mi sono trovato in Sardegna ed è sempre un'esperienza che mi piace moltissimo. Ogni volta mi ricorda, per quanto paradossale possa sembrare, qualcosa della mia isola, a cominciare da aspetti opposti. Mi pare ad esempio che il paesaggio sardo si sia inventato il mare per nostalgia, dato che per vedere il mare bisogna arrivare alla costa. Tutto il resto del paesaggio è assolutamente continentale, mentre a Cuba il mare si vede dappertutto. Tu hai vissuto per molto tempo a New York, viaggi spesso eppure vivi a Cuba. Tutti paesaggi urbani molto diversiji·a loro e più in generale architetture diverse e spesso inconciliabili. Come muta il suo punto di vista di fronte a queste cose? Il mondo rurale, per esempio in Sardegna, continua ad evocare in me l'antico, a cominciare dalla presenza degli elementi primordiali come la pietra o il vento o l'acqua fino ai modi tradizionali di cuocere e preparare il cibo. D'altro canto la città è senza dubbio la contemporaneità, e tutto mi pare in essa estremamente precario. Questa casa potrebbe non esistere più fra dieci anni, sostituita da chissà quale centro commerciale; eppure, per quanto New York sia cambiata in quarant'anni, ci sono parti della città che sono esattamente uguali da quando me le ricordo. Sono arrivato a New York nel 1945, avevo quindici anni allora e alcuni luoghi non sono affatto cambiati. La città rappresenta per me l'insicurezza, l'incertezza, il sapere che non esiste una memoria permanente. La città cambia con rapidità e in modo violento anche rispetto alla memoria dell'uomo. Nei miei romanzi ho cercato il dialogo fra il mondo urbano e il mondo rurale. In Isola, Isole il confronto è tra il luogo dove sono nato e New York, così come in Otro golpe es dado il confronto è tra la regione della Sierra Maestra e la città di Santiago di Cuba. Credo che questo sia uno dei temi che più mi interessano. Il tema della memoria ritorna permanentemente nella tua produzione narrativa, e in particolare in Isola, Isole. Che spazio ha nella tua opera e nella tua poetica e che spazio ha nella vita quotidiana? Bene, credo di essere cambiato molto e di conseguenza ereLETTERATURACUBANA/FERNÀNDEZ 49 FotoGraziano Bartolini.Trattedal volume: Cuba·Bianco y Negro. do che sia cambiata la mia idea della memoria. In un primo momento la memoria ha significato per me soprattutto la memoria visiva, al punto che guardando un testo avrei potuto riprodurlo nella sua interezza. È stato un duro lavoro, usare la memoria per interiorizzare ciò che leggevo.All'inizio, ogni operazione partiva dagli occhi; quando ho cominciato ad assimilare quello che ascoltavo o leggevo per farlo mio, per trasformarlo in memoria, ho smesso di vedere. Passavo per una strada dell'Avana o di New York, che sono le città che io ho frequentato di più, e di fatto non coglievo le cose attraverso gli occhi, ma piuttosto coglievo i dialoghi, i rumori, usavo più l'udito che non la vista. Di fatto, poi, un altro stadio di questo apprendistato della memoria lo devo a un giovane che morì a trent'anni, Ricardo Vigòn, che mi insegnò ad unire la memoria alla cultura. Se avessi perso la mia memoria avrei perso la mia cultura e viceversa, e a quel punto non mi sarebbe rimasto più nulla. Con gli anni ho aggiunto qualcos'altro, vale a dire che tutti quanti siamo interpreti di qualcuno, siamo per certi versi la rappresentazione di qualcosa. Ognuno interpreta questo qualcuno e all'inizio c'è una specie di doppia condotta, anche per i personaggi accade che questo è il gioco, l'uno cerca l'altro; e noi sappiamo bene quanto sia difficile essere univoci. L'ideale è che l'interprete e il rappresentato siano la stessa persona, e secondo me questo ha a che vedere con la memoria. La memoria interviene quando devi assimilare

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