44 NARRATIVA CUBANA/PERASSI SENZA PALMENÉ CAREZZE ROMANZOERACCONTOA CUBA EmiliaPerassi Emilia Perassi è ricercatrice di letteratura ispanoamericanapresso l'Università Statale di Milano. Ha pubblicatosaggi su SilvinaOcampo, LeopoldoLugones e GuillermoCabrera Infante. Si è occupata in modo particolaredi scrittura delle donne, curando tra l'altro il volume Tradizione, innovazione, modelli. Scrittura femminile del mondo iberico e americano, Bulzoni, Roma 1996. Se la letteratura ispanoamericana ha un problema, esso è ancora un problema di immagine: rapide occhiate in libreria confermano tendenze editoriali marcate, quali la preferenza per i generi dei realismi variamente magici, fantastici e meravigliosi. Nazioni di punta, il Messico, l'Argentina, a tratti il Cile: il desiderio di mito, di illusioni che stregano e inquietano, continua ad attingere alle terre per prime scoperte (il Messico), alle geografie che emigrazioni inaudite hanno colmato (l'Argentina degli italiani o di quanti in essa hanno pensato di confondersi e sparire), ai luoghi della politica estrema (il Cile per ogni dittatura). È curioso come certi sogni di paradiso generino inferni, cioè modelli di senso chiusi, prevedibili, in una qualche maniera mostruosi: la magia chiesta ali' America del Sud ne è ottimo esempio, così come lo è l'attribuzione di valore inderogabilmente drammatico alla sua varietà storica e sociale. Caso eccellente è quello di noti best-seller dei nostri anni (la Allende capofila, ma anche Mastretta o Coelho, fra altri), che preparano "deliziose" misture di stregonerie con carceri per dissidenti, di poteri di incantamento diluiti con violenze di potere, quando non brindano - stralunati - a prodigiosi esemplari di sensualità tropicale, senza dimenticare l'omaggio ai maghi, alla virtù di saperi antichissimi che consentono ogni viaggio oltre il tempo, lo spazio, la misura. Il tutto alla ricerca del capolavoro perduto, cioè del ripetersi in arte come nel mercato del fenomeno Cent'anni di solitudine dell'ottimo Gabriel Garcfa Marquez. Le condizioni di realtà così come le riflettono "certi romanzi" di fatto sono sgradevolmente fittizie, nella maniera più ingrata alla letteratura: esse non stilizzano, cioè non colgono alcunché di essenziale alla visione di un mondo. Al contrario, esse falsificano, cioè insistono nel volere questo stesso mondo copia di altri, già scritti, già consumati: comunque inesistenti. Si assiste così al tentativo neotropicalista, spesso miserando, di riprodurre quella gioia da spazi letterariamente nuovi che appunto un libro come Cent'anni di solitudine aveva provocato. È certo che alcuni autori celebri, si veda un Borges o un Garcfa Marquez, hanno rappresentato per la scrittura nell'America ispanica insieme un'eccezione ed una norma: il loro profilo stilistico si è allungato sulle generazioni successive, imponendo una sorta di stereotipo fabulatorio di rara efficacia. Nel fantastico dell'argentino o nel realismo magico del colombiano è sembrato depositarsi un modo ormai irrinunciabile di comprendere e cogliere l'essere americano, rappreso nella sostanza del mito come aurora nuovamente godibile della Storia. Non poco ha giocato, nel fissarsi di questo stereotipo, il suo gradimento ali' estero, garanzia di successo e divulgazione. Ma è anche vero che il superamento di tali tipizzazioni è ora carattere della ricerca letteraria ispanoamericana. Una ricerca che non solo si è mossa lungo la strada del naturale parricidio ai danni dei maestri, ma che al tempo stesso ha sentito disagio per la ricezione obliqua che è capitata in sorte ai suoi miti, ai suoi simboli, alla sua differenza. Un inedito interesse per la quotidianità, per il presente, per l'attuale, sembra porsi oggi - e non a caso - come percorso, finora d'insolita frequentazione, scelto da molta scrittura nel I' America ispanica per elaborare e trasfondere l'ombra luttuosa di un passato singolarmente ingombrante: si pensi al punto di vista minimale di certa letteratura femminile, alla lettura della storia recente sviluppata con esito più o meno felice intorno alla figura di Evita Per6n, alle trame poliziesche suburbane che percorrono la modernità sporca di Città del Messico o di Buenos Aires. Indubbiamente rappresentativa di questa tendenza è la produzione cubana, giunta in blocco al lettore italiano grazie a una serie di importanti iniziative editoriali, rapide nel susseguirsi, quindi nell'offrire un panorama sicuro su fenomeni letterari non estemporanei, ma radicati. Primo nel cogliere il cambiamento di atmosfere è stato il volume antologico A labbra nude. Racconti dal/' ultima Cuba (a cura di Danilo Manera, traduzioni di Danilo Manera e Silvia Meucci, Feltrinelli, Milano 1995, 21 l pp., lire 23.000). Sono ventuno i racconti compresi nel libro. L'ambiente è unico: gli anni ottanta e i primi anni novanta a Cuba, e più specificamente ali' Avana, cioè l'epoca del periodo especial e dintorni, quando il crollo del muro di Berlino e dell'impero sovietico provocano il tracollo del sistema di produzione e del commercio con l'estero, con il conseguente abbassamento del livello di vita dei cubani. li 1989 costituisce, in quasi tutte le storie proposte dal volume, lo spartiacque dichiarato fra gloria e miseria nell'isola. È uno strettissimo giro di vite che impone alla mitica storia rivoluzionaria di ieri il rientro entro i ranghi di una quotidianità nient'affatto splendida, raccontata di preferenza da narratori che si esprimono in prima persona, inclini quindi all'autobiografismo, che è tocco di realtà privata d'improvviso calato sulla leggenda collettiva cubana. La restituiscono, questa realtà, scrittori che appartengono a generazioni diverse e che non sono, per la maggior parte, professionisti della letteratura: due nascono negli anni quaranta, dodici negli anni cinquanta, sette negli anni settanta. L'età è compresa fra le cinquantasette primavere di Eduardo Heras Le6n e le ventotto di José Miguel Sanchez. È interessante accostare il racconto di Heras Le6n, Ballata per un amore impossibile, e quello di Sanchez, Balsatour S.p.A. La distanza generazionale non vieta una continguità di accento nel rapporto con Cuba: il desiderio di fuggire, soprattutto per i disagi materiali, e il desiderio di restare in una terra nei cui volti ci si riconosce preziosamente è simile in entrambi gli autori. La differenza è significativamente di stile: diretto, duro, ironico, Sanchez, che racconta il disgraziato tentativo di fuga in zattera verso Miami, e stilizza in chiave tragicomica l'ultimo eroismo dei balseros lungo le novanta miglia di mare che separano dalla costa e dal sogno americano; evocativo, poetico, incline alla preoccupazione morale, Heras Le6n, che racconta di un giovane povero, cioè di un giovane cubano, accolto in casa e sfamato da una sconosciuta, buona e saggia donna negra. L'alternarsi dei due stili imprime un sorta di ritmo binario che articola anche la scansione degli altri racconti: tutti i problemi della vita a Cuba sono passati in rassegna, ma al tempo stesso
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==