36 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE - . Per dire cosa è Peggio di un bastardo, si può cominciare a dire cosa non è. Non è un libro di memorie "musicali", intanto. Niente a che vedere, cioè, con l'autobiografia di Billie Holiday o con quella di Miles Davis, né con la fluviale inte~ista rilasciata da Keith Jarrett a K. Yamashita, per citare tre libri di questo genere che sono divenuti dei must della letteratura jazzistica. La musica, per Mingus - lo dicono quelli che lo conobbero - non fu mai una professione: bensì un'onda avvolgente di misticismo e sensualità, un sangue pesante e crudo che batteva forte nelle vene, che le gonfiava allo spasimo, spingendo irresistibile le mani sulle corde e sui tasti. Se mai Mingus - l'asociale Mingus, il sismico, irrefrenabile Mingus capace di prendere a pugni i suoi stessi musicisti ma anche di smontare a mani nude il pianoforte di un locale il cui proprietario non sapeva come pagare il gruppo - svolse una professione, si racconta in Peggio di un bastardo (e se si trova davvero qualcuno disposto a crederci), fu semmai quella di "magnaccia": che lo distolse dalla musica a cavallo del cinquanta, coinvolgendo mogli (alla fine saranno quattro), concubine, amiche e amanti. La musica, in Peggio di un bastardo, non appare mai tematizzata (se non nella prima parte, dedicata ali 'apprendistato del giovane violoncellista); potrei sbagliarmi, ma non mi pare venga mai citato il titolo di nemmeno uno dei famosi brani composti e arrangiati da Mingus - alcuni dei quali sono divenuti ormai degli standard, al pari dei capolavori di Thelonious Monk. Eppure la musica c'è sempre, in questo testo. C'è sotto la fisicità della pagina, sotto la lezione esplicita delle parole, dei dialoghi che si inseguono violentemente in tutto il libro, come in una chase madornale, incessante. È lei, quell'onda corpulenta e massiccia che pulsa e pulsa, che batte sempre, che si placa e poi riprende - con crescendo tumultuosi così simili a quelli che hanno fatto celebre l'autore di Pithecanthropus Erectus. È la musica che rende la pagina di Mingus scrittore così spessa, così sanguigna e corpulenta: che ci fa pensare sempre che ci sia qualcosa dentro, qualcosa di innominabile e oscuro, che si gonfia e geme. Che grida. In questo, la prosa di Mingus è avvicinabile a quella di due capolavori di scrittori "laureati" come Doctorow e Morrison: in entrambi la musica citata nel titolo appare solo a tratti; ma in entrambi percorre la narrazione, in realtà, in lungo e in largo: la tende e la riempie tutta, insoddisfatta e terribile, al margine del campo ottico - o meglio acustico - della pagina; è quella cosa violenta e atroce che è sempre in bilico, che sta sempre per succedere: e che dunque non deve essere mostrata. Doctorow e Morrison, però, sono dei narratori; e quella di Mingus non è, in fondo, un'autobiografia? Fin dalle prime pagine, ci si rende conto che chi narra lo fa solo apparentemente in modo "ingenuo", in realtà è un costruttore scaltrito: chi riarra non è infatti l'individuo storico Charles Mingus (basterebbe questo, in definitiva, a contravvenire alla definizione lejeuniana di autobiografia), bensì una specie di "spirito guida" che osserva dall'alto "Baby" (Mingus a due anni) che "si era rotto la testa contro lo spigolo di un vecchio comodino di seconda mano, rivenduto da qualche bianco a una fiera di beneficenza". "Per la prima volta da quando ero nato", narra il soggetto del testo, "mi trovai all'esterno del suo corpo". E da quel momento, ogni vicenda di Charles sarà narrata in terza persona da questo Doppelgi:inger solidale ma non sempre fedele, che ha uno spiccato gusto per l'ellissi, per le anacronie e per la registrazione diretta del parlato. li racconto subisce, poi, un ulteriore filtro poiché è incorniciato entro le quinte di un dialogo tra "Chazz" (Mingus? il suo "spirito"?) e uno psicanalista, il "dottor Wallach". Il tutto, insomma, ricorda a un lettore italiano il monologo dell'io narrante rivolto al "dottor S." nella Coscienza di Zeno: e in comune con il capolavoro di Svevo il testo di Mingus ha una conoscenza non banale della tematica e della topica freudiana (non a caso il libro si apre con una perfino didascalica riscrittura della triade lo/Es/Superego: "In altre parole, in me ci sono tre persone. La prima occupa sempre il centro, indifferente, senza preoccupazioni, senza emozioni (...). La seconda è come un animale spaventato che attacca perché teme di essere attaccato. E poi c'è una persona piena d'amore, forse troppo, che permette agli altri di penetrare nel sancta sanctorum del proprio essere"), ma anche e soprattutto la caratteristica di essere un testo pieno di "buchi" e di menzogne. Il vissuto del Mingus di Peggio di un bastardo è un continuo delirio iperbolico, che raggiunge vertici di esaltazione e follia quando - e succede spessissimo, come in un'altra delirante autobiografia nera, quella di Malcolm X - oggetto del resoconto siano le prestazioni sessuali del protagonista. Un vissuto onirico e schizoide che non viene meno neppure al vero e proprio topos del "romanzo famigliare" (la parte bianca del singolare e torturante mélange razziale che ha prodotto l'underdog rifiutato da tutti - il "negro giallo" Charlie - sarebbe stata niente meno che una cugina di Abramo Lincoln!) E, naturalmente, un testo così osceno e violento non poteva che essere colmo, autenticamente riboccante di spiritualità, di intensissima religiosità: fosse la stessa religiosità astratta e visionaria, sincretistica e tendenzialmente panteista, che animava l'ultimo John Coltrane. Il dialogo finale con il grande trombettista Fats Navarro, coscientemente autodistruttosi con l'eroina come tanti jazzmen della sua generazione (come Charlie Parker, altra figura mitica della negatività nera che circola oscuramente e luminosamente nel testo di Mingus), va ascritto molto semplicemente tra le più alte e sofferte teodicee moderne. Navarro, nichilista disperato che non ha saputo o voluto tradurre in ribellione sociale e razziale il proprio male di vivere, assurge così a emblema negativo delle oscure tensioni tanatofile che segnano a livello inconscio il destino dell'uomo contemporaneo: e la triade di osservatori e interlocutori di "Baby" Mingus - la voce narrante, il tormentato Fats e il dottor Wallach - si rivela alla fine essere la più vera incarnazione della tripartita personalità dell'autore. Si è parlato di "campo acustico" della pagina e di "registrazione diretta del parlato": è questo il succo dell'operazione letteraria di Mingus. Questo, in definitiva, rende meno importante che in altri casi (Lady Day, Miles, eccetera) il fatto che l'estensore materiale del testo sia in realtà un'altra persona, Nel King ("l'unico bianco che ci sarebbe mai riuscito"). Come pochissimi altri testi, infatti, quello di Mingus reca i segni del1'oralità. Anzi, Peggio di un bastardo è prima di tutto un testo "orale": che ha dovuto trovare una dimensione scritta per trovare il contatto con il pubblico, ma che continuamente concre-
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