rorismo che, inevitabilmente, ci si ostina a vedere come mafia", giudizio in cui l'assolutezza schematica del terzo escluso si traduce in uno sterile formalismo logico). Né mi convince del tutto, per restare in tema, il suo rifiuto del cosiddetto "teorema Buscetta", ossia la teoria della "cupola", e la sua convinzione opposta che la mafia non fosse un organizzazione piramidale, fortemente gerarchizzata e disciplinata, ma al contrario una "confederazione di mafie" in cui il conflitto tendesse a prevalere sull'unità centralizzante. Ma così proseguendo si rischia di tornare ali' errore e alla reductio dello Sciascia mafiologo. Spesso peraltro si è rimproverato a Sciascia la mancanza di senso dell'opportunità per certe sue polemiche, giuste nella sostanza, ma fuori tempo, stonate, strumentalizzabili, equivocabili. Certo egli non aveva alcuna vocazione opportunistica e assolse la vera missione del- ! 'intellettuale, che è quella di uscire dal coro, di "provocare" il dissenso e financo la disapprovazione ("Non ho, lo riconosco, il dono dell'opportunità e della prudenza. Ma si è come si è", scrisse un anno prima di morire, di non essere più come gli altri volevano che non fosse). D'altra parte le sue battaglie contro il corporativismo dei giudici, contro il pentitismo, per il garantismo, per il diritto come unica vera e giusta contrapposizione al delitto, sono oggi convalidate dai fatti. E poco importa che siano divenute anche cavalli (e cavilli) di battaglia di una destra ipocrita, di un trasversale partito "criminale" i cui accoliti cercano di sfuggire alla giustizia barricandosi proprio dietro quel diritto che essi stessi hanno vilipeso e calpestato. Parafrasando, potremmo definire costoro dei professionisti del garantismo (e ricordare questa massima di Sciascia: "Quelli che la pensano come noi appunto sono quelli che non la pensano come noi"). Tutto ciò fa rabbia, certo, ma quale pensiero non è strumentalizzabile, specie in un'epoca come questa di trasformismi, di qualunquismi, di inciuci, di pretestuose contaminazioni ideologiche? Sciascia fece sua un'intenzione altissima e utopica di Borgese: "Aspiro, per quando sia morto, a una lode: che in nessuna mia pagina è fatta propaganda per un sentimento abietto o malvagio". Proposito sovrumano che conta soprattutto come anelito, ideale perfettissimo di un buon scrivere, tensione quasi ascetica, culmine inarrivabile di una letteratura morale da contrapporre sia al relativismo della politica machiavellica sia all'assolutismo iniquo dello Stato cosiddetto etico. Incessante ascensione a cui corrisponde specularmente l'inarrestabile precipitare del peggio verso il pessimo ("Come mi si può accusare di pessimismo se la realtà è pessima?"). Racconta Sciascia in Nero su nero di un contadino che a Roccapalumba, nel profondo Far-west-arabico della Sicilia occidentale, prendendo il treno per Agrigento domanda per tre volte se quel treno è proprio diretto ad Agrigento. E per tre volte gli viene data la stessa risposta: "Almeno ...". Scetticismo atavico, dubbio esistenziale e storico, incertezza cosmica. Che il treno davvero arrivi e dove arrivi è pronostico incerto, opinabile, aleatorio. Dovrebbe giungere infine ad Agrigento, ma il condizionale è d'obbligo, la cautela doverosa. Viene in mente un altro treno e un altro viaggio ancora più imponderabili. Quelli di cui narra Friedrich Di.irrenmatt (autore tanto caro a Sciascia) nel racconto Il tunnel. Uno studente prende il treno diretto a Zurigo, per recarsi all'università, ma la fatale locomotiva imbocca una galleria infinita, una voragine tenebrosa e senza fondo. Così il treno, che doveva compiere un breve e tranquillo tragitto, precipita invece a folle velocità nel buio del tunnel, nelle viscere della terra, ormai senza controllo, senza speranza, senza senso. Senza che si possa fare nulla. L' almeno dei viaggiatori siciliani era l'insinuarsi dell 'assurdo nel quotidiano. Il tunnel di Di.irrenmatt è l'implosione del nonsenso. Il sonno della ragione che avanza sotto varie forme (dall'irrazionalismo integralista dei troppi particolarismi alla demenzialità distruttiva della società dei consumi) sembra confermare lo scetticismo di Sciascia e avviarsi pazzamente velocissimo e cieco, verso il baratro nero di Di.irrenmatt. ACTION WRITING AndreaCorte/lessa Charles Mingus va probabilmente considerato il pw grande compositore e arrangiatore jazz di tutti i tempi, oltre che uno dei più grandi virtuosi di contrabbasso. Era nato nel 1922 in Arizona, vicino alla "mitica" frontiera con il Messico: quella stessa zona limbica e crepuscolare, atroce e decadente, celebrata in un suo disco formidabile come Tijuana Moods e, lo stesso anno (1957), nel capolavoro di Orson Welles L'infernale Quinlan; e rivisitata oggi con toni sgangheratamente pulp nel filmaccio di Robert Rodriguez, Dal tramonto ali' alba. Ma era cresciuto, anche musicalmente, in California: parabola simile, dunque, a quella di Omette Coleman, il padre della new thing (il free jazz, cioè), texano esploso a Los Angeles. Non è questo lo spazio per parlare dell'importanza di Mingus musicista, che appare sempre maggiore man mano che il tempo ci separa dalla sua morte (avvenuta nel 1979) e che è ormai da avvicinare - per quanto attiene allo sviluppo della musica africana-americana - solo ali' esperienza di quello che, per esplicita ammissione di Mingus, si deve considerare il suo "padre" spirituale, Duke Ellington. Giova invece spendere qualche parola per l'opera unica di Mingus scrittore, il testo che si continua a chiamare "autobiografia" e che va sotto il titolo di Peggio di un bastardo (Beneath the underdog). Pubblicato nel 1971, questo testo è sicuramente - e fa specie che la maggior parte delle storie letterarie non sembrino essersene accorte - uno dei capolavori assoluti della prosa americana del dopoguerra. Marcos y Marcos lo ripropone riverniciando appena la traduzione italiana già apparsa nel 1979 per Il Formichiere (e poteva anche essere detto, da qualche parte; ma in generale, il volume non brilla per dovizia paratestuale). Riproposta quanto mai opportuna, poiché il libro - ben presto divenuto introvabile - era assurto a feticcio di culto per jazzofili e altri stravaganti.
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