Linea d'ombra - anno XV - n. 123 - marzo 1997

È da accogliere pertanto con sollievo un'opera, ancorché, troppo agiografica, come Il maestro di Regalpetra di Matteo Collura (Longanesi & C., pp. 390, Lire 32.000), che con doviziosa e diligente compilazione riesamina la vita, l'opera e il pensiero di Sciascia sgombrando il campo da capziosi equivoci, tendenziose e deformanti interpretazioni, affrettati ridimensionamenti, giudizi sommari e ingenerosi per lo più basati non sul merito delle opinioni espresse dallo scrittore, ma sulle scomposte reazioni che esse suscitarono nel distorcente sistema dell'informazione. Il libro di Collura, benché soffra in qualche misura di una sindrome di Boswell, è pertanto un utile antidoto a quell'altra sindrome di Thompson (il turista "cretino" di cui narrò Flaubert, che ritenne di immortalarsi incidendo il proprio nome sulla colonna di Pompeo ad Alessandria d'Egitto) che Sciascia usava come definizione e marchio di una critica stoltamente distruttiva capace solo di stroncare per un perverso quanto idiota desiderio di eternarsi. Di Thompson ne ha incontrati parecchi Sciascia lungo il suo non facile cammino di cristiano senza fede, socialista senza partito, Don Chisciotte in Sicilia. Basti pensare ai "ragli" (di cervantesca memoria, per l'appunto) di certe squallide polemiche, tutte imperniate più su malintenzioni che su malintesi, col Coordinamento Antimafia, con Nando Dalla Chiesa, con Giampaolo Pansa. Speciose diatribe che sarebbero durate lo spazio di un mattino se ci fosse attenuti ai testi e ai fatti o almeno alle dichiarazioni degli interessati (come quelle assai ragionevoli e pacate del giudice Borsellino). Ma soffermarsi troppo sullo Sciascia polemista sarebbe un 'inaccettabile riduzione e un equivoco paragonabile a quello dello Sciascia mafiologo. "Io non sono, come oggi si comincia a dire, un mafiologo. È possibile che fra le imposture del nostro tempo comincino a nascere anche le cattedre di mafiologia", ebbe a dire Sciascia in un incontro con gli studenti della Facoltà di Magistero di Palermo. Lo spirito polemico, quello sì, faceva parte invece della sua intima indole: "A me fare polemiche piace, non per niente mi sono formato sui testi di Voltaire, ma spesso me lo vieto. Dovessi seguire il mio istinto, di polemiche ne farei più spesso, sentendomi molto affilato". L'arguzia polemica è legata da un lato a quella che egli stesso definì la sua "nevrosi della giustizia", ossia l'insistenza quasi parossistica del tema del diritto nella sua riflessione tanto personale che pubblica; dal!' altro a un orgoglioso e rigoroso esercizio della ragione, che a sua volta lascia trapelare un'altra ossessione angosciosa: lo smarrimento di questa preziosa e imprescindibile capacità raziocinante che sta al centro della sua vita e della sua opera ("Sono così soddisfatto della mia mente che una paura mi assale: di doverne vivere il contrappasso nella follia"). Ragione e sragione, equilibrio e pazzia, legge e arbitrio, diritto e rovescio s'intrecciano drammaticamente in tutta la sua esistenza a partire dall'inesplicabile suicidio del fratello, passando per il raptus senile del padre, fino a giungere alle dolorose battaglie in difesa di Tortora o del! 'uomo Moro e della liceità del suo comprensibilissimo cedimento (e Sciascia fu sempre - con eterodossa pietas - dalla parte dell'individuo che ha paura, che ha ragione di aver paura). Egli avvertì quasi la maledizione del suo cassandrismo ("Anche per questo preferisco ricostruire cose già avvenute: ho paura di dire cose che possano avvenire") e rivendicò il diritto, umanamente logico, alla contraddizione. La ragione per lui è sempre in bilico, sull'orlo del baratro della demenza. Non è infallibile né onnipotente. È una ricerca della semplicità che però contempli e rispetti sempre l'ambiguità della realtà e della vita. Quest'ambiguità è il fil rouge del pensiero sciasciano del suo essere cristiano e scettico, eretico e devoto, del suo relativismo sospeso tra Voltaire e Spinoza, del suo pessimismo in cui s'incunea l'ottimismo della letteratura concepita come "buona azione" ("Il vero pessimismo sarebbe quello di non scrivere più, di lasciare libero corso alla menzogna"), del suo conformismo privato (in realtà cosi naturalmente anticonformista) e del suo ruolo di intellettuale disorganico, di pensatore eslege, di provocatore (suo malgrado). Da qui la sua profonda affinità con Pasolini ("Io ero - e lo dico senza vantarmene, dolorosamente - la sola persona in Italia con cui potesse veramente parlare"), lo scandalo del suo dichiararsi "né con questo Stato né con le Br", la sua solitudine nevrotica e libresca, da don Alonso Chisciano di Racalmuto. E da qui anche il suo rapporto lacerante con l'odiata/amata Sicilia, e quello non meno scisso e ambivalente con il padre anagrafico e con Pirandello, padre e nume letterario, dapprima respinti e poi accettati ("Molti siciliani sono come me, hanno con il padre un rapporto di ostilità, addirittura di inimicizia, durante l'adolescenza, poi di punto in bianco ci si accorge, quasi vedendosi in un specchio, che 'si' somiglia al padre, che 'si' ripete la sua esistenza"). Il confronto imitativo/emulativo con il pirandellismo è stato una costante della scrittura di Sciascia, una sorta di complesso edipico-narratologico in cui però la negazione diventa recupero ("Malraux diceva di Faulkner che questi aveva realizzato 'l'intrusione della tragedia greca nel romanzo poliziesco'. Si potrebbe dire che ho introdotto il dramma pirandelliano nel romanzo poliziesco"). Diversissimo invece lo stile, l'idea stessa di letteratura. Che per Sciascia è concisione, scavo, sottrazione, necessità, autobiografia etica, forma di verità. Come ha scritto Salvatore Battaglia, "Sciascia è uno dei rari scrittori che costruisce I' opera al di là e al di sopra della letterarietà, pur essendo intimamente convinto che l'attendibilità e l'attualità della storia e dell'esistenza sia possibile conseguirle in forme durature mercé il tramite dello stile". Così come nella sua opera è inscindibile la ricerca (sempre aporistica) della verità dal modo (tanto stilistico che gnoseologico) rigoroso ed estremo con cui essa viene perseguita, analogamente l'individuo Sciascia non può essere smembrato nelle sue varie componenti (l'autore e la persona, l'uomo di lettere e quello politico, il monomaniacale dissertatore di sicilitudine e il versatile pamphlettista eccetera) come invece non molto tempo fa ha tentato, peraltro in maniera demagogica e arruffata, Sebastiano Vassalli. Sciascia va invece letto nella sua sintesi discordante, non come un Tiresia capace perfino di vaticinare la propria morte né come un infallibile interprete dei più vasti fenomeni socioculturali che ha usato la Sicilia come grimaldello metaforico per scardinare la cassaforte dei misteri (e in questa sopravvalutazione apologetica e quasi mitica sta forse il limite del "monumento" che gli ha eretto Collura). "Detesto passare per profeta: sono uno che sommando due e due dice che fa quattro", affermò di sé Sciascia. Talvolta arrischiò somme più complesse, talvolta probabilmente ne sbagliò di altrettanto semplici. Mi pare infatti, per esempio, che non abbia compreso l'insorgere di un terrorismo mafioso ("O è mafia o è terrorismo. O mafia camuffata da terrorismo o ter-

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