ILSAGACESARACENO Marcello Benfante "Tutte le volte che un treno arriva alla stazione, io ho il senso che si sia aperta la strada sotto il fuoco d' innumerevoli batterie, e che l'uomo abbia vinto il caos" (Gilbert Keith Chesterton) A otto anni dalla mo1te di Sciascia, del "piccolo" uomo stroncato da un male subdolo, lo scrittore, il polemista, l'intellettuale sono ancora, e più che mai, vivi e attuali. Il dibattito culturale e quello politico, la cronaca e la letteratura, le querelle e i tormentoni sulla mafia e la giustizia, confermano continuamente l'acutezza e la lungimiranza del suo sguardo critico e del suo pessimismo analitico. Eppure c'è una duplice e folta schiera di "seppellitori" di Sciascia. Da un lato coloro che non intendono accoglierlo nell'empireo dei grandi scrittori in quanto reo di avere subordinato la qualità dello stile agli imperativi etico-politici della denuncia civile; dall'altro coloro per i quali l'impegno e il coraggio dello scrittore di Racalmuto non furono bastevoli o non furono autentici, restarono retorico j' accuse, contraddittorio e volubile capriccio del pensiero debole che mostra i muscoli che non ha. Gli spalatori contraddittoriamente concordano, e gettano terra (e fango) dagli opposti lati sull'opera di Sciascia, nell'intento comune di erigere un tumulo su cui mettere sopra una pietra che chiuda e sigilli definitivamente il caso. Uno degli incubi più angosciosi di Sciascia, l'essere seppellito vivo, l'angoscia postrema e quasi postuma così terribilmente descritta da Poe (e da Landolfi), in qualche modo si sta avverando. E insieme si avvera anche l'altra sua angoscia: di lasciare da morto ai vivi arbitrario e fazioso ricordo, d'essere cioè un fantasma-marionetta azionato a piacimento da interessati pupari. Ma c'è anche una terza schiera di detrattori per i quali un tumulo è comunque un monumento funebre, per i quali è più auspicabile il silenzio, un oblio drogato, una sistematica rimozione, per i quali al piccone (e alla pala) della critica sono preferibili l'amnesia, la reticenza, l'esclusione. Ci si domanda dunque il motivo di questa sottovalutazione e di questa archiviazione a "tenaglia" che - quasi con schematica e scolastica divisione in forma e contenuto - da un lato ignora la qualità linguistica di una prosa manzoniana (e stendhaliana), cristallina ed essenziale come poche, e dall'altro calunnia la forza morale e intellettuale di un illuminismo relativista e privo di illusioni sempre alla ricerca di una verità umana e quindi fragile. Forse il perché di questo ridimensionamento critico, che talvolta sconfina nello smemoramento e addirittura nell 'ostracismo, è da ricercarsi in quell'antipatia per i siciliani che già lamentava Lucio Piccolo e che Sciascia analizzò- a proposito di un analogo sprezzante disinteresse misto ad acrimonia nei confronti di Antonio Borgese - in un articolo poi ripreso in A futura memoria. E Sciascia citava alcuni versi di Quasimodo LeonardoSciascia FotoGiovanniGiovannetti. ("Uomo del Nord che mi vuoi minimo o morto per la tua pace") forse presagendo il propria destino. Ma l'antipatia per Sciascia esorbita le angustie e le meschinità del campanilismo. È l'astio per chi ha avuto l'imperdonabile ardire di mostrare con straordinaria lucidità (pur senza perdonare nulla alla Sicilia e al Meridione, e senza cercare attenuanti e scusanti di sorta) il carattere nazionale del fenomeno mafioso, mettendo all'indice altre "mafie" (a partire da certa sedicente antimafia) nelle massonerie, nei corporativismi, nei terrorismi, nell'autoritarismo del pensiero totalizzante, nella statolatria, nel partito-chiesa e nella chiesa-partito e in tante altre aberrazioni di una Res publica che ipocritamente si è sempre chiamata fuori dall'orrore della criminalità organizzata meridionale di cui è non solo corresponsabile a vari livelli, ma di cui è il "doppio", essendosi l'una e l'altra costruiti a reciproca immagine e somiglianza. Il non essere stato fazioso, pur schierandosi di volta in volta per una "parte" da difendere anche contro tutti, ha fatto di Sciascia un intellettuale "antipatico" e scomodo: difficile da zittire per la sottigliezza tutta siciliana delle sue argomentazioni, per la sua ironia sottile e caustica, per la sua irriducibile alterità (rispetto ai salotti letterari e al circo dei mass media) cosi cocciutamente contadina, "terrona", saracena (fin dal nome e dal luogo d'origine, entrambi di chiara ascendenza araba), per il suo impietoso meridionalismo che ovviamente gli guadagnò l'ostilità di un meridionalismo falso e assolutorio.
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