Linea d'ombra - anno XV - n. 123 - marzo 1997

NELNOME DELCANE UN ROMANZOEUN RACCONTO POSTUMDI IJOHN FANTE TizianoScarpa My dog Stupid, il romanzo breve che apre A ovest di Roma di John Fante (Fazi 1997) è un ritratto dell'intellettuale hollywoodiano in tutta la sua pochezza. Ho scritto intellettuale e non scribacchino o scrittorucolo, per divertirmi a rimirare le scintille che saltano via da tutte le parti a mettersi in salvo quando si martella la parola intellettuale con l'aggettivo hollywoodiano. Leggendolo mi sono vendicato di tutte le palate di merda catodica, di tutte le secchiate di celluloide rancida che questi farabutti cagastorie industriali mi hanno scaraventato addosso da quando sono venuto al mondo. L'abbiamo già vista e sentita raccontare cento volte, sugli schermi e sulla carta, la desolazione dello scrittore a corto di dollari, costretto a sbiadirsi le cellule grigie al servizio del technicolor, strapazzato, mal prezzolato, rassegnato a farsi violentare l'immaginazione dal più cazzone dei produttori televisivi. Poverino! li fatto è che di solito tifavamo tutti per lui, soffrivamo per lo sperpero di talento, simpatizzavamo con il genio umiliato. Qui no. Gli sta proprio bene, a Henry Molise. Gli sta bene se nel giro di poche settimane questo paradossale ossesso della famiglia, questo inconsapevole patriarca filotribale è riuscito a mandar fuori di casa quattro figli e a trasformare per sempre la moglie in una coinquilina astiosa. Peggio, gli doveva andare: in miniera, in miniera! Il controcanto rappresentato dal secondo racconto postumo pubblicato in appendice al libro, L'orgia, da questo punto di vista non è affatto peregrino editorialmente: questa storia di minatori ubriaconi che si portano le puttane nelle cave abbandonate dimostra come dovevano sfangarsela, alla lettera, i progenitori di Molise, in abbrutimenti ctonii, mineralizzando il corpo, estraendo l'oro alchemico dal proprio sottosuolo, dal nero del sesso assatanato. Quella volta sì che ce n'era abbastanza da squassare davvero i rapporti familiari e far diventare isterico il figlio del minatore puttaniere, autentico puer filiale, Eros il tenerello che si ustiona scoprendo quant'è racchia Psiche che si scatena. Una dignità del negativo che Henry Molise neanche se la sogna; una gloria che, al posto suo, riuscirà invece a conquistarsi il suo adorabile cagnaccio, sguazzando in un 'idilliaca porcilaia finale - ma i buffetti al cane Stupido riserviamoli per dopo. Henry Molise non desidera nient'altro che un po' di pace per mettersi a scrivere sul serio. Quei quattro figli per casa gli scassano il romanzo, l'unico posto dove gli scrittori come lui sono convinti di avere le palle. E anche rimanere un po' distante dalla moglie non sarebbe una cattiva idea. Magari in Italia, a Roma, con la terra dei suoi padri dal l'altra parte dell'Appennino. Ma al di là dei suoi battibecchi da casalingo, c'è una scena cruciale nella vita quotidiana di Henry Molise scrittore. Una sera AMERICAAGAIN/SCARPA 31 si mette a leggere per la prima volta le settanta pagine iniziali del suo faticato dattiloscritto. "Ebbi un colpo terribile ... Non era per niente un romanzo. Era stato concepito come tale, ma quella cosa disgraziatissima era invece un dettagliatissimo trattamento di un film. C'erano i tagli e i movimenti di macchina e perfino un paio di dissolvenze in chiusura. Un capitolo cominciava. così: 'Campo lungo - Appartamento - Giorno"'. Più chiaro di così non si può. Ci stanno raccontando la storia di uno scrittore che non riesce a scrivere il proprio libro, e che comunque trionfa sul proprio fallimento con la più classica delle rivincite: scrivendone. Il narratore, la prima persona, l'io romanziere Henry Molise alla fine riesce a romanzarci questa specie di Come non sono riuscito a scrivere il mio romanzo. Il guaio è che il risultato non è affatto un piatto, sterile e unidimensionale progetto di film. Sarebbe stato, a suo modo, geniale. Il libro autobiografico che Henry Molise alla fine ci fa leggere di sé è un racconto filante, folto di dialoghi scalpellati, battute puntuali, ritmo toccato dalla grazia, dosaggio impeccabile di sorprese e umori cangianti, condimento di "botte e sesso", come dice Molise stesso, cioè di quel ketchup universale per sceneggiature sciape. Niente da ridire. Questo romanzo in venticinque capitoli è una sit-com televisiva, in venticinque puntate, centrata sul salotto e il giardino di casa, anche se si concede spesso scene girate in esterni. The Molises: non resterà molto in programmazione, d'accordo, non andrà in onda per anni e anni come gli altri serial, perché commette l'errore di sfruttare troppo presto due terzi del cast, ma è già pronta per essere girata e montata con il commento sonoro del pubblico preregistrato che sghignazza a ogni battuta. Se le cose stanno così, non sono più d'accordo con me stesso, e dico che questo è un bel libro, grande proprio nella sua piccineria, nella sua storiucola raccontata virtuosisticamente a velocità di crociera, trotterellando senza impennate né impantanamenti, grande nella sentenza pronunciata da John Fante contro Henry Molise. John Fante impicca Henry Molise alla sua scrittura molisiana. Questo fallito scrittore cinquantatreenne segue la propria ombra proiettata sempre due metri più avanti rispetto a se stesso, è devoto a quell'esercizio spirituale che consiste nel dislocarsi, nel progettarsi costantemente da qualche altra parte e in qualche altro tempo migliore di quello attuale, mai adesso, mai qui. John Fante lo condanna a vedere realizzati quasi tutti i suoi desideri: regredire alla calma prefamiliare, fingersi un limbo di neoscapolo ex padre, monacarsi nella stanza di letteratura, conficcarsi nel proprio mediocre io narratore per scrivere questo romanzo, un gradevolissimo sceneggiatiello televisivo sul solito argomento: quanto è stronza la vita che ti fa lavorare con tutte le tue forze alla distruzione della felicità! Quella felicità che fino a un momento prima di darle l'ultima coltellata chiamavi prigione e sciagura. Mi resta solo da gettare un osso al cane Stupido, l'aiutante magico, il trickster, l'inviato speciale degli dèi che trasforma in realtà tutto ciò che Henry Molise sfiora con i desideri. Arrivando dal nulla, ingombrando il giardino come un orso selvatico, azzannando figli, assalendo avvocati, cercando di scopare fidanzati delle figlie, atterrando cani dei vicini, leccandosi prodigiosi genitali, esasperando mogli, scappando per amore di una scrofa, Stupido è il motore demonico del destino di Henry Molise, il suo ufficiale giudiziario, il totem tutelare che gli spetta, la figura del suo stemma araldico, il cognome della sua stirpe, il patronimico del vero ego di Henry Stupici Molise. San Gennà facìte la grazia: un giorno o l'altro piazzate nel nostro giardino di casa lo Stupido che ci meritiamo, che ci mostri chi siamo e ci dia un nome. Cane, orso o scrofa che sia.

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