22 AMERICA AGAIN/CARAMELLA ' L"'INVENZIONE" DELLALIBERTA UNARIVISTA MADEIN USA Marisa Caramella "La morale è che l'eterna vigilanza è il prezzo della libertà", sintetizza Allen Ginsberg in un'intervista, riferendosi all'ossessiva presenza della censura, nelle forme più svariate, in una società come quella americana, che della parolaji·eedom ha fatto il suo emblema. Al punto che all'Expo di Siviglia del 1992 il padiglione americano non si limitava a intitolarsi alla libertà, marivendicava alla nazione Usa/' invenzione della medesima. La citazione starebbe bene in copertina al nuovissimo mensile di cultura e attualità "Americana", ideato e diretto da Romano Giachetti, dato che il tema trattato dall'editoriale e da molti degli articoli, dei saggi e delle interviste che lo compongono è la "nuova" caccia alle streghe, che alla fine del millennio percorre la soNew York,BrooklynBridge.FotoKennethJorecke/Contoct/G Neri. cietà d'oltreoceano, non più circoscritta alla Salem di turno, ma amplificata, e proprio per questo occultata dai media. Invece è l'immagine di Wynona Ryder in un fotogramma di The crucible, il film tratto da una delle opere più famose di Arthur Miller, a stregarci dalla copertina della rivista. Che, giocata sui toni del seppia, rigida, patinata, non fa giustizia al contenuto. Di sorprese gradite ce n'è più di una, se ci si prende la briga di comprarla e leggerla: un pezzo di Erica Jong apparso sulla severa rivista di sinistra "The Nation", in cui la scrittrice - in Italia puntualmente intervistata solo su questioni di sesso, e non sempre delle più elevate - analizza il personaggio di Hillary Clinton per una volta senza toni ammiccanti o ringhiosi luoghi comuni (da noi lo fa solo Furio Colombo dalle pagine di "Repubblica"). È proprio questo "da noi", il problema. La maggior parte del materiale sugli Stati uniti pubblicato in Italia, con le lodevoli ma elitarie eccezioni di "Acoma", per esempio, o i pezzi di alcuni corrispondenti e critici colti e attenti, risente della richiesta di sensazionalismo del pubblico - o forse delle redazioni- e traduce quindi in colore o folklore tutto ciò che è tipico di una società assai diversa da quella europea, e quindi difficile da analizzare e raccontare. È perciò una buona idea redigere un mensile di informazione e cultura direttamente negli Usa, con collaboratori in gran parte americani, destinata a un pubblico più vasto di quello che legge "The New York Review of Books" - magari nell'edizione originale - e più ristretto di quello che sfoglia distrattamente quotidiani e settimanali alla ricerca di conferme dei propri pregiudizi - di destra o di sinistra - sugli Usa. Ottimi i pezzi sul sistema sanitario americano: la "medicina migliore del mondo" è disponibile solo per i ricchi; "lobby e compagnie di assicurazione strangolano medici e pazienti" - alla faccia della campagna del Polo per l'introduzione in Italia della sanità privata. Ottima la già citata intervista a Ginsberg sulla censura e non solo. Ottimo l'articolo sul sistema di istruzione superiore. Ovviamente - c'era da aspettarselo - un mensile confezionato in Usa da americani o da italiani, come Giachetti, che ci vivono da parecchi decenni rischia di dare per risapute e scontate cose che tali non sono. Per esempio, sostenere che la fissazione con la correttezza politica e le sue degenerazioni è una nuova fo1ma di "caccia alle streghe" è sostanzialmente giusto. Peccato che da noi il fenomeno sia stato raccontato con i soliti toni folcloristi e leggeri, riferito nelle sue manifestazioni grottesche, paradossali, e che quindi il lettore italiano non abbia idea dell'impatto che ha avuto sulla società americana il dilagare a livello di massa di atteggiamenti di fatto censori, anche se nati in difesa delle plurime, varie necessità di libertà, spesso contrastanti, in una società multietnica e conflittuale. Purtroppo anche "Americana", mentre pubblica il buon pezzo della Jong sulla Clinton, non resiste poi alla tentazione di dare spazio a un saggio intitolato Eterofobia: la rivolta femminista, dove la rivolta è quella di "una voce moderata" che "si leva contro gli eccessi anti-uomo", e cioè di Daphne Pataj, secondo la quale "l'eterosessualità è passata dall'essere la norma a una posizione difensiva di fronte al fenomeno che io chiamo 'eterofobia' - paura della differenza, paura dell"altro"'. Chiunque frequenti gli Stati uniti - o legga le cronache dei corrispondenti, anche quelle più drogate dal "colore" - saprà che la "paura della differenza, paura dell"altro'" (altra?) di solito è appannaggio del maschio bianco e anglosassone e che, non essendo stato questo piccolo problema, per quanto ne so, ancora risolto, e nemmeno affrontato seriamente in politica, ribaltarlo in questo modo grossolano è quantomeno prematuro, se non proprio politicamente scorretto.
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