20 AMERICAAGAIN/ELLIOT Emory Elliot UN CAOSSALUTARE, LETTERATURA EMODERNITA IncontroconElisabettaPorfiri Jean Starobinski affermava la necessità di sfuggire alla solitudine del discorso critico e di indagare il testo con una pluralità di sistemi di indagine e di apporti teorici diversificati; espressione in massimo grado complessa della modernità, il testo letterario è per sua definizione variegato, stratificato, eterogeneo e quindi complesso, interpretabile con una congerie di strumenti. Una visione della letteratura certamente condivisa da Emory Elliot di passaggio a Roma e da noi intervistato, difensore a oltranza della vitalità della letteratura e della critica che la studia in contrapposizione a certe scuole critiche, soprattutto europee che danno il testo per morto e con esso la scienza che se ne occupa. Elliot, curatore della Columbia History of American Literature, vede nel caos contemporaneo, nella multietnicità che è ormai un dato assodato della vita contemporanea, dei fenomeni innovatori, in grado di rivitalizzare la scena, talvolta rigida delle humanities americane. Elliot è un esponente rappresentativo di un'idea intelligentemente impegnata e "militante" di letteratura, che supera il dogmatismo di certa critica sociale ma d'altra parte neppure si pone sul versante ormai smottato di certo neo-positivismo strutturalista, troppo legato alle sue formule prescrittive. Alcuni critici italiani (Cesare Segre, Giulio Ferroni), parlano di crisi della critica dopo le certezze metodologiche della critica post-strutturalista. Tutti indicano nella necessità di tornare a interrogare i testi una possibile svolta. Qual è la sua opinione in proposito? A quale tipo di critica letterario dobbiamo pensare in questa svolta di secolo? Non credo affatto che la letteratura sia morta, credo nella letteratura che, nonostante l'imperio della civiltà televisiva, conserva una sua inesauribile vitalità; semplicemente essa è qualcosa di molto diverso rispetto al passato e ciò ha a che fare con gli epocali cambiamenti verificatisi nella cultura americana. È ormai non più rimandabile l'esigenza di creare una nuova estetica americana: per questo bisogna imparare a leggere i testi con gli strumenti della modernità, utilizzare approcci duttili e multidisciplinari per affrontare quell'oggetto misterioso, al contempo semplice e complesso, che è l'oggetto letterario. li testo (come modello ridotto del mondo- l'aggiunta è mia ma il termine è lotmaniano) chiede di essere indagato con i contributi di discipline non strettamente letterarie, dall'antropologia alla sociologia, alla storia, alla critica musicale. Posso rispondere alla sua domanda con una sola parola: multidisciplinare, sulla scorta della lezione decostruzionista che ha avuto il grande merito di affermare la relatività del concetto di testo e un nuovo più produttivo metodo per mettere in relazione testo e contesto. Solo così possiamo uscire da quella crisi della critica che ha determinato negli Usa e anche in Europa quella che potremmo definire la perdita di vista del testo. Come è cambiata la critica letteraria americana negli ultimi vent'anni? Negli anni settanta nella società americana si sono verificati cambiamenti davvero epocali: fatti come la guerra del Vietnam e il movimento di protesta contro di essa, il movimento per i diritti civili, il movimento delle donne e le lotte di varie minoranze per ottenere diritto di cittadinanza nella società hanno profondamente modificato lo scenario della cultura americana: ci sono state, è vero, feroci lotte tra gli esponenti di una cultura più tradizionale e i sostenitori del nuovo, ma questi contrasti hanno anche avuto la funzione di svecchiare il sistema, di apportare nuova linfa nelle polverose aule sfondo dell'immutabile canone. In questo senso il decostruzionismo, corrente critica che si affermava in quegli anni, con la sua enfasi sul relativismo del concetto di testo, con la sua duttilità metodologica, con il suo programmatico eclettismo si è rivelato un potente mezzo per smantellare il vecchio accademismo così infatuato del canone e per minare alle fondamenta la struttura fortemente autoritaria dell'Accademia americana. Ha così avuto luogo un grande cambiamento teorico, è nato un nuovo modo, più sofisticato, di porre in relazione testo e contesto storico (contro la pregiudiziale anti contesto di molta critica formale): incorporare le acquisizioni più valide dello strutturalismo nell'analisi storico sociale con una grande libertà di indagine, questa è in fondo la grande lezione che viene dal decostruzionismo, un metodo che ha il grande pregio di procedere per tentativi riscoprendo le relazioni esistenti fra i fenomeni sociali e quelli letterari, spesso trascurate. In questo senso il decostruzionismo si è posto per esempio il problema di indagare come il grande tema della schiavitù si sia riflesso nei testi letterari e ha indagato per primo le caratteristiche della scrittura femminile, dando l'avvio alla grande stagione dei "women studies" e facendo emergere il potenziale di protesta implicito nell'affrontare a livello di studi letterari queste tematiche. "New Historicism, Cultura! Studies, Multicultural Studies" è il titolo della conferenza che ha recentemente tenuto a Torino: ce ne può parlare? Questo porre in relazione alcuni episodi del contesto storico col testo letterario in un modo non meccanico e rigido, prevedendo l'apporto teorico di una serie di altre discipline è il nucleo dell'insegnamento del new criticism. I cultura! studies sono una sorta di ampliamento dei presupposti metodologoci del new criticism al cui centro c'è una nuova idea di testo. Tutto può essere interpretato come testo, vestiti, oggetti, edifici, oltre che le opere letterarie: la metodologia critica che non è più o non è solo critica letteraria tout court, consiste nell'acquisizione di un metodo di lettura generale che consentirà di accedere ai vari tipi di testo prodotti in un certo ambito culturale. I multicultural studies nascono intorno agli anni novanta, a seguito dell'esplodere massiccio di una nuova ondata di immigrazione negli Stati Uniti e non sono altro che la versione multiculturale e multietnica dei metodi che abbiamo fin qui illustrato. Rushdie ha detto "Nessuno di noi ha radici", a porre l' accento sulla comune alienazione, sullo spaesamento del 'uomo nel mondo contemporaneo. Viceversa un'attenzione ormai maniacale, molto "politicamente corretta" verso le letterature delle minoranze etniche degli Stati Uniti ha creato, a mio parere, una sorta di retorica delle radici (mi viene da pensare per esempio a certe scrittrici nere americane come per esempio Alice Walker e alla loro monomaniaca insistenza su questo tema). Ma quali sono le radici di questi scrittori? Non sono spesso immaginarie? Ha senso in un mondo in cui tutto è globale, uniforme, in-
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