12 AMERICAAGAIN/CAREY SOGNI AMERICANI Peter Carey Traduzione Anna Ferretti Peter Carey nasce nel 1943 nello stato di Victoria, Australia. Dal 1974 si è affermato sempre più, prima come scrittore di racconti poi come romanziere, in particolare dopo il 1988 quando vince il Booker Prize con il romanzo Oscar and Lucinda che lo ha reso noto in tutto il mondo, collocandolo tra i maggiori scrittori australiani contemporanei. L'ultimo romanzo pubblicato è del 1994. Soprattutto dagli anni sessanta in poi gli scrittori australiani, Carey compreso, hanno sentito l'esigenza di creare una controcultura che affermasse la letteratura australiana prendendo le distanze (in maniera spesso difficoltosa) dai paesi che tanto l'hanno influenzata in passato e che continuano a influenzarla nel presente. La letteratura australiana esprime in questo senso quelle problematiche sociali e politiche che derivano dal fenomeno del colonialismo, del post colonialismo e, ancor oggi, del neo colonialismo statunitense, soprattutto a livello culturale. Eppure l'affermazione della propria indipendenza e autonomia è in parte paradossale poiché è accompagnata da una crescente americanizzazione. Peter Carey stesso è simbolo di questo paradosso dato che dal 1989 vive a New York, sperimentando in prima persona il difficile rapporto con il super potere americano. Ciononostante tutta la sua narrativa è una analisi critica della natura e la persistenza dell'oppressione e del potere, qualsiasi forma esso prenda. In particolare è interessato al tema della colonizzazione, specie quella di tipo culturale. li racconto che segue, che fa parte della prima raccolta pubblicata nel 1974, ne è un esempio. In esso Carey indaga la pericolosa seduzione del mito americano che porta alla perdita d'identità di una cultura, seppure piccola e sconosciuta, che degenera a contatto con esso. Carey esprime tutto questo attraverso una narrativa che è una combinazione di realismo e assurdo e per mezzo di figure fallimentari, personaggi che arrivano ad accettare i propri incubi senza reagire ("victims of a way of living", come egli stesso dice), impotenti rispetto a forze esterne di qualche tipo, che in questo racconto sono i pregiudizi di una piccola cittadina. Ancora oggi nessuno riesce a ricordare che cosa avessimo fatto per irritarlo a tal punto. Dyer il macellaio ripensa al giorno in cui gli vendette della carne scadente e a quando, per sbaglio, servì qualcun altro prima di lui. Spesso, quando si ubriaca, rievoca quel giorno e si detesta per la sua idiozia. Tuttavia nessuno di noi crede sul serio che sia stato Dyer a offenderlo. Eppure qualcuno di noi fece qualcosa. In qualche modo mancammo di rispetto oltremisura a questo ometto mite che portava un paio di occhiali senza montatura e un vestito lindo e che aveva l'abitudine di sorriderci tanto gentilmente. Pensavamo, forse, che fosse un po' stupido e certe volte era così silenzioso e insignificante che lo ignoravamo, scordandoci completamente della sua presenza. Quando ero ragazzo andavo abitualmente a rubare mele dagli alberi del giardino della sua casa, là a Mason lane. Spesso mi vedeva. No, non è esatto. Diciamo piuttosto che spesso avevo la sensazione che mi vedesse. Percepivo il suo sguardo attento da dietro le tendine merlettate delle finestre della sua casa. E io non ero l'unico. Molti di noi andavano a cogliere le sue mele, da soli o in gruppo, ed è probabile che egli abbia scelto di esigere un risarcimento, a modo suo, per tutte quelle mele. Tuttavia sono sicuro che non fu per le mele. Ciò che è accaduto è che noi tutti gli ottocento che viviamo qui, siamo arrivati a ripensare ai piccoli soprusi commessi nei confronti del signor Gleason che un tempo viveva con noi. Mio padre, che non ha mai avuto intenzione di fare del male a creatura vivente, è tuttora convinto che Gleason desiderava farci del bene e che lui amava la cittadina più di chiunque. Mio padre dice che in cuor nostro abbiamo maltrattato la città. L'abbiamo usata, abbiamo usato questa piccola vallata come nient'altro che un luogo di passaggio. Un'area di transito sulla strada per qualche altro luogo. Anche quelli tra noi che stanno qui da sempre non hanno mai considerato la città in maniera seria. Oh certo, il posto è carino. Le colline sono verdi e i boschi folti. Il fiume è popolato di pesci. Ma non è il luogo dove noi preferiremmo stare. Per anni abbiamo guardato i film al Roxy e abbiamo sognato, se non l'America, almeno la nostra capitale. Mio padre dice che per la nostra cittadina non proviamo altro che disprezzo; l'abbiamo trattata male, come una puttana. Abbiamo abbattuto i giganteschi alberi ombrosi della via principale per farci le porte per la scuola e gli spalti per il campo di calcio. Abbiamo preso il carbone fossile da tutta la campagna lasciando grossi buchi e non abbiamo dato nulla in cambio. I commessi viaggiatori che comprano "fish & chips" da George il Greco si preoccupano di noi più di quanto facciamo noi stessi, perché tutti qui sogniamo la grande città, la ricchezza, le case moderne, le automobili potenti: Sogni Americani, come li chiama mio padre. Sebbene gestisse una stazione di servizio, mio padre era anche un inventore. Stava seduto nel suo ufficio tutto il giorno disegnando strane parti di macchinari sul retro delle ricevute degli ordini. Ogni pezzo di carta disponibile in casa era ricoperto di questi piccoli disegni e mia madre era sempre molto cauta quando si trattava di buttare della carta, non aveva importanza quanto piccola fosse. Guardava con molta attenzione entrambi i lati di ogni pezzo di carta e conservava tutti quelli che avevano qualcosa che assomigliasse a un segno di matita. Penso che fosse proprio per questo che mio padre sentiva di capire Gleason. Non arrivò mai a dire tanto, ma credeva di comprenderlo perché anche lui-era interessato a problemi analoghi. Mio padre stava lavorando su progetti riguardanti un enorme frantumatore meccanico per ghiaia, ma di quando in quando si distraeva e si interessava a qualcosa di diverso. Ci fu il periodo, per esempio, quando Dyer il macellaio si comprò una nuova bicicletta con il cambio e per un po' mio padre non parlava d'altro che di marce. Spesso lo vedevo dall'altra parte della strada mentre se ne stava accovacciato vicino alla bicicletta di Dyer, come se ci stesse parlando. Tutti noi andavamo in bicicletta perché non avevamo i soldi per niente di meglio. Certo mio padre aveva un vecchio camioncino Chev, ma raramente lo usava e ora mi viene in mente che potrebbe avere avuto qualche problema meccanico impossibile da risolvere, o forse era solo che lui lo stava conservando, non volendolo sciupare tutto in una volta. Abitualmente andava dappertutto con la sua bicicletta e, quando ero più piccolo, mi portava in canna ma smontavamo entrambi per salire a fatica su per le
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