Linea d'ombra - anno XV - n. 123 - marzo 1997

I O AMERICA AGAIN/DANIELE raccolto i risultati della flessibilità metodologica e gli interrogativi aperti dal nuovo storicismo, dagli studi culturali e dalla decostruzione.3 Lo studio della cultura delle minoranze (oralità, donne, etnie), in particolare, ha operato in questi anni una revisione del valore assoluto che idealisticamente si tende ad attribuire al fatto letterario. L'invito ad aprire le barriere disciplinari che dividono le scienze del linguaggio e a rileggere la storia del1'Occidente attraverso gli occhi di altre culture è, invece, il segno di una nuova cultura che matura, sebbene con lentezza, il suo carattere multiculturale. Come a dire che, se nella rivelazione biblica si paventava apocalitticamente il caos della torre di Babele, il terzo millennio è ben disposto ad affrontarlo. La problematica contiguità, al convegno, dei rappresentanti della tradizione formalista e degli innovatori culturalisti sembrava, insomma, sollecitare il confronto tra una critica che lavora da sempre per mantenere viva la nostra memoria letteraria e un'altra che comincia a cercare inedite prospettive di lettura attraverso forme di discorsività non canoniche, magari per rivelarci nuove versioni e visioni della storia che conosciamo. Dinanzi alle sollecitazioni multimediali, la critica contemporanea reagisce adottando un maggiore eclettismo metodologico e mostra la permeabilità dei generi e dei modi della comunicazione (Franco Minganti), senza temere di distruggere il patrimonio umanistico quando parla di rock e di idioletti tecnologici (un esempio di feconda compresenza "neo-antica" di mito e virtualità è l'epico film di Carpenter Fuga da Los Angeles). Eppure, anche di "disastro" e di crescente disaffezione per la letteratura ha parlato Tony Tanner, a dimostrazione che, nella dialettica tra passato e futuro, tra memoria e innovazione, tra senso apocalittico della fine e ansia euforica di nuove partenze, è sempre più difficile rimanere equidistanti. Come ha sintetizzato Franco Marenco (curatore della Storia della cultura inglese pubblicata l'anno scorso dalla Utet), oggi, nella critica, ci troviamo di fronte a due generazioni: l'una che si fa, secondo la lezione di T.S. Eliot, custode della letterarietà come valore assoluto, e garante dell 'impersonalità del giudizio critico e del suo distacco dall'oggetto; l'altra, più iconoclasta e portavoce di una nuova era in cui la letteratura non sarà più un linguaggio privilegiato, e in cui si rileggeranno i classici della letteratura accanto ad altre forme di scrittura sommersa, in un quadro più dinamico di discorsività allargata, consapevole che la letteratura organizza le sue forme dentro la storia e non sulla base di criteri estetici immutabili. Nella sua esplorazione di lingue e saperi lontani, resi prossimi dalla rapidità delle migrazioni umane e delle navigazioni in rete, il critico forse non ha più bisogno di trovare pose solenni e vaticinanti per esprimere nuovi giudizi apocalittici. Quando scrive, pare affidarsi sempre più spesso al reportage e al diario di viaggio,4 sapendo di poter produrre meno "saggi" e, più modestamente, come direbbe Thomas Pynchon, incompleti Baedeker dei territori linguistici in cui gli capita di penetrare. In questo variegato crocevia della comunicazione, il secolo pare quindi concludersi nel segno iperletterario e cannibalico dell'intreccio sincretico dei linguaggi il quale, se produrrà un romanzo della fine sarà di autori "postmoderni" in grado di passare con disinvoltura dall'allusione più sofisticata al pulp, dal saggio alla narrazione, dall'uso dei linguaggi della strada ai più arditi virtuosismi stilistici. E non è detto - come ha indicato Guido Carboni nell'animata tavola rotonda che ha chiuso il convegnoche la letteratura resti per sempre legata alla storia del libro, cioè a quella modalità di trasmissione sequenziale che le enciclopedie multimediali, i cd-rom, i collage ipertestuali, i dialoghi in simultanea in rete, stanno quanto meno interrogando come destino necessario. Forse, allora, come suggeriva il sottotitolo che Barbara Lanati ha dato al simposio ("La fine dell'inizio/L'inizio della fine"), la fine di un millennio non è più da ritenersi un tempo apocalittico della fine, ma il tempo indeterminato che Gertrude Stein aveva definito nei termini di un "presente continuo". Dei nostri Strange Days, diceva Lanati, la Bigelow non identifica con certezza né un(a) fine né un inizio, cogliendoci nell'atto paradossale di coniugare insieme memoria e tempo reale e di "muoverci rimanendo fermi". E non è proprio la fine del tempo come percorso lineare il suggerimento che ci giunge dalla prosa "senza progetto" della giovane Isabella Santacroce? Il suo Destroy è un'elegia della fine dell'inizio, il racconto lirico e episodico di un corpo spossessato che si esibisce in una successione di pose erotiche fino a dissolversi, come un ipertesto programmato per sparire dal monitor non appena letto. Eppure, accanto alle visioni più attuali della fine del tempo, pemrnne, nel paludoso romanzo italiano, il bisogno nostalgico di raccontare non tanto la fine quanto l'origine perduta o dimenticata, e persiste il crepuscolarismo di narrazioni (dalla Di Lascia, dalla Tamaro alla Mazzantini e alla Comencini) che appaiono dominate, più che dall'euforia dell'inizio, dalla forte apprensione che il nuovo porti con sé - come al solito - una rovinosa amnesia, un vuoto di memoria e di identità. Ci conforta, per questo, trovare in libreria, accanto a questa messe di romanzi sulla presunta trasparenza dell'origine, l'ultima digressione di Thomas Bernhard che pone seriamente in questione l'esito di ogni ricerca genealogica dove non è in grado di sollecitare una riflessione sulla propria fine e il progetto di un '"anti-autobiografica" Estinzione. L'ultima opera di Bernhard parte, infatti, dal romanzo familiare per diventare un'"arte dell'esagerazione", il testamento massimalista di un espatriato disposto a tornare nella sua casa natale per "ridare aria alle biblioteche", e insinuare il dubbio su un'origine impietosamente defamiliarizzata da una percezione del tempo sempre più straniata e intermittente. Note I) Cfr. Sylvia L. Thrupp, Millennial Dreams in Aclion: S1udies in Revolwiona,y Religious Movemen1s, Schocken, New York 1970. 2) Antonio Delfini, Poesie della fine del mondo e Poesie escluse, a c. di Daniele Garbuglia, Introd. Giorgio Agamben, Quodlibet, Macerata 1995,p. 14. 3) Sui nuovi orientamenti degli studi letterari in America si veda il recente Teoria della leneratura. Prospetlive dagli S1a1iUnili, a c. di Donatella lzzo, Nuova Italia Scientifica, Roma 1996. 4) Si pensi alla riscrittura in chiave autobiografica del viaggio nel Lower East Side di New York che Mario Maffi ha proposto in La cillà delle colline (Il Saggiatore, Milano 1995) e alla recente comparsa in Italia del "new journalism" di Hunter S. Thompson, tradotto l'anno scorso da Sandro Veronesi per la Bompiani col titolo Paura e disgusto a Los Angeles.

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