STORIEDELLAFINEDELTEMPO NUOVILIBRIEUN CONVEGNO DanielaDaniele "The World is Not Conclusion" Emily Dickinson La fine del millennio è, nell'immaginario giudaico-cristiano, un tempo apocalittico che presumiamo sempre percorso dall'annuncio di imminenti sovversioni e di gioachimiti terrori. Un primo bilancio delle implicazioni letterarie, antropologiche ed emotive di questa/ìn de siècle ce l'ha offerto "Turn of the century'', il convegno di studi organizzato da Barbara Lanati alla Fondazione Einaudi di Torino tra il 21 e il 23 novembre, in una stagione di piogge e di catastrofi naturali che ha esposto in modo vistoso gli squilibri dell'ecosistema e i rischi della sua estinzione. Tutto lascia, quindi, presagire che la fine del pianeta non avvenga per mano di sconosciuti alieni ma per effetto dei nostri abusi. Il crollo del muro di Berlino e la fine della guerra fredda hanno segnato, negli Stati Uniti, il declino del racconto dell 'invasione degli extraterrestri, oggi più teso a imboccare la strada della parodia (in arrivo la risposta dei marziani di Tim Burton alla retorica patriottica di lndependence Day), se non vuole soffrire, come il racconto di spionaggio, di una crisi autoriflessiva da cui rischia di non risollevarsi facilmente (Mission impossible). In assenza di grossi complotti internazionali, ciò che, invece, proprio non ci manca sono i proclami di secessione del separatismo nostrano che, annunciando ciclicamente l'avvento di un nuovo stato, tratta Milano come se fosse Gerusalemme (Luigi Sampietro). Dal canto suo, il fondamentalismo religioso d'oltreoceano, riscoprendosi tutore della moralità del terzo millennio, insidia con più accanimento l'applicazione delle leggi laiche, e, per salvare i figli del Duemila, mobilita grandi masse e organizza agguati mortali ai medici abortisti al grido di "Repent or Perish" (lo raccontano Kerr & Malley in Donne infuriate, di prossima uscita presso ShaKe). Ma, accanto ali' horror delle odierne crociate millenaristiche,' il secolo alle porte vede la diffusione crescente di forme di spiritualismo estatico più soft, che ci invitano a rallentare il passo e a meditare, su un piano di trascendenza atemporale, sul senso della nostra comune appartenenza al cosmo, per ricomporci tutti, proprio come voleva D.H. Lawrence (Apocalypse, I931 ), sotto uno stesso cielo, nel rispetto del bioritmo universale. Perché, in effetti, la facoltà, tutta orientale, di leggere connessioni nascoste tra noi e il cosmo, bene si concilia con la performance post fordista e con la visione unificata di un sistema produttivo globalizzato. Così, al consumatore medio che oggi imbocca fiducioso la strada olistica, la "New Age" promette un sicuro riparo dallo stress e innumerevoli corsi di rilassamento e di meditazione, da affiancare preferibilmente a ferree discipline ecologiAMERICAAGAIN/DANIELE 9 co-alimentari. Di questo irrazionalistico esorcismo delle inquietudini di fine secolo, la fiorente industria del manualismo howto-do (che fino a poco tempo fa pareva risibile appannaggio dell'editoria americana) ci sta ormai dichiarando ogni segreto, con relativa distribuzione ai fedeli del supermarket di ricette morali e profezie in edizione economica (si pensi alla permanenza sui banchi di vendita de La profezia di Celestino di James Redfield, a quattro anni dal suo esordio in libreria). Ma a chi si ripromette di giungere alle soglie del terzo millennio senza conversioni affrettate, si richiedono, invece, tutte le residue energie intellettuali per riconoscere le tracce del cambiamento che il "nuovo" porta con sé. Perché - e qui è il Frank Kermode di Il senso dellajìne a parlare - non c'è innovazione che non comporti la decadenza del paradigma egemonico e, davanti ali 'imminente cesura epocale, la nostra propensione culturale a guardare la storia come un processo lineare e ininterrotto ci induce a cercare un significato storico a questa fin de siècle. Un po' come avvenne nel passaggio dal Diciannovesimo al Ventesimo secolo, in cui Freud decise di datare 1900 un libro - l'Interpretazione dei sogni - che in realtà aveva già ultimato nel 1899, ma che teneva molto ad annoverare tra i primi libri del secolo che la sua teoria dell'inconscio di fatto inaugurava. Tuttavia, i segni dell'innovazione e le svolte epocali non sempre coincidono con le cifre tonde e con i big countdown che ci avviano a grandi passi verso il Duemila: l'ansia dell'anno Mille - ricordava al convegno Eugenio Corsini - è stata un'invenzione dei moderni e i grandi romanzi apocalittici del nostro secolo, aggiungeva Nadia Fusini, sono nati in occasione delle grandi guerre o sotto la minaccia della distruzione atomica (si pensi ai romanzi di Virginia Woolf e al Gravity's Rainbow di Thomas Pynchon, di cui ancora si attende una traduzione italiana). Resta, però, l'attesa di un punto di svolta, il desiderio dicogliere i segni del "turning point" che ci vedrà poi scivolare con naturalezza in un nuovo paradigma culturale. "La morte di un Fondatore," ha scritto Antonio Delfini, "è il principio/ di una piccola soddisfazione poetica/ nella mente serena di un nuovo clima". 2 Allora è il caso di chiedersi di quale padre sarà la fine futura e a quale figlia o figlio daremo la gloria dell'inizio, perché il millennio che chiude, oltre a suscitare tardivi rimorsi e a indurci alla decompressione psicofisica, ci invita forse a riconoscere i poli attuali della dialettica di tradizione e innovazione, e a interrogarci, per esempio, su quale forma letteraria potrà avere il millennio alle porte. Se è vero che il senso della letteratura è sempre cambiato attraverso come a cavallo dei secoli, tale consapevolezza ci stimola a mettere in questione ciò che crediamo di conoscere, e magari ad atteggiarci in modo un po' meno ossequioso rispetto al canone, senza per questo ignorare il peso del nostro passato e la persistenza - magari riflessa anche in altre forme di comunicazione - del mito letterario (Alessandra Marzola). Non a caso, il secolo si sta concludendo con nuove storie letterarie, e con l'esordio di una critica e di un sistema scolastico che promettono grandi avventure interdisciplinari. Così, tra gli ospiti del simposio torinese, accanto ai depositari del formalismo novecentesco legittimati dalle prestigiose cattedre di Cambridge, abbiamo visto aggirarsi figure di letterati più controverse come quella di Emory Elliott (autore della Columbia History of the American Literature pubblicata qualche anno fa dalla Utet nell'edizione di Claudio Gorlier e di Stefano Rosso), il quale ha
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