Linea d'ombra - anno XV - n. 123 - marzo 1997

8 AMERICAAGAIN/ROLLO conto ora davanti a questa mostra - aveva un potente sapore fotografico. È stato - preso così, anche al di là della straordinaria fascinazione mitologica - una presa d'aria rispetto alla cultura tutta monumentale che ci era stata inflitta, alla eredità decadente che - complici i ribelli post romantici - avevamo volentieri assorbito. L'America - questa mostra lo dice con limpidezza - è un paese senza monumenti, e quando i monumenti ci sonorischiano sempre il ridicolo. L'America era ed è ancora un paesaggio di facce, di corpi, di natura selvaggia e di natura soggiogata, di vastità immani (che troviamo ancora nei romanzi di Cormac MacCarthy) e di città-città (quelle dei gangster-movie degli anni quaranta, della science-fiction d'anticipazione, ma anche quelle di Paul Auster o di Bret Easton Ellis). I bambini neri ritratti da Leonard Freed mentre si rinfrescano sotto il getto dell'idrante in mezzo a una strada di Harlem, i lavavetri di Inge Morath che spencolano bianchi di tute dalle finestre di un grattacielo, la "gang" di Bruce Davidson seduta in fondo a un pullman (una coppia di neri e un trio di giovani mal in arnese), ciascuno immerso in un pensiero, in un gesto, in un guardare che li distrae dall'obiettivo, o ancora la famiglia di Elliott Erwitt che compare sul manifesto della mostra, un piccolo capolavoro di satira sull'istituzione famigliare: tutti questi soggetti sono la negazione della cultura monumentale europea. Ogni singola immagine allude o esplicita ineluttabilmente un' emergenza sociale. La magrezza e la grassezza, la vecchiezza e la gioventù, le nascite e le morti, nulla suona mai rapito da un '' i musulmani sono terroristi,, ..• UN PREGIUDIZIO SI COMBATTE CON L'INFORMAZIONE, LA CONOSCENZA E L'INCONTRO • e ogni mese un incontro tra fedi e culture in dialogo abbonamento annuo: lire 65.000 sostenitore: lire 120.000 telefono 06/4820503; fax 06/4827901 Email: Coop.nuovi.tempi@agora.stm.it sito WEB: Http://hella.stm.it/market/sct/home.htm chiedici una copia omaggio! processo di astrazione: c'è sempre un "tono" che reinchioda la figura al mondo da cui è stata "tagliata fuori". In fondo, se l'America è ancora una certezza, è proprio per quel singolare modo di farsi guardare infaccia - prima ancora che il talento cerchi forme e interpretazione. Esiste un suggerimento di realtà che lavora insieme e accanto alla stessa realtà e che detta la scrittura. L'artista americano - magari manipolandolo, contraffacendolo, esasperandolo o mortificandolo - non ha mai mancato di ascoltarlo: da Robert Evans e James Agee (che con il loro Sia lode ora agli uomini di fama rappresentano l'exemplum estremo di questa disposizione) a Robert Altman (che pur ha spesso peccato per eccesso), da Edward Hopper a Andy Wahrol, da Salinger a Thomas Pynchon. Quel suggerimento di realtà, quel modo di farsi guardare in faccia agisce in maniera più evidente - così almeno risulta da questa mostra - sulla fotografia. Come se la fotografia non avesse bisogno - per il carattere "istantaneo" che le è intrinseco - di "cercare". Mi rendo conto della verità molto parziale di questa affermazione - e basterebbe la miracolosa semplicità degli scatti di Cartier-Bresson per contraddirla. Eppure è vero che chiunque arrivi a New York per la prima volta vede tutto subito: il conflitto, la magnitudine, il disordine delle facce, il fragore delle cose; vede tutto come da dietro un obiettivo fotografico. Quella è la città che si era immaginato e ciononostante essa non smette di lasciarsi esplorare, di lasciarsi guardare senza mai destare alcun sospetto di voyeurismo. E, naturalmente, in un modo ben diverso da come accade davanti a un bello scorcio paesaggistico italiano o a una chiesa rinascimentale. Se pensiamo che uno dei capolavori del nostro neorealismo, La terra trema, è tutto uno spiegarsi di impeccabili citazioni pittoriche, è facile capire come quel "lasciarsi guardare" americano sia stato e sia ancora - filtrato quanto si vuole - un'altra strada. Filtrato: come accade in quel bar hopperiano cilestrino e deserto che Gruyaert ha fotografato da dietro le veneziane semiabbassate col cielo crepuscolare di Las Vegas che spennella pastelli oltre le vetrate. E l'esplorazione visiva lascia spazio al racconto. Al racconto di abissi e storture, di dolore e passione (davanti alla vedova di Consta Manos per il suo Funerale di un soldato morto in Vietnam si finisce per pensare al Mantegna), di costumi e ricorrenze (quella squallida sala vuota di Erich Hartmann con I 'Happy birthday America del bicentenario appicicato sulla parete), di star (la memorabile foto di Elliott Erwitt sul set degli Spostati è un "compianto" sublime sul cinema) e di stalle del malessere. Americani è un "volume" di storia e una raccolta di storie, è l'America come l'abbiamo sognata e come l'abbiamo odiata, ma soprattutto - ripeto - è una lezione di certezza, che ormai ha ben poco a che fare col mito americano. La certezza che il mondo esiste. E che non è solo quello tutto postumo e ironico della tecnocultura. Che grande lezione, per esempio viene da un fotografo come David Alan Harvey, celebre per la sua collaborazione con National Geographic, per il reportage di viaggio, che qui ha esposta una foto senza titolo in cui compaiono "solo" due vecchi in un interno domestico: lui sorseggia una bevanda dalla tazza, la tazza di lei è posata sul tavolo. Lui tiene il bracccio sinistro appoggiato sulla tavola e c'è una qualche patologica rigidezza nell'arto, la moglie tiene le braccia in grembo, nascoste dalla tovaglia, e guarda il coniuge seria, con un affetto guardindo temprato dalla consuetudine. Dalla finestra che li separa - lui a destra, lei a sinistra - entra una luce meridiana candescente che sfuoca la lampada bianca a centro tavola. Sulla scena trema una quiete rassegnata. Come se l'accadere non si fosse spento, ma a che costo.

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