"RICONOSCENDO L ORMDEICHCI lHAPRECEDUTO SIVAAVAN
At d BIBLIOTECA ~ t GINBOIANCO~ * f INCHSÉISCORGINENANAZNI OIUNA □ Si, mi abbono a LINEA D'OMBRA per un anno approfittando di questa offerta esclusiva che mi dà diritto a tre libri a scelta. Riceverò gli 11 numeri (più un numero in omaggio) e i tre libri a sole lire 100.000 anziché 165.000. A pagamento avvenuto riceverò subito i libri prescelti. Scelgo qui il gruppo di tre volumi prescelti: [I] FriedrichSchiller. Il delinquenteper infamia MoriOgai, L'intendenteSansho RamonPérezdeAyala, Lacadutadellacasa NOME .............................................. .,, ............. . COGNOME ........................................................ : I INDIRIZZO .......................................................... : I I ···········································································• CITTA' ............................................................... i CAP........................ .TEL.................................... . Vi indico qui di seguito le modalità di pagamento (senza aggiunta di spese postali) O Vi autorizzo ad addebitarmi la cifra di I::.100.000 su Carta Si • I I I I I I I I I I I I I I I I I uw N. SCAD. Limones INTESTATA A rn RafaelSanchezFerlosio, La freccianell'arco FIRMA QJ JulioCortàzar, Ultimoround CeesNooteboom,Come si diventaeuropei LuisBunuel,I figlidellaviolenza CarmeloBene, A Boccaperta GoffredoFoti,I limitidellascena O Assegno (bancario o postale n. Banca...... . ..... (in busta chiusa) O Awenutoversamentosule/e postalen.54140207 intestato a Linead'Ombra. "LINEAD'OMBRA''V, IAMELZO9, 20129MILANO.POTETMEANDARE
SHRHE EDIZIDA·.I unDERGRDUnD : ·~. Per ordirif .-diretti tel 02/5B317306 .. . . Nell'orgiadelle celebrazioni due testi controcorrente Le nuove proposte di una casa editrice che si è distinta per fantasia e rigore di realizzazione Derek Taylor ESTATED'AMOREE DI RIVOLTA Con i Beatles nella Summer of Love collana Underground pp. 304 con immagini Lit. 28.000 "Colpassaredegli annz;il lavorodei detrattori e dei pentiti ha offuscatoi miei ricordi;privandoli della vivida unità di quella metà degli anni Sessanta, culminata con l'estate dell'amore e della rivoltanel 1967. Certo, è vero chequellofu un periodo insolitamentepiovoso e chemigliaiadi personepitì o menofamosefurono arrestateper aver tentato di far /are un saltoallapropriacoscienzaconsostanzeillegalz;mafu anche uno splendidospartiacque per la storia socialedella gioventù occidentale, e possoa/fermarecon grandesicurezzache in quel periodo successequalcosadi grandioso, qualcosacheancoroggiproietta una luce rosasu molte vite... Ho presoper la prima volta l'Lsd con mia moglie]oan durante lafesta per l'inaugurazionedella casadi Brian Epstein... Era stato messo nel tè (a nostra insaputa) dafohn Lennon e da GeorgeHarrison.Presiuna dose doppiadellasostanzachimicaperché per sbagliobevvi due tazze di tè. Dopo di che le coseiniziaronoa cambiare..." Questo è l'entusiasmante inizio di un viaggio nella Summer of love, con i Beatles, Rolling Stones, Doors, Jefferson Airplane, Timothy Leary, Allen Ginsberg, hippy, yippy e provo; i primi festival, la musica, le riviste, l'arte, le esperienze con le droghe e lo scontro con il potere: tutte le grandi utopie di una generazione che, per una stagione breve ma intensissima, ha cercato di trasformare il mondo. Shakerate la miscela con molti fiori e amore, al ritmo di Sgt Pepper'sLonely Hearts Club Band e immergetevi nel "trip" ... Completano il volume le illustrazioni di Matteo Guarnaccia, figura cult della psichedelia in Italia sin dalla fine degli anni Sessanta, e un ricco inserto fotografico sulla storia dell'Estate dell'amore, un periodo spesso mistificato dai media. DECODER11 Rivista internazionale underground pp. 96, Lit. 9.000 Interviste: Neal Stephenson, Hakim Bey, R. Anton Wilson, J.G. Ballard, Rosi Braidotti • Junglist, la musica della giungla metropolitana • Squatter e raver in Inghilterra• Techno U.K. • Come si beffa il giudice• I consigli legali del dottor Kabel • Ire e #cybernet • Professor Bad Trip • Energia alternativa • Centri e impresa sociale • Telecomunicazioni e privatizzazioni • Virus informatici • Access for all. ShaKe è distribuita nelle librerie da PDE
Direzione: Marcello Flores, Goffredo Fofi (Direttore responsabile), Alberto Rollo, Gruppo redazionale: Mario Barenghi, Alfonso Berardinelli, Paolo Bertinetti, Gianfranco Bettin, Francesco Binni, Marisa Bulgheroni, Marisa Caramella, Luca Clerici, Riccardo Duranti, Bruno Falcetto, Pinuccia Ferrari, Fabio Gambaro, Piergiorgio Giacchè, Filippo La Porta, Marcello Lorrai, Danilo Manera, Roberta Mazzanti, Paolo Mereghetti, Santina Mobiglia, Luca Mosso, Maria Nadotti, Marco Nifantani, Oreste Pivetta, Giuseppe Pontremoli, Fabio Rodrfguez Amaya, Lia Sacerdote, Alberto Sai bene, Tiziano Scarpa, Marino Sinibaldi, Paola Splendore. Collaboratori: Damiano D. Abeni, Adelina Aletti, Chiara Allegra, Enrico Alleva, Livia Apa, Guido Armellini, Giancarlo Ascari, Fabrizio Bagatti, Laura Balbo, Alessandro Baricco, Matteo Bellinelli, Stefano Benni, Andrea Berrini, Giorgio Bert, Lanfranco Binni, Luigi Bobbio, Norberto Bobbio, Marilla Boffito, Giacomo Barella, Franco Brioschi, Giovanna Calabrò, Silvia Calamandrei, Isabella Camera d'Afflitto, Gianni Canova, Rocco Carbone, Caterina Carpinato, Bruno Cartosio, Cesare Cases, Francesco M. Cataluccio, Alberto Cavaglion, Franca Cavagnoli, Roberto Cazzola, Francesco Ciafaloni, Giulia Colace, Pino Corrias, Vincenzo Consolo, Vincenzo Cottinelli, Alberto Cristofori, Peppo Delconte, Roberto Delera, Paola Della Valle, Stefano De Matteis, Carla de Petris, Piera Det-assis, Vittorio Dini, Carlo Donalo, Edoardo Esposito, Saverio Esposito, Doriano Fasoli, Giorgio Ferrari, Maria Ferretti, Antonella Fiori, Ernesto Franco, Guido Franzinetti, Giancarlo Gaeta, Alberto Gallas, Roberto Gatti, Filippo Gentiloni, Gabriella Giannachi, Giovanni Giovannetti, Paolo Giovannetti, Giovanni Giudici, Bianca Guidetti Serra, Giovanni Jervis, Roberto Koch, Gad Lerner, Stefano Levi della Torre, Emilia Lodigiani, Mimmo Lombezzi, Maria Maderna, Luigi Manconi, Maria Teresa Mandalari, Bruno Mari, Emanuela Martini, Edoarda Masi, Paolo Mattei, Roberto Menin, Mario Modenesi, Renata Molinari, Diego Mormorio, Antonello Negri, Grazia Neri, Luisa Orelli, Alessandra Orsi, Maria Teresa Orsi, Armando Pajalich, Pia Pera, Silvio Perrella, Cesare Pianciola, Guido Pigni, Giovanni Pillonca, Pietro Polito, Giuliano Pontara, Sandro Portelli, Dario Puccini, Fabrizia Ramondino, Michele Ranchetti, Luigi Reitani, Marco Revelli, Alessandra Riccio, Paolo Rosa, Roberto Rossi, Gian Enrico Rusconi, Nanni Salio, Domenico Scarpa, Maria Schiavo, Franco Serra, Francesco Sisci, Piero Spila, Antonella Tarpino, Fabio Terragni, Alessandro Triulzi, Gianni Turchetta, Luigi Vaccari, Federico Varese, Bruno Ventavoli, Antonella Viale, Emanuele Vinassa de Regny, Itala Vivan, Gianni Volpi. Segreteria di redazione: Serena Daniele Redazione: Tel. 02/29514532 Fax 02/29514522 Progetto grafico: Andrea Rauch Fotocomposizione: ShaKe-Tel. e Fax 02/58317306. Amministrazione e abbonamenti: Picomax srl - Via Felice Casati 4420124 Milano - Ufficio abbonamemi: Tel. 02/66990276 - Fax 02/66981251. Hanno contribuito alla preparazione di questo numero: Michele Neri, Marco Antonio Sannella, Barbara Verduci, le agenzie fotografiche Contrasto, Effigie, FarabolaFoto e Grazia Neri. Editore: Linea d'ombra Edizioni srl - Via Melzo 9 20129 Milano-Te!. 02/29514532 Fax 02/29514522 Distrib. edicole Messaggerie Periodici SpA aderenteA.D.N. - Via Famagosta 75- Milano Tel. 02/8467545-8464950 Distrib. librerie POE - Via Tevere 54 - 50019 Sesto Fiorentino - Tel. 055/301371 Stampa Grafiche Biessezeta Sri - Via A. Grandi 46 - 20017 Mazzo di Rho (MI) - Tel. 02/93903882 Fax 02/93901297. LINEA D'OMBRA Iscritta al tribunale di Milano in data 18.5.87 al n. 393. Dir. responsabile: Goffredo Fofi LINDIA'OMBRA anno XV marzo 1997 numero 123 IL CONTESTO 4 7 9 12 20 22 25 31 39 44 46 49 67 69 Alberto Rollo Alberto Rollo Daniela Daniele PeterCarey Emory Elliot Marisa Caramella Jimlarmush Tiziano Scarpa Abilio Estévez, Alex Fleites, Juan Nicolas Padron Barqufn Emilia Perassi Alberto Airoldi Pablo Armando Fernandez Piergiorgio Pescali Carlos Ximenes Belo TEATRO 52 Romeo Castellucci 56 César Brie CONFRONTI 33 35 60 61 64 Marcello Benfante Andrea Cortellessa Co/in Ward Gian Luca Potestà Danilo Manera STORIE 70 Andrea Carrara 73 Mauro Covacich "Linea d'ombra", un'altra stagione America again Il grande romanzo americano Storie della fine del tempo Sogni americani Un caos salutare a cura di Elisabetta Po1firi L"'invenzione" della libertà Un fucile su per il culo a cura di Jonathan Rosenbaum Nel nome del cane Cuba in versi e in prosa Poesie Romanzo e racconto a Cuba Economia di guerra in terripo di pace Di storia e di memoria a cura di Marco Nifantani Timor Est, una guerra dimenticata La libertà negata Un'identità in pericolo a cura di Piergiorgio Pescali e Higuchi Yasuko Ingannando l'attesa a cura di Piergiorgio Giacchè Il luogo della commozione a cura di Vincenzo Maria Greggia Il sagace saraceno Action writing Paul Goodman, un anarchico americano Bonhoeffer, cristianesimo e modernità Il rimedio universale di Daniel Chavarrfa L'incidente Giustizia La copertina di questo numero è di Gabriella Giandelli Abbonamento annuale: ITALlA L. I 00.000, ESTERO L. 120.000 a mezzo assegno bancario o c/c postale n. 54140207 intestato a Linea d'ombra o tramite carta di credito SI (si veda il tagliando a pagina 2). I manoscrilli non vengono restituiti. Si pubblicano poesie solo su richiesta. Dei testi di cui non siamo in grado di rintracciare gli aventi diritto, ci dichiariamo pronti a ottemperare agli obblighi relativi.
4 "LINEAD'OMBRA" 1997 . SCHEGGEDI TUTTII VERI "LINEAD'OMBRA",UN'ALTRASTAGIONE Alberto Rollo Dal prossimo numero il volto di "Linea d'ombra" cambierà. Grafica più ariosa, più rubriche, più agilità di interventi e di proposte. Cambierà anche la direzione (passerà a Oreste Pivetta), attuando quel salutare ricambio che solo un comitato redazionale storicamente forte può permettersi. Né mancherà, come non è mai mancato, l'apporto del fondatore, Goffredo Fofi. Per uno come lui che, giustamente, afferma che le riviste non si fanno sedendo dietro una scrivania, vige cogente il bisogno di provare altrove e con altri altre strade. La strada di "Linea d'ombra" è quella della rivista di cultura e di cultura eminentemente letteraria. Il destino delle riviste letterarie si fa sempre più difficile (o forse lo è sempre stato) per ragioni che sono in parte di mercato in parte culturali. Non esistendo più una "società letteraria" è arduo supporre che esista un pubblico in grado non tanto di identificarsi quanto di determinare o anche contrastare una "linea" critica: sembra bastare l'informazione dei magazine. Che sia finito il tempo storico della rivista letteraria? O addirittura delle riviste? Forse è necessario fare i conti con altri canali, con altre forme di veicolazione, promozione e provocazione culturale? I conti bisogna farli, ma per il resto sarà bene disilludere, almeno su queste pagine, il gusto giornalistico dei collassi estremi. Non è morto il romanzo, non si è consumata la tecnologia - ancora insuperata, sino a prova contraria - della pagina stampata, e siamo solo nel "dopo" che pertiene alle crisi irrisolte, in un "dopo" sin troppo compiaciuto per risolversi a considerare deserto tutto ciò che è avvenuto prima. Ciò non significa che non sia opportuno prendere in considerazione le macrotrasformazioni che hanno toccato la vita civile e la trasmissione di valori e di come queste abbiano prodotto microtrasformazioni anche sulla realtà - più limitata, più appartata - del mondo delle lettere. Si pensi alla nuova generazione di scrittori giovani nata tutta al di fuori delle riviste, allenata da alcune case editrici a contrattare anticipi sempre più alti, corteggiata dai media, più vicina ai modelli del rock-stardom e comunque dell'industria discografica che a quelli dell'editoria tradizionale. Si pensi a che curiosa lezione di "autonomia" ha dato. In questi ultimi tre anni il gruppo redazionale di "Linea d'ombra" ha dato prova di una saldezza che non è solo esemplare per la consuetudine di frequentazioni creata dal suo fondatore, ma anche per il bisogno di far barriera, di resistere compatto contro tendenze e tentazioni di diversa natura. Per chi abbia a cuore la geografia culturale della rivista non sarà ozioso ricordare che c'è un nucleo di collaboratori a Milano, uno a Roma, uno a Torino, uno a Firenze e poi ancora presenze rilevanti a Perugia, Venezia, Napoli, Palermo. Insomma "Linea d'ombra" è una rivista italiana. Questa è una premessa che oggi vale ancora più di ieri (di quando è nata la testata), e certamente è tra i fattori che ci spingono (e spingono più in particolare Oreste Pivetta) a rinnovare lo spirito che anima il timone editoriale e a consolidare il rapporto con i lettori, abbonati e non. Lo si è ripetuto in moltissime riunioni: il compito di una rivista letteraria come la nostra non è solo quello di creare repertorio, di svolgere quel lavoro di ricerca (in particolare rispetto alle letterature straniere) che le case editrici hanno fatto poco o che comunque fanno trattando ai tavoli delle agenzie letterarie internazionali. Questo compito - ampiamente svolto per tutto un decennio - si è per altro attenuato proprio perché gli editori hanno imparato a sondare terreni sconosciuti, a guardare un po' più in là dei plichi che gli agenti inviano agli uffici esteri. Il vero compito è quello di smuovere le acque, di creare tensioni, di aprire contraddizioni. Non solo: proprio a fronte dell'evanescenza del dibattito o della risentita ininfluenza delle lettere rispetto allo spettacolo del!' informazione e della politica, si dovrebbe avere il coraggio di rivendicare una posizione di aggressiva inattualità, di parlare di "mondo delle lettere" per l'appunto quando la frontiera a cui si viene chiamati come coloni allo sbaraglio è quella della "tecnocultura", della simultaneità della comunicazione, dei "nuovi linguaggi". Chiedere alla letteratura - come sempre avviene nei periodi di crisi profonda - di dare risposte ali' incertezza dei destini generali, al decadere dei valori morali e politici, e soprattutto al vuoto culturale minacciandola se non lo fa di rapida necrosi significa soltanto peccare di strabismo. La letteratura dà già delle risposte: è l'esperienza del mondo a impoverire. A un narratore si può e si deve chiedere il coraggio dell'immaginazione, di non piegare il talento al gusto, di essere fedele alla sfida che ogni forma di "scrittura" lancia a sé e ai lettori. Non certo di confutare la povertà di cui siamo tutti vittime e portatori. Ma a una rivista di cultura letteraria si dovrebbe chiedere di rendere evidente il panorama che fa da sfondo o che addirittura coincide con quella povertà, dalla quale discende anche il gioco polemico con cui spesso - individuando finalmente un nemico - crediamo di dare risposte utili. Fra la logica del! 'accordo che trama molta parte della vita politica italiana e i vertiginosi abissi di violenza o anche solo di indifferenza che si aprono appena fuori dalla porta di casa ci sarà pure un passaggio mancante, una cultura che non si preoccupa, che non vede. Si tratta di mettersi dove manca il passaggio, ostinarsi a vedere di cosa è fatto quel vuoto o di cosa non è fatto. Lo sforzo di descrivere, di circonstanziare, insomma, l 'azione o la non azione, i luoghi e i non luoghi, e naturalmente anche le parole o l'assenza di parole a cui sono legate le for-
me dell'esperienza del mondo (e la mortificazione che ne consegue) è uno sforzo che è stato fatto ma che va fatto ancora più capillarmente. Più chiaramente: per una rivista che vuole fornire materiali, lavorare ai fianchi, aggiustare il fuoco è più importante studiare la figura di un giovane funzionario di partito (magari molto periferico, magari incontrato fuori dalla sede in cui esercita il suo ruolo) che trarre conseguenze sulla politica culturale del congresso del Partito democratico della sinistra, è più importante il ritratto "dal vivo" di un giovane che si riconosce nella "nuova destra" che sdottrinare sul fallimento della sinistra, è più importante sapere - direttamente da loro - di cosa parlano (e dove e se si frequentano) gli scrittori romani della nuova generazione piuttosto che aspettare la trasmissione televisiva che stolidamente li aggruppa. Non solo. "Linea d'ombra" ha coltivato l'amore se non la pratica del reportage: come spesso accade la parola si è consumata prima ancora di vedere diffondersi l'azione che ad essa corrisponde. Forse anche per un deluso investimento sulle dimensioni: o il reportage è "grande" o non vale la candela. Sono convinto che una rivista come questa può - e con profitto - esercitare l'arte del "piccolo reportage", la perlustrazione a segmenti della realtà sociale. Di questi e altri propositi si nutre il nuovo progetto della rivista. Per quanto concerne la critica letteraria in senso stretto una rivista come "Linea d'ombra" deve funzionare come la centrale elettrica di cui parlava Walter Benjamin ("Le correnti spirituali possono raggiungere una pendenza abbastanza ripida perché il critico possa installarvi la sua centrale elettrica."). Non è detto che i fenomeni culturali di cui siamo testimoni siano rilevanti, ma, a una certa distanza (non meramente temporale) da essi, possiamo cogliere - se ce l'hanno - una forza di scorrimento che, presi alla fonte, non sarebbe valutabile. È necessario rammentare che lo "stare a valle" non è meno significativo del ruolo di vedetta che certamente ci piace di più, ci stimola di pìù, ci impegna di meno. In tal senso hanno funzionato i nostri dossier, e in tal senso può funzionare anche la stessa pratica della recensione, una volta svincolata da quella sorta di esercizio di "protezione artistica" che, per molti aspetti, è venuto trasformando il rapporto fra le pagine culturali e lo scrittore in una relazione analoga se non simile a quella vigente nel mercato dell'arte dove artista, opera, gallerista e critico partecipano allo stesso businnes. L'inattualità salutare di una rivista letteraria è quella di non cedere, anche con un po' di cocciutaggine, al fascino del caos, alla indifferenza nei confronti della storia, alla conclusione, apparentemente ineluttabile, secondo la quale "la tecnologia regola l'esperienza". Siamo esposti alle "schegge di tutti i veri" di cui parla Eugenio De Signoribus in uno dei più importanti volumi di versi apparsi nell'ultimo decennio (Istmi e chiuse), sullo sfondo di "stazioni terminali del novecento". Ecco, si tratta di capire cosa vogliamo fare di quelle "schegge". Certamente non bearsi di fronte allo spettacolo di tanta pirotecnia. Né cercare un riparo. PremioRiccioneper il teatro 44ma edizione "per un teatro d'autore" Si apre il concorso alla 44 edizione del Premio Riccione 1997: il Premio Riccione per il Teatro viene attribuito ogni due anni ad un'opera originale di autore italiano mai rappresentata, come contributo allo sviluppo della drammaturgia contemporanea. Il premio è aperto a tutte le forme di prosa e non esclusivamenteal teatro di parola. Non sono ammesseopere tradotte da altre lingue. Si festeggia quest'anno il Cinquantenario del Premio e per l'occasione possono partecipare gli autori che abbiano già conseguito il primo premio in precedenti edizioni. Sono peraltro escluse dalla selezione le opere già inviate a precedenti edizioni del Premio o già premiate o anche soltanto segnalate in altri concorsi. La giuria per il 1997 è così composta: Franco Quadri (presidente), Giorgio Amitrano, Isa Danieli, Elena De Angeli, Piera Degli Esposti, Mario Fortunato, Cesare Garboli, Maria Grazia Gregori, Egisto Marcucci, Enzo Moscato, Luca Ronconi, Renzo Tian, Patrizia Zappa Mulas. Segretaria Maroly Lettoli. Un premio di produzione per concorso alle spese di allestimento sarà attribuito al progetto di messinscena dell'opera vincente. Sono inoltre previsti il PremioSpecialedellaGiuriaintitolato a PaoloBignami e il premio intitolato FondazioneCassadi Risparmiodi Rimini che sarà destinato a un'opera particolarmente significativa per i suoi valori di attualità e le prospettive di evoluzione drammaturgica. Verrà anche attribuito annualmente il Premio Speciale "AldoTrionfo", al di fuori del concorso, a quei teatranti, artisti della scena o della pagina, singoli o gruppi, studiosi o tecnici, che si siano distinti nel conciliare gli opposti, coniugando la tradizione con la ricerca. I copioni in dieci esemplari dovranno pervenire alla segreteria del Premio Riccione presso: Municipiodi Riccionev,ialeVittorioEmanuelIel, 2 - 47036 RiccioneR,Nentroil 15maggio1997. AssociazioneRicccioneTeatrovialeVittorioEmanueleIl, 2 - 47036 Riccione- tel./fax 0541/ 693384 - 692124 s
6 Foto Freed/Magnum/Contrasto. "Americani", New York, Harlem 1963.
AMERICA GAIN 7 VISIONI D'AMERICA IMMAGINIDIMITOEDIREALTÀ IL GRANDE ROMANZO AMERICANO MAGNUM IN MOSTRA Alberto Rollo Nei tre quarti d'ora di paziente fila per accedere alla mostra Americani. Dagli archivi Magnum le immagini degli States ho avuto modo di chiedermi cosa mai chiamava e soprattutto teneva compatti quelle cento, centocinquanta persone nella clemente sera milanese. Dal tenore delle chiacchiere e dei telefonini accesi per comunicare con chi era già entrato nell 'Arengario, c'era ben poco da cavare, se non quel po' di imbellicità che affratella signorine e signorini dalle occupazioni di poca identità e molta immagine. Ma - sono sicuro - c'era del) 'altro. Anche il pubblico più rattrappito dalle mollicce insanie del benessere rischia di essere "redento" da un bello spettacolo, da una bella manifestazione di intelligenza. E comunque si avvertiva una attrazione inespressa - esprimere non è chic, non è cinico - che aveva ben poco a che fare con le tristi dinamiche dell 'evento di promozionale memoria e implicava, invece, qualcosa di simile alla seduzione delle certezze.L'America - ebbene sì - è ancora una certezza. L'immagine degli Stati Uniti e la cultura che veicola è uno dei noccioli che resistono nello sfascio, nello scialo. Basterebbero cinema e popular music per cominciare a fare i conti. Ma sarebbe ingenuo sottovalutare il romanzo, che dalla Seconda guerra mondiale in poi ha conquistato un posto accanto ai monumenti della tradizione francese e russa. Americani è una mostra di grandi reporter, di grandi fotografi, ma come è forte - qui più ancora che nel cinema - la tentazione del "grande romanzo americano", dell'opera che tutte le racchiude e che periodicamente vorrebbe prender forma e consistenza (solo nell'ultima decade ci si sono misurati almeno tre scrittori diversissimi fra loro - Tom Wolfe, Harold Brodkey e Don De Lillo arrivato alla millequattrocentesima pagina del suo Underworld non ancora dato alle stampe). Qui la tentazione è dentro la singola immagine, perché il "romanzo" (I 'assemblaggio, l'immagine tradotta in sequenza) appartiene un po' ali' allestimento e molto alla sintesi casuale dello sguardo. Non solo: qui chi cerca il romanzo americano è spesso un obiettivo che americano non è: ci sono una trentina di fotografi europei compresi nel catalogo Magnum. Prendiamo Monument Valley di Harry Gruyaert (belga): in primo piano un uomo di spalle sta inquadrando la moglie seduta - e anch'essa di spalle - che guarda verso le cattedrali di roccia rossa che hanno fatto da sfondo a tanti film western; il cielo è azzurrissimo, la sabbia rossa, e tutto è a fuoco: la sagoma dell'uomo, la silhouette della donna con la gonna a fiori, il profilo delle montagne. Ci si chiede di tutto questo lindore cosa resterà nella foto famigliare che sta scattando l'uomo dal berretto celeste, che cosa resterà di questa vacanza, di questo segmento di vacanza. Come farebbe una coppia di mezza età in Piazza San Pietro, i due coniugi provano a portarsi a casa un reperto del loro Paese, un brandello del loro tempo, l'eccezionalità della scena che li rende protagonisti e Guyaert non ci consegna né quella vacanza, né quel reperto, ma la calda fissità che inchioda la ritualità del viaggio, la ritualità della coppia, la laica sacertà di uomini e luoghi. In fondo il "romanzo" americano comincia qui dalla natura e dalla famiglia: c'è una serietà nell'accadere della foto-ricordo, nell'antico disegno della valle che quel po' di ironia suggerita dalla scelta del soggetto si disperde nella nettezza dei contorni. Si pensi a uno scrittore come Richard Ford, ma anche a Raymond Carver: stessa nettezza, stessa programmatica impettita ingenuità (dove il programma non coincide con artificio ma con rispetto di un canone dettato dalle cose piuttosto che dalla scrittura). L'America dei fotografi Magnum è in gran parte quella che ha accompagnato più generazioni nel contrastare la minaccia retorica, le estenuatezze decadenti, i neoclassicismi accademici sempre in agguato nella cultura europea. La New York di Richard Kalvar e Bruce Davidson, la Chicago di Danny Lyon, certe inquadrature di Eliott Erwitt ci continuano a rimandare l'America che verso la fine degli anni sessanta volevamo ritrovare - e questo accadeva a Milano, ma è noto che il fenomeno è ben più ampio - in alcune aree della cintura suburbana - il villaggio ACNA a Cesano Maderno, la Bicocca Pirelli e il villaggio Falck, le campagne industriali a est di Rogoredo - in un continuo e immaginario traghettamento verso ciò che ritenevamo fossero i dintorni di Pittsburgh, la periferia di Chicago, il mid-west. Un universo, insomma, industriale, sottratto alla "consolazione" delle grande tradizione occidentale. Il "grande romanzo americano" è stato per molti di noi non un'opera specifica ma un singolare impasto di musica, versi, immagini cinematografiche, pagine di narrativa che - me ne rendo
8 AMERICAAGAIN/ROLLO conto ora davanti a questa mostra - aveva un potente sapore fotografico. È stato - preso così, anche al di là della straordinaria fascinazione mitologica - una presa d'aria rispetto alla cultura tutta monumentale che ci era stata inflitta, alla eredità decadente che - complici i ribelli post romantici - avevamo volentieri assorbito. L'America - questa mostra lo dice con limpidezza - è un paese senza monumenti, e quando i monumenti ci sonorischiano sempre il ridicolo. L'America era ed è ancora un paesaggio di facce, di corpi, di natura selvaggia e di natura soggiogata, di vastità immani (che troviamo ancora nei romanzi di Cormac MacCarthy) e di città-città (quelle dei gangster-movie degli anni quaranta, della science-fiction d'anticipazione, ma anche quelle di Paul Auster o di Bret Easton Ellis). I bambini neri ritratti da Leonard Freed mentre si rinfrescano sotto il getto dell'idrante in mezzo a una strada di Harlem, i lavavetri di Inge Morath che spencolano bianchi di tute dalle finestre di un grattacielo, la "gang" di Bruce Davidson seduta in fondo a un pullman (una coppia di neri e un trio di giovani mal in arnese), ciascuno immerso in un pensiero, in un gesto, in un guardare che li distrae dall'obiettivo, o ancora la famiglia di Elliott Erwitt che compare sul manifesto della mostra, un piccolo capolavoro di satira sull'istituzione famigliare: tutti questi soggetti sono la negazione della cultura monumentale europea. Ogni singola immagine allude o esplicita ineluttabilmente un' emergenza sociale. La magrezza e la grassezza, la vecchiezza e la gioventù, le nascite e le morti, nulla suona mai rapito da un '' i musulmani sono terroristi,, ..• UN PREGIUDIZIO SI COMBATTE CON L'INFORMAZIONE, LA CONOSCENZA E L'INCONTRO • e ogni mese un incontro tra fedi e culture in dialogo abbonamento annuo: lire 65.000 sostenitore: lire 120.000 telefono 06/4820503; fax 06/4827901 Email: Coop.nuovi.tempi@agora.stm.it sito WEB: Http://hella.stm.it/market/sct/home.htm chiedici una copia omaggio! processo di astrazione: c'è sempre un "tono" che reinchioda la figura al mondo da cui è stata "tagliata fuori". In fondo, se l'America è ancora una certezza, è proprio per quel singolare modo di farsi guardare infaccia - prima ancora che il talento cerchi forme e interpretazione. Esiste un suggerimento di realtà che lavora insieme e accanto alla stessa realtà e che detta la scrittura. L'artista americano - magari manipolandolo, contraffacendolo, esasperandolo o mortificandolo - non ha mai mancato di ascoltarlo: da Robert Evans e James Agee (che con il loro Sia lode ora agli uomini di fama rappresentano l'exemplum estremo di questa disposizione) a Robert Altman (che pur ha spesso peccato per eccesso), da Edward Hopper a Andy Wahrol, da Salinger a Thomas Pynchon. Quel suggerimento di realtà, quel modo di farsi guardare in faccia agisce in maniera più evidente - così almeno risulta da questa mostra - sulla fotografia. Come se la fotografia non avesse bisogno - per il carattere "istantaneo" che le è intrinseco - di "cercare". Mi rendo conto della verità molto parziale di questa affermazione - e basterebbe la miracolosa semplicità degli scatti di Cartier-Bresson per contraddirla. Eppure è vero che chiunque arrivi a New York per la prima volta vede tutto subito: il conflitto, la magnitudine, il disordine delle facce, il fragore delle cose; vede tutto come da dietro un obiettivo fotografico. Quella è la città che si era immaginato e ciononostante essa non smette di lasciarsi esplorare, di lasciarsi guardare senza mai destare alcun sospetto di voyeurismo. E, naturalmente, in un modo ben diverso da come accade davanti a un bello scorcio paesaggistico italiano o a una chiesa rinascimentale. Se pensiamo che uno dei capolavori del nostro neorealismo, La terra trema, è tutto uno spiegarsi di impeccabili citazioni pittoriche, è facile capire come quel "lasciarsi guardare" americano sia stato e sia ancora - filtrato quanto si vuole - un'altra strada. Filtrato: come accade in quel bar hopperiano cilestrino e deserto che Gruyaert ha fotografato da dietro le veneziane semiabbassate col cielo crepuscolare di Las Vegas che spennella pastelli oltre le vetrate. E l'esplorazione visiva lascia spazio al racconto. Al racconto di abissi e storture, di dolore e passione (davanti alla vedova di Consta Manos per il suo Funerale di un soldato morto in Vietnam si finisce per pensare al Mantegna), di costumi e ricorrenze (quella squallida sala vuota di Erich Hartmann con I 'Happy birthday America del bicentenario appicicato sulla parete), di star (la memorabile foto di Elliott Erwitt sul set degli Spostati è un "compianto" sublime sul cinema) e di stalle del malessere. Americani è un "volume" di storia e una raccolta di storie, è l'America come l'abbiamo sognata e come l'abbiamo odiata, ma soprattutto - ripeto - è una lezione di certezza, che ormai ha ben poco a che fare col mito americano. La certezza che il mondo esiste. E che non è solo quello tutto postumo e ironico della tecnocultura. Che grande lezione, per esempio viene da un fotografo come David Alan Harvey, celebre per la sua collaborazione con National Geographic, per il reportage di viaggio, che qui ha esposta una foto senza titolo in cui compaiono "solo" due vecchi in un interno domestico: lui sorseggia una bevanda dalla tazza, la tazza di lei è posata sul tavolo. Lui tiene il bracccio sinistro appoggiato sulla tavola e c'è una qualche patologica rigidezza nell'arto, la moglie tiene le braccia in grembo, nascoste dalla tovaglia, e guarda il coniuge seria, con un affetto guardindo temprato dalla consuetudine. Dalla finestra che li separa - lui a destra, lei a sinistra - entra una luce meridiana candescente che sfuoca la lampada bianca a centro tavola. Sulla scena trema una quiete rassegnata. Come se l'accadere non si fosse spento, ma a che costo.
STORIEDELLAFINEDELTEMPO NUOVILIBRIEUN CONVEGNO DanielaDaniele "The World is Not Conclusion" Emily Dickinson La fine del millennio è, nell'immaginario giudaico-cristiano, un tempo apocalittico che presumiamo sempre percorso dall'annuncio di imminenti sovversioni e di gioachimiti terrori. Un primo bilancio delle implicazioni letterarie, antropologiche ed emotive di questa/ìn de siècle ce l'ha offerto "Turn of the century'', il convegno di studi organizzato da Barbara Lanati alla Fondazione Einaudi di Torino tra il 21 e il 23 novembre, in una stagione di piogge e di catastrofi naturali che ha esposto in modo vistoso gli squilibri dell'ecosistema e i rischi della sua estinzione. Tutto lascia, quindi, presagire che la fine del pianeta non avvenga per mano di sconosciuti alieni ma per effetto dei nostri abusi. Il crollo del muro di Berlino e la fine della guerra fredda hanno segnato, negli Stati Uniti, il declino del racconto dell 'invasione degli extraterrestri, oggi più teso a imboccare la strada della parodia (in arrivo la risposta dei marziani di Tim Burton alla retorica patriottica di lndependence Day), se non vuole soffrire, come il racconto di spionaggio, di una crisi autoriflessiva da cui rischia di non risollevarsi facilmente (Mission impossible). In assenza di grossi complotti internazionali, ciò che, invece, proprio non ci manca sono i proclami di secessione del separatismo nostrano che, annunciando ciclicamente l'avvento di un nuovo stato, tratta Milano come se fosse Gerusalemme (Luigi Sampietro). Dal canto suo, il fondamentalismo religioso d'oltreoceano, riscoprendosi tutore della moralità del terzo millennio, insidia con più accanimento l'applicazione delle leggi laiche, e, per salvare i figli del Duemila, mobilita grandi masse e organizza agguati mortali ai medici abortisti al grido di "Repent or Perish" (lo raccontano Kerr & Malley in Donne infuriate, di prossima uscita presso ShaKe). Ma, accanto ali' horror delle odierne crociate millenaristiche,' il secolo alle porte vede la diffusione crescente di forme di spiritualismo estatico più soft, che ci invitano a rallentare il passo e a meditare, su un piano di trascendenza atemporale, sul senso della nostra comune appartenenza al cosmo, per ricomporci tutti, proprio come voleva D.H. Lawrence (Apocalypse, I931 ), sotto uno stesso cielo, nel rispetto del bioritmo universale. Perché, in effetti, la facoltà, tutta orientale, di leggere connessioni nascoste tra noi e il cosmo, bene si concilia con la performance post fordista e con la visione unificata di un sistema produttivo globalizzato. Così, al consumatore medio che oggi imbocca fiducioso la strada olistica, la "New Age" promette un sicuro riparo dallo stress e innumerevoli corsi di rilassamento e di meditazione, da affiancare preferibilmente a ferree discipline ecologiAMERICAAGAIN/DANIELE 9 co-alimentari. Di questo irrazionalistico esorcismo delle inquietudini di fine secolo, la fiorente industria del manualismo howto-do (che fino a poco tempo fa pareva risibile appannaggio dell'editoria americana) ci sta ormai dichiarando ogni segreto, con relativa distribuzione ai fedeli del supermarket di ricette morali e profezie in edizione economica (si pensi alla permanenza sui banchi di vendita de La profezia di Celestino di James Redfield, a quattro anni dal suo esordio in libreria). Ma a chi si ripromette di giungere alle soglie del terzo millennio senza conversioni affrettate, si richiedono, invece, tutte le residue energie intellettuali per riconoscere le tracce del cambiamento che il "nuovo" porta con sé. Perché - e qui è il Frank Kermode di Il senso dellajìne a parlare - non c'è innovazione che non comporti la decadenza del paradigma egemonico e, davanti ali 'imminente cesura epocale, la nostra propensione culturale a guardare la storia come un processo lineare e ininterrotto ci induce a cercare un significato storico a questa fin de siècle. Un po' come avvenne nel passaggio dal Diciannovesimo al Ventesimo secolo, in cui Freud decise di datare 1900 un libro - l'Interpretazione dei sogni - che in realtà aveva già ultimato nel 1899, ma che teneva molto ad annoverare tra i primi libri del secolo che la sua teoria dell'inconscio di fatto inaugurava. Tuttavia, i segni dell'innovazione e le svolte epocali non sempre coincidono con le cifre tonde e con i big countdown che ci avviano a grandi passi verso il Duemila: l'ansia dell'anno Mille - ricordava al convegno Eugenio Corsini - è stata un'invenzione dei moderni e i grandi romanzi apocalittici del nostro secolo, aggiungeva Nadia Fusini, sono nati in occasione delle grandi guerre o sotto la minaccia della distruzione atomica (si pensi ai romanzi di Virginia Woolf e al Gravity's Rainbow di Thomas Pynchon, di cui ancora si attende una traduzione italiana). Resta, però, l'attesa di un punto di svolta, il desiderio dicogliere i segni del "turning point" che ci vedrà poi scivolare con naturalezza in un nuovo paradigma culturale. "La morte di un Fondatore," ha scritto Antonio Delfini, "è il principio/ di una piccola soddisfazione poetica/ nella mente serena di un nuovo clima". 2 Allora è il caso di chiedersi di quale padre sarà la fine futura e a quale figlia o figlio daremo la gloria dell'inizio, perché il millennio che chiude, oltre a suscitare tardivi rimorsi e a indurci alla decompressione psicofisica, ci invita forse a riconoscere i poli attuali della dialettica di tradizione e innovazione, e a interrogarci, per esempio, su quale forma letteraria potrà avere il millennio alle porte. Se è vero che il senso della letteratura è sempre cambiato attraverso come a cavallo dei secoli, tale consapevolezza ci stimola a mettere in questione ciò che crediamo di conoscere, e magari ad atteggiarci in modo un po' meno ossequioso rispetto al canone, senza per questo ignorare il peso del nostro passato e la persistenza - magari riflessa anche in altre forme di comunicazione - del mito letterario (Alessandra Marzola). Non a caso, il secolo si sta concludendo con nuove storie letterarie, e con l'esordio di una critica e di un sistema scolastico che promettono grandi avventure interdisciplinari. Così, tra gli ospiti del simposio torinese, accanto ai depositari del formalismo novecentesco legittimati dalle prestigiose cattedre di Cambridge, abbiamo visto aggirarsi figure di letterati più controverse come quella di Emory Elliott (autore della Columbia History of the American Literature pubblicata qualche anno fa dalla Utet nell'edizione di Claudio Gorlier e di Stefano Rosso), il quale ha
I O AMERICA AGAIN/DANIELE raccolto i risultati della flessibilità metodologica e gli interrogativi aperti dal nuovo storicismo, dagli studi culturali e dalla decostruzione.3 Lo studio della cultura delle minoranze (oralità, donne, etnie), in particolare, ha operato in questi anni una revisione del valore assoluto che idealisticamente si tende ad attribuire al fatto letterario. L'invito ad aprire le barriere disciplinari che dividono le scienze del linguaggio e a rileggere la storia del1'Occidente attraverso gli occhi di altre culture è, invece, il segno di una nuova cultura che matura, sebbene con lentezza, il suo carattere multiculturale. Come a dire che, se nella rivelazione biblica si paventava apocalitticamente il caos della torre di Babele, il terzo millennio è ben disposto ad affrontarlo. La problematica contiguità, al convegno, dei rappresentanti della tradizione formalista e degli innovatori culturalisti sembrava, insomma, sollecitare il confronto tra una critica che lavora da sempre per mantenere viva la nostra memoria letteraria e un'altra che comincia a cercare inedite prospettive di lettura attraverso forme di discorsività non canoniche, magari per rivelarci nuove versioni e visioni della storia che conosciamo. Dinanzi alle sollecitazioni multimediali, la critica contemporanea reagisce adottando un maggiore eclettismo metodologico e mostra la permeabilità dei generi e dei modi della comunicazione (Franco Minganti), senza temere di distruggere il patrimonio umanistico quando parla di rock e di idioletti tecnologici (un esempio di feconda compresenza "neo-antica" di mito e virtualità è l'epico film di Carpenter Fuga da Los Angeles). Eppure, anche di "disastro" e di crescente disaffezione per la letteratura ha parlato Tony Tanner, a dimostrazione che, nella dialettica tra passato e futuro, tra memoria e innovazione, tra senso apocalittico della fine e ansia euforica di nuove partenze, è sempre più difficile rimanere equidistanti. Come ha sintetizzato Franco Marenco (curatore della Storia della cultura inglese pubblicata l'anno scorso dalla Utet), oggi, nella critica, ci troviamo di fronte a due generazioni: l'una che si fa, secondo la lezione di T.S. Eliot, custode della letterarietà come valore assoluto, e garante dell 'impersonalità del giudizio critico e del suo distacco dall'oggetto; l'altra, più iconoclasta e portavoce di una nuova era in cui la letteratura non sarà più un linguaggio privilegiato, e in cui si rileggeranno i classici della letteratura accanto ad altre forme di scrittura sommersa, in un quadro più dinamico di discorsività allargata, consapevole che la letteratura organizza le sue forme dentro la storia e non sulla base di criteri estetici immutabili. Nella sua esplorazione di lingue e saperi lontani, resi prossimi dalla rapidità delle migrazioni umane e delle navigazioni in rete, il critico forse non ha più bisogno di trovare pose solenni e vaticinanti per esprimere nuovi giudizi apocalittici. Quando scrive, pare affidarsi sempre più spesso al reportage e al diario di viaggio,4 sapendo di poter produrre meno "saggi" e, più modestamente, come direbbe Thomas Pynchon, incompleti Baedeker dei territori linguistici in cui gli capita di penetrare. In questo variegato crocevia della comunicazione, il secolo pare quindi concludersi nel segno iperletterario e cannibalico dell'intreccio sincretico dei linguaggi il quale, se produrrà un romanzo della fine sarà di autori "postmoderni" in grado di passare con disinvoltura dall'allusione più sofisticata al pulp, dal saggio alla narrazione, dall'uso dei linguaggi della strada ai più arditi virtuosismi stilistici. E non è detto - come ha indicato Guido Carboni nell'animata tavola rotonda che ha chiuso il convegnoche la letteratura resti per sempre legata alla storia del libro, cioè a quella modalità di trasmissione sequenziale che le enciclopedie multimediali, i cd-rom, i collage ipertestuali, i dialoghi in simultanea in rete, stanno quanto meno interrogando come destino necessario. Forse, allora, come suggeriva il sottotitolo che Barbara Lanati ha dato al simposio ("La fine dell'inizio/L'inizio della fine"), la fine di un millennio non è più da ritenersi un tempo apocalittico della fine, ma il tempo indeterminato che Gertrude Stein aveva definito nei termini di un "presente continuo". Dei nostri Strange Days, diceva Lanati, la Bigelow non identifica con certezza né un(a) fine né un inizio, cogliendoci nell'atto paradossale di coniugare insieme memoria e tempo reale e di "muoverci rimanendo fermi". E non è proprio la fine del tempo come percorso lineare il suggerimento che ci giunge dalla prosa "senza progetto" della giovane Isabella Santacroce? Il suo Destroy è un'elegia della fine dell'inizio, il racconto lirico e episodico di un corpo spossessato che si esibisce in una successione di pose erotiche fino a dissolversi, come un ipertesto programmato per sparire dal monitor non appena letto. Eppure, accanto alle visioni più attuali della fine del tempo, pemrnne, nel paludoso romanzo italiano, il bisogno nostalgico di raccontare non tanto la fine quanto l'origine perduta o dimenticata, e persiste il crepuscolarismo di narrazioni (dalla Di Lascia, dalla Tamaro alla Mazzantini e alla Comencini) che appaiono dominate, più che dall'euforia dell'inizio, dalla forte apprensione che il nuovo porti con sé - come al solito - una rovinosa amnesia, un vuoto di memoria e di identità. Ci conforta, per questo, trovare in libreria, accanto a questa messe di romanzi sulla presunta trasparenza dell'origine, l'ultima digressione di Thomas Bernhard che pone seriamente in questione l'esito di ogni ricerca genealogica dove non è in grado di sollecitare una riflessione sulla propria fine e il progetto di un '"anti-autobiografica" Estinzione. L'ultima opera di Bernhard parte, infatti, dal romanzo familiare per diventare un'"arte dell'esagerazione", il testamento massimalista di un espatriato disposto a tornare nella sua casa natale per "ridare aria alle biblioteche", e insinuare il dubbio su un'origine impietosamente defamiliarizzata da una percezione del tempo sempre più straniata e intermittente. Note I) Cfr. Sylvia L. Thrupp, Millennial Dreams in Aclion: S1udies in Revolwiona,y Religious Movemen1s, Schocken, New York 1970. 2) Antonio Delfini, Poesie della fine del mondo e Poesie escluse, a c. di Daniele Garbuglia, Introd. Giorgio Agamben, Quodlibet, Macerata 1995,p. 14. 3) Sui nuovi orientamenti degli studi letterari in America si veda il recente Teoria della leneratura. Prospetlive dagli S1a1iUnili, a c. di Donatella lzzo, Nuova Italia Scientifica, Roma 1996. 4) Si pensi alla riscrittura in chiave autobiografica del viaggio nel Lower East Side di New York che Mario Maffi ha proposto in La cillà delle colline (Il Saggiatore, Milano 1995) e alla recente comparsa in Italia del "new journalism" di Hunter S. Thompson, tradotto l'anno scorso da Sandro Veronesi per la Bompiani col titolo Paura e disgusto a Los Angeles.
11 FoloMoroth/Mognum/Controsto. "Americani", New York, 1958 Rodio City.
12 AMERICAAGAIN/CAREY SOGNI AMERICANI Peter Carey Traduzione Anna Ferretti Peter Carey nasce nel 1943 nello stato di Victoria, Australia. Dal 1974 si è affermato sempre più, prima come scrittore di racconti poi come romanziere, in particolare dopo il 1988 quando vince il Booker Prize con il romanzo Oscar and Lucinda che lo ha reso noto in tutto il mondo, collocandolo tra i maggiori scrittori australiani contemporanei. L'ultimo romanzo pubblicato è del 1994. Soprattutto dagli anni sessanta in poi gli scrittori australiani, Carey compreso, hanno sentito l'esigenza di creare una controcultura che affermasse la letteratura australiana prendendo le distanze (in maniera spesso difficoltosa) dai paesi che tanto l'hanno influenzata in passato e che continuano a influenzarla nel presente. La letteratura australiana esprime in questo senso quelle problematiche sociali e politiche che derivano dal fenomeno del colonialismo, del post colonialismo e, ancor oggi, del neo colonialismo statunitense, soprattutto a livello culturale. Eppure l'affermazione della propria indipendenza e autonomia è in parte paradossale poiché è accompagnata da una crescente americanizzazione. Peter Carey stesso è simbolo di questo paradosso dato che dal 1989 vive a New York, sperimentando in prima persona il difficile rapporto con il super potere americano. Ciononostante tutta la sua narrativa è una analisi critica della natura e la persistenza dell'oppressione e del potere, qualsiasi forma esso prenda. In particolare è interessato al tema della colonizzazione, specie quella di tipo culturale. li racconto che segue, che fa parte della prima raccolta pubblicata nel 1974, ne è un esempio. In esso Carey indaga la pericolosa seduzione del mito americano che porta alla perdita d'identità di una cultura, seppure piccola e sconosciuta, che degenera a contatto con esso. Carey esprime tutto questo attraverso una narrativa che è una combinazione di realismo e assurdo e per mezzo di figure fallimentari, personaggi che arrivano ad accettare i propri incubi senza reagire ("victims of a way of living", come egli stesso dice), impotenti rispetto a forze esterne di qualche tipo, che in questo racconto sono i pregiudizi di una piccola cittadina. Ancora oggi nessuno riesce a ricordare che cosa avessimo fatto per irritarlo a tal punto. Dyer il macellaio ripensa al giorno in cui gli vendette della carne scadente e a quando, per sbaglio, servì qualcun altro prima di lui. Spesso, quando si ubriaca, rievoca quel giorno e si detesta per la sua idiozia. Tuttavia nessuno di noi crede sul serio che sia stato Dyer a offenderlo. Eppure qualcuno di noi fece qualcosa. In qualche modo mancammo di rispetto oltremisura a questo ometto mite che portava un paio di occhiali senza montatura e un vestito lindo e che aveva l'abitudine di sorriderci tanto gentilmente. Pensavamo, forse, che fosse un po' stupido e certe volte era così silenzioso e insignificante che lo ignoravamo, scordandoci completamente della sua presenza. Quando ero ragazzo andavo abitualmente a rubare mele dagli alberi del giardino della sua casa, là a Mason lane. Spesso mi vedeva. No, non è esatto. Diciamo piuttosto che spesso avevo la sensazione che mi vedesse. Percepivo il suo sguardo attento da dietro le tendine merlettate delle finestre della sua casa. E io non ero l'unico. Molti di noi andavano a cogliere le sue mele, da soli o in gruppo, ed è probabile che egli abbia scelto di esigere un risarcimento, a modo suo, per tutte quelle mele. Tuttavia sono sicuro che non fu per le mele. Ciò che è accaduto è che noi tutti gli ottocento che viviamo qui, siamo arrivati a ripensare ai piccoli soprusi commessi nei confronti del signor Gleason che un tempo viveva con noi. Mio padre, che non ha mai avuto intenzione di fare del male a creatura vivente, è tuttora convinto che Gleason desiderava farci del bene e che lui amava la cittadina più di chiunque. Mio padre dice che in cuor nostro abbiamo maltrattato la città. L'abbiamo usata, abbiamo usato questa piccola vallata come nient'altro che un luogo di passaggio. Un'area di transito sulla strada per qualche altro luogo. Anche quelli tra noi che stanno qui da sempre non hanno mai considerato la città in maniera seria. Oh certo, il posto è carino. Le colline sono verdi e i boschi folti. Il fiume è popolato di pesci. Ma non è il luogo dove noi preferiremmo stare. Per anni abbiamo guardato i film al Roxy e abbiamo sognato, se non l'America, almeno la nostra capitale. Mio padre dice che per la nostra cittadina non proviamo altro che disprezzo; l'abbiamo trattata male, come una puttana. Abbiamo abbattuto i giganteschi alberi ombrosi della via principale per farci le porte per la scuola e gli spalti per il campo di calcio. Abbiamo preso il carbone fossile da tutta la campagna lasciando grossi buchi e non abbiamo dato nulla in cambio. I commessi viaggiatori che comprano "fish & chips" da George il Greco si preoccupano di noi più di quanto facciamo noi stessi, perché tutti qui sogniamo la grande città, la ricchezza, le case moderne, le automobili potenti: Sogni Americani, come li chiama mio padre. Sebbene gestisse una stazione di servizio, mio padre era anche un inventore. Stava seduto nel suo ufficio tutto il giorno disegnando strane parti di macchinari sul retro delle ricevute degli ordini. Ogni pezzo di carta disponibile in casa era ricoperto di questi piccoli disegni e mia madre era sempre molto cauta quando si trattava di buttare della carta, non aveva importanza quanto piccola fosse. Guardava con molta attenzione entrambi i lati di ogni pezzo di carta e conservava tutti quelli che avevano qualcosa che assomigliasse a un segno di matita. Penso che fosse proprio per questo che mio padre sentiva di capire Gleason. Non arrivò mai a dire tanto, ma credeva di comprenderlo perché anche lui-era interessato a problemi analoghi. Mio padre stava lavorando su progetti riguardanti un enorme frantumatore meccanico per ghiaia, ma di quando in quando si distraeva e si interessava a qualcosa di diverso. Ci fu il periodo, per esempio, quando Dyer il macellaio si comprò una nuova bicicletta con il cambio e per un po' mio padre non parlava d'altro che di marce. Spesso lo vedevo dall'altra parte della strada mentre se ne stava accovacciato vicino alla bicicletta di Dyer, come se ci stesse parlando. Tutti noi andavamo in bicicletta perché non avevamo i soldi per niente di meglio. Certo mio padre aveva un vecchio camioncino Chev, ma raramente lo usava e ora mi viene in mente che potrebbe avere avuto qualche problema meccanico impossibile da risolvere, o forse era solo che lui lo stava conservando, non volendolo sciupare tutto in una volta. Abitualmente andava dappertutto con la sua bicicletta e, quando ero più piccolo, mi portava in canna ma smontavamo entrambi per salire a fatica su per le
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