"Ha famiglia?" chiediamo. "No. Sono separata. Non so proprio come farò." "È tutta colpa del sistema," dice Milan, cassintegrato a 130 dinari al mese (30.000 lire) stringendosi addosso un vecchio cappotto da riservista dell'esercito, "io non m'intendo molto di politica ma so che è il sistema che ci ha portati a questa situazione e il sistema va cambiato". "Il sindacato indipendente" diciamo, "propone uno sciopero generale ..." "Sono assolutamente d'accordo" risponde, ma intorno a lui chi ha conservato il lavoro ha paura persino delle telecamere. "Non ho tempo per la politica", risponde quasi offesa un'impiegata allontanandosi in fretta, "ho da pensare alla casa e ai figli". Ancora più duri due vecchi operai che andranno in pensione a gennaio. "Nessun commento. E piuttosto, avete il permesso per filmare?" Qualcuno agli ultimi piani del quadrilatero sta già segnalando la nostra presenza alla polizia che ci fermerà poco dopo trattenendoci per due ore: "Che cosa avete filmato? Chi avete intervistato? Scusate ma è la 'prozedura' ..." La primavera di Praga a dicembre titola "Democratja" il quotidiano dell'opposizione, ma la rivolta urbana di Belgrado non contagia né le campagne né le periferie operaie, le due fasce di popolazione che hanno offerto più vite alle guerre di Milosevic, alla marcia insanguinata della "Grande Serbia". Il termine è scomparso da tempo dai notiziari della tv di stato che non parlano quasi mai delle marce di Belgrado. Gli unici servizi ricordano certe trasmissioni elettorali italiane: "vox populi" sui disturbi al traffico e sul fastidio della "gente": "Per colpa dei dimostranti una madre ha tardato a portare il figlio all'ospedale ..." Nelle strade adiacenti al percorso del corteo polizia e vigili non fermano le auto e non le dirottano. Lasciano che si trovino la strada sbarrata e debbano fare inversione, manovrando fra risse e bestemmie, in modo da massimizzare l'irritazione degli automobilisti, che viene subito raccolta, dalle telecamere della "Serpska Televisja", l'unica che arriva in provincia. Nell'inferno minerario di Bor, un girone di vecchie miniere e di nuove discariche dove il cancro ha fatto più vittime della "Grande Serbia", la pressione della polizia sugli operai è capillare. Gli telefonano a casa, uno per uno: "Se scioperi sarai immediatamente licenziato ..." Un giornalista inglese racconta di essere stato accompagnato alla sede dell'opposizione da un uomo che si copriva la faccia a con il bavero del cappotto per non essere identificato dalla polizia. Il carnevale politico che assedia Milosevic è sempre più festoso e "situazionista", ma finisce alle porte di Belgrado. La provincia è una prigione di popoli e di classi sociali, che il regime ha gestito da sempre come mandrie di ostaggi e riserve di carne da cannone. Gli ultimi, sono i profughi serbi di Croazia e di Bosnia, le vere vittime delle guerre di Milosevic, 530.000 fantasmi che sopravvivono ormai fuori dalla cronaca e dalla storia. La fame ne uccide quattro ogni giorno. Vivono in un limbo di miseria e di paura, senza cittadinanza, senza diritti e senza futuro. "Stiamo diventando tutti vegetariani", dicono nelle baracche di "Asfaltna Basa", una fabbrica di catrame trasformata in centro di accoglienza a un'ora da Belgrado "Non mangiamo carne da quindici mesi ..." Dopo che l'offensiva croata li ha spazzati via dai loro villaggi nell'estate del 1995 Milosevic li ha prima dispersi per tutta la Serbia, poi li ha rimossi. "Cosa pensate degli avvenimenti di Belgrado?" DA BELGRADO/LOMBEZZI 7 "Guardiamo la televisione", rispondono, "non sappiamo più a chi credere". Quelli che sperano di ottenere la cittadinanza serba hanno paura di parlare ma più della metà vorrebbe tornare in Croazia. Nel Sud-Est della Krajna, però, dove le milizie di Martic commisero i peggiori massacri, la presenza dei serbi è bandita per sempre. "La Grande Serbia non è mai stata il mio sogno" dice piangendo un vecchia contadina di Benkovaz. "lo vivevo benissimo con i croati. È stata tutta colpa degli estremisti, serbi e croati." Accanto alle baracche, dove dormono in quattordici per stanza, arrugginiscono i trattori che servirono alla più grande migrazione in massa di tutta la guerra. Li hanno coperti di plastica, come se da un momento al l'altro dovessero rimetterli in moto per tornare a casa. Belgrado.FoloTomislavPelernek/Sygmo/G.Neri.
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