Linea d'ombra - anno XV - n. 122 - febbraio 1997

6 DA BELGRADO/LOMBEZZI picchiatori del Partito socialista che hanno insanguinato il Natale il governo ha proibito le marce nel centro strada dicendo che disturbano il traffico. Il 5 gennaio però i pedoni della rivolta tornano in campo, ma come automobilisti, e "infiltrando" il traffico LA MORBIDA MACCHINA paralizzando il centro con un gigantesco ingorgo. Gli stessi dimostranti di Zajedno ("Insieme", la coalizione del partiti di op- Mimmo Lombezzi posizione) che pochi giorni prima intonavano l'inno nazionale serbo alzando al cielo le tre dita simbolo della croce ortodossa animano il più incredibile teatro di strada che sia mai visto in Europa dopo il 1968 e i "situazionisti". È la società civile che si ribella all'ultima nomenklatura socialista. Dall'altra parte c'è un regime che pur di conservarsi non ha esitato di fronte a nulla. Nel 1989 ha schierato i tank contro gli studenti, nel 1991 ha organizzato la rivolta armata dei serbi di Croazia, nel 1992 quella dei serbi di Bosnia e nel 1995, quando tre anni di sanzioni rendevano urgente far una pace qualsiasi non ha esitato a scaricare gli uni e gli altri. Oggi il muro di Belgrado oscilla sotto i colpi di una risata colossale di una specie di carnevale che nessuno riesce più a controllare e che rende impotente anche la guardia presidenziale di Milosevic, 80.000 poliziotti disposti a obbedire a qualsiasi ordine. Il potere vacilla perché nessuno più lo prende sul serio. "Guideremo lentissimi" aveva detto Yuk Draskovic, "e organizzeremo un tour di protesta lungo quelle strade in cui il nostro presidente ci vieta di marciare ..." Mentre le macchine vengono usate come scudi per marciare al centro della strada senza essere caricati dalla polizia, I'ingorgo diventa una metafora del caos scoppiato nell'ex Jugoslavia, una metafora che forse nemmeno il genio di Kusturica avrebbe saputo inventare. Alla fine entra nel gioco anche il profeta dell'opposizione, felice per la prima volta di poter scherzare, in una regione dove tutto è terribilmente serio a cominciare dalle botte che gli ha dato per ben due volte la polizia. li "Cristo" dei Balcani si accosta a un'auto in panne: "Ma come?" dice fingendosi stupito. "Non avete chiamato la polizia?" E si mette a cambiare una gomma. "Ma come è bella questa città" dice su un cartello che cita una poesia di Jova Jovanovic dedicata a Milosevic. "Qui la gente lassù un idiota" e un altro promette: "Quel tacchino orgoglioso e alla fine" ... Questa creatività, che ricorda le frange "situazioniste" del maggio francese è quasi una scelta obbligata per conservare I'attenzione dei media internazionali, l'unico scudo della protesta. La tv di stato, circonda la "primavera di Belgrado" con una cortina di silenzio o di menzogne, come le "vox populi" (molto simili a certi programmi elettorali italiani) in cui tutti parlano solo dei problemi di traffico causati dai dimostranti. A sei anni distanza dall'inizio di una guerra scatenata dalla tv il conflitto per il potere in Serbia è ancora una lotta per il controllo dei media. Una delle ragioni per cui il regime di Milosevic ha annullato la vittoria delle opposizioni in 14 comuni della Serbia è che le tv locali appartengono ai municipi, quindi sarebbero passate sotto il controllo dei suoi antagonisti e per la prima ci sarebbero state delle voci alternative a quel "partito-azienda" che Milosevic aveva costruito sin dal 1990 licenziando oltre mille giornalisti della tv di stato e sostituendoli con i suoi cani da guardia. Quando il regime ha chiuso le uniche radio indipendenti rimaste, come lndex o Radio 892, c'è stato un momento in cui l'unico legame che gli studenti avevano col mondo esterno era Internet così come accadeva a Sarajevo durante l'assedio. "Un intervista davanti ai cancelli? Non so se possiamo ... Andiamo a chiedere il permesso." L'uomo del sindacato indipendente, Dragoljub Dobrosaljevic, dimostra più dei suoi 36 anni e porta con dignità le stimmate dei perseguitati dell'Est. Con un fascio di moduli sotto il braccio e una giacca a vento stile "Lech Walesa", ma più consunta, si accosta al gabbiotto di metallo che controlla l'ingresso dell'lveco-Zastava, la Fiat dei Balcani. Un poliziotto lo guarda dall'alto al basso, facendo roteare un mazzo di chiavi. Gli altoparlanti piazzati sul cancello irradiano a tutto volume canti popolari della vecchia Jugoslavia che restano sospesi nell'aria gelata. "Mosemo ... possiamo ..." chiede Dragoljub attraverso lo spioncino: "ita/ianska televi.~ja..." La mano del guardiano abbassa la cornetta del telefono dopo aver chiesto ordini alla direzione: "Ne mose" ... dice scomparendo nel fumo della sigaretta: "nema chance". "Mi spiace non possiamo ..." dice Dragoljub voltandosi verso di noi. Vorrebbe invitarci in sede, ma solo i sindacati di regime hanno diritto a una sede. A lui è interdetto persino l'asfalto al di fuori dei cancelli. Mentre ci allontaniamo di un centinaio di metri il poliziotto ammicca un sorriso ironico e inverte il senso di rotazione delle chiavi. L'orologio del tempo torna indietro di mezzo secolo. In un paesaggio senza via d'uscita come le periferie di Sironi, il cancello musicale della fabbrica evoca immagini di lavoro coatto. "Presto sarò processato con cinque compagni" racconta Dragoljub "solo per aver convocato un'assemblea pubblica. Mi hanno accusato di aver organizzato uno sciopero illegale. E due giorni fa mentre andavo a Nish, la polizia mi ha fermato per cinque ore". Seguono storie di pestaggi, di manganelli e di intimidazioni poliziesche. Su 14.000 operai rimasti alla "Zastava", 10.000 sono in cassa integrazione, ma molti perderanno il posto con la fine delle sanzioni. La disintegrazione della Jugoslavia ha demolito come un maglio la Fiat dei Balcani, lasciando in piedi una carcassa di metallo e di cemento, dove lavorano soprattutto colletti bianchi, inchiodati al posto dalla paura e dalla miseria. In un recinto non lontano dai cancelli d'ingresso stazionano almeno quindici auto della polizia. Schiacciata dal rettangolo dell'officina che occupa tutto l'orizzonte, una vecchia operaia si allontana lentamente dalla musica marciante del cancello e cammina tenendo tra le mani una sigaretta e un foglio bianco. "Mi hanno appena licenziata", dice Darinka, "ero in cassa integrazione, ma ora le sanzioni sono finite. Non gli servo più".

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==