Linea d'ombra - anno XV - n. 122 - febbraio 1997

74 ATTUALITÀ/BENSA°iD va" (lo spettacolo del coito dei genitori che, secondo Freud, ogni bambino ha visto o immaginato) aveva rivelato la violenza inesplicabile. Non solo il sesso può far sorgere l'osceno. Uno scherzo fa parte del folclore classico degli studenti di medicina: si taglia la mano di un cadavere in dissezione e tenendo la propria mano nascosta nella manica, la si tende a un amico che si incontra e quando l'ha presa gliela si abbandona. Ritrovarsi con questa mano morta, benché anodina, nella propria mano, è, si dice (e si può immaginare), di un orrore assoluto. Come può esserlo anche, semplicemente, un cadavere di animale sul bordo di un sentiero, o questa scarpa spaiata, abbandonata in mezzo a una strada, testimone incongruo e patetico di un incidente che è appena avvenuto. E l'oscenità può essere a due tempi, l'oggetto essendo svelato dal gesto stesso che voleva mascherarlo: un cadavere imbalsamato, imbellettato, una signora che attraversa una spiaggia di nudisti con una mano sul sesso sottolineano con le loro denegazioni ciò che volevano negare. Niente obbliga qualcuno ad affrontare l'oscenità di un sexshop, e l'esibizionismo non è stato dichiarato di pubblica utilità. Invece siamo sottomessi, costretti, sotto l'effetto congiunto del "realismo" dominante e del dominio quasi assoluto dell 'immagine televisiva, a una visione sempre più oscena del mondo. Le parole hanno bisogno, per potere essere comprese, del riferimento a un sapere o a un'esperienza. L'immagine no. Non identificare un oggetto o essere incapace di nominarlo non gli impedisce di essere là e di emozionare. Quando si legge un giornale, si è liberi di scorrere i titoli e di approfondire il soggetto che si è scelto. La televisione ci impone invece i soggetti che le convengono e ci offre tutto sullo stesso piano, tutto sullo stesso tono, con immagini i cui legami con il testo restano per lo più oscuri. Essa funziona, per di più, su un presupposto fondamentale: la trasparenza. Tutto dev'essere svelato. Non più tabù dunque, non più divieti. La vita pubblica è una donna pesantemente truccata i cui dubbi retroscena devono essere sottoposti a "investigazione". Svelati, questi "retroscena" (degli affari, della politica, del l'economia) sono per forza più "veri" che i problemi apparenti e le "ideologie". E i personaggi politici devono parlare in modo "vero" (bisogna parlar crudo per essere creduti) e devono sembrare "veri". Questa trasparenza è lo svelamento della nuda realtà dei fatti. E questa realtà non ha nessun bisogno di essere decifrata. Non si discute: e basta. Si parla dunque della disoccupazione e della Borsa come si parla della siccità e delle inondazioni. Le trasmissioni e i film erotici o apertamente pornografici offendono senza dubbio il pudore e superano i limiti della decenza, ma non pretendono di darci una visione vera del mondo e non paralizzano ogni attività di pensiero. La loro oscenità non ha dunque conseguenze gravi. Le inchieste condotte sulle passioni umane, sui sentimenti o sulla sessualità, sulla salute o sulla vita quotidiana, vogliono rivelarci chi siamo, di cosa siamo fatti, commuovendoci con testimonianze e confessioni. Talvolta ci procurano momenti assai sorprendenti. Davanti a milioni di telespettatori, alcune condannate rivelano ciò che non hanno osato dire davanti a un tribunale, una donna si compiace delle sue avventure sessuali e confida la miseria delle relazioni fisiche con il marito al quale non ha evidentemente mai osato parlare di queste cose; un professore di liceo, che non ha mai potuto aprirsi con nessuno, osa descrivere le manovre alle quali sua moglie è ridotta per trarre qualche piacere dalla sua fiacca virilità e nessuno, né quelli che si confessano né quelli che li confessano, sembra domandarsi come questo professore può affrontare i suoi allievi e quella moglie il marito e i tre figli grandi. Ma ecco: di storie simili sono pieni le opere di fantasia, i libri, i film; ma ciò che costituisce il pregio inestimabile di queste altre è di essere "vere". E sono vere perché i loro attori assumono il rischio di essere riconosciuti, di svelarsi. Perché quelli che sono là e che si raccontano non possono mentire, non possono "raccontare delle storie" perché li si vede parlare e proprio per questo ciò che non avrebbe più corso in nessun melodramma fa piangere di nuovo. Se si leggessero questi racconti, se li si ascoltasse alla radio, si avrebbero il tempo e la distanza necessaria per riflettervi e per riflettere su di sé. Un anonimo che si racconta a degli sconosciuti li lascia liberi di giudicare cosa dice. Ma questa persona in carne e ossa, che è là, a viso scoperto, impone a coloro che guardano, rimpiattati davanti ai loro apparecchi, la sua presenza e la sua verità. Questa impudicizia dei sentimenti, questo passaggio senza vergogna, senza riserva, dal privato al pubblico, questa presentazione cruda, appena elaborata, non giungono però a una totale oscenità. Queste confessioni non rinviano infatti ai grandi misteri della vita ma a sentimenti comuni, più emozionanti che angoscianti, e non sfuggono all'intendimento immediato. Esse sono impudiche, ma non oscene. Paradossalmente, è quando vuole informare "obiettivamente" che la televisione diventa oscena. A proposito della guerra del Golfo, per esempio, i media hanno creduto che si rimproverasse loro la mancanza di immagini e di informazioni, mentre ciò di cui si soffriva era di vederli comportarsi come se disponessero di immagini e di informazioni affidabili. Ci si domandava soltanto come si poteva commentare così a lungo e così dottamente una guerra di cui si ignorava e di cui si ignora ancora quasi tutto. Il risultato era che questa guerra, ridotta ali 'affermazione ch'essa aveva luogo, diventava inafferrabile, inintelligibile in se stessa. E suscitava una vera siderazione dello spirito. Infatti come spiegare altrimenti che una guerra così lontana e che, anche se fosse stata reale, ci avrebbe coinvolti così poco, abbia potuto spingere le casalinghe a fare le scorte, i privati a non comprare più nulla, le imprese a non investire più? La ragione non è forse che, senza interesse e significato propri, essa traeva la curiosità insaziabile che suscitava solo da ciò cui faceva confusamente riferimento: "la" guerra? La guerra di cui la memoria collettiva conserva un ricordo orribile, con le sue spaventose sofferenze e distruzioni, la guerra che uccide, che separa, che riduce alla miseria e che giustifica che ci si protegga, che si prendano delle precauzioni, che si facciano delle scorte e delle economie. La guerra "chirurgica" del Golfo non aveva niente di comune (per noi) con quel l'altra guerra, ma essa risvegliava in noi tutti i fantasmi di violenza e di morte. Ed essa è stata inoltre occasione di un 'oscenità di secondo grado: far sfilare i combattenti di una battaglia "che avrebbe potuto aver luogo", esibire i suoi feriti, è negare le innumerevoli vittime irachene (senza dubbio non contano abbastanza perché le si conti!) di cui si potrebbe aver vergogna. Oscena anche la visione di un bambino scheletrico dagli occhi vuoti divorati dalle mosche, che muore di fame nelle braccia di una madre spossata, disseccata, perché la loro atroce miseria è ridotta a questa immagine che ci è gettata in pasto così, senza che nulla ci possa permettere di comprenderla né di reagire altrimenti che con un'impotenza angosciata. Delle spiegazioni, una messa in prospettiva non ce la renderebbero sicuramente meno intollerabile, ma almeno potremmo pensarci, domandarci cosa potremmo fare perché ciò non accada più. Ma no: è così ed è tut-

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