Linea d'ombra - anno XV - n. 122 - febbraio 1997

FINEMILLENNIO 73 L'OSCENO Norbert Bensaid traduzione di Cesare Pianciola Norbert Bensa1d, medico e scrittore, è nato nel 1922 a Blida, in Algeria, da una famiglia ebraica. Il padre era un interprete giudiziario, che traduceva dall'arabo in francese e viceversa nei tribunali algerini. Nell'autunno 1939 Norbert inizia ad Algeri gli studi di medicina.Nell'ottobre del 1940 il governo di Vichy promulga le leggi antiebraiche. Nel1'ottobre 1941, in base a un decreto che limita al 3 percento la presenza degli studenti ebrei nell'insegnamento superiore, è cacciato dalla Facoltà di medicina, anche se può mantenere la nazionalità francese grazie al fatto che il padre è un ex combattente decorato. Dopo lo sbarco alleato nel l'Africa del Nord è chiamato alle armi e, come ausiliario della Sanità, partecipa alla liberazione della Francia, dalla Provenza a Strasburgo. Nel 1945 è a Parigi, riprende gli studi di medicina e nel 1950 apre uno studio a Saint-Germain-des-Près. Esercita la professione di medico e di psicoterapeuta di formazione psicoanalitica fino alla morte, nel 1994. Nel frattempo si lega alle iniziative politiche e culturali del cugino Jean Daniel, collaborando regolarmente, con articoli su problemi medici e sociali, prima a "L'Express" e poi a "Le Nouvel Observateur". I suoi autori di riferimento sono Dostoevskij, Faulkner, Sartre, Freud, Groddeck; soprattutto dallo psicanalista ungherese Michael Balint trae l'imperativo di occuparsi del paziente nella sua globalità di mente e corpo. Ha pubblicato un romanzo (Le regard des statues, 1988) e tre saggi (La consultation, 1974; La lumière médica/e, 1981 e Le sommeil de la raison, 1988). Suoi articoli dal 1968 al 1994, su temi che spaziano dalle droghe ali' Aids, alle medicine "alternative", ai problemi della bioetica, ai razzismi, sono stati raccolti, a cura di Nadine Fresco, e con prefazione di Jean Daniel, in Un médecin dans son temps, Éditions du Seui(, Paris 1995. N. Fresco cita alcune righe da Le regard des statues che danno il senso complessivo della sua vita di medico e di scrittore: "Molto giovane ho scoperto che il disprezzo - il disprezzo a priori non per quello che uno ha fatto, ma per ciò che è supposto essere - era il Male. E tutto ciò che lo alimenta: il nazionalismo, la religione, la riuscita. E che tutta la questione è di scoprire i mezzi politici di fare del rispetto dell'altro una realtà" (C.P.). Nessuno è tenuto a entrare in un sex-shop. Chi ha una sessualità soddisfacente non ha ragione di andarci a cercare qualcosa. Lo squallore delle loro vetrine cieche non ha niente di attraente. Si potrebbe dunque concluderne che un sex-shop è una faccenda che riguarda solo chi, per una ragione o per l'altra, ne ha bisogno e chi ne trae profitto. Eppure la loro sola esistenza disturba: danno dell'amore fisico un'immagine triste e vergognosa e non si può nemmeno decretare che solo la "miseria sessuale" degli altri li giustifica. Sembrerebbe che ci ricordino piuttosto ciò che generalmente non si vuole sapere: che la sessualità comunemente accettata non è necessariamente la regola, che non è definita da una media statistica dei comportamenti ma da convenzioni che non possono nulla contro la realtà torbida dei desideri. Forse! Ma si può pensare così solo se uno non ci ha messo piede, perché, allora, tutto cambia. Si sa bene che le pratiche degli altri, le loro "perversioni", sono inintelligibili, sconcertanti, se non si condividono. Eppure ci si può pensare senza esserne troppo turbati; ci si può stupire, eventualmente divertire. Ma "vedere", ben allineati come in una bottega, tutti questi accessori, tutti questi gadget, NorberlBensa°id questi sessi moltiplicati, maschili e femminili, queste riviste e cassette porno, queste cabine di peep-show, non lascia più questa I ibertà. Il malessere intenso che si sente è quello che provoca I 'osceno, quello per esempio che prova una bambina davanti a un signore che apre il cappotto per esporle i suoi organi genitali e che, colpita dallo stupore, non dice nulla, non fa nulla, non getta un grido, ma resta pietrificata e, appena può, fugge. E sta zitta, come se c'entrasse per qualcosa. Anche il ricordo che ne conserverà la donna adulta resterà bizzarramente "vergognoso". Si può dire che l'oscenità è questo: lo svelamento senza preparazione di un oggetto nudo, ridotto a ciò che è, privato di ogni senso padroneggiabile, ma che, proprio perciò e per sua natura, rinvia irresistibilmente ai misteri fondamentali e angosciosi del sesso, della morte, della violenza, e induce una vera siderazione emozionale del pensiero. L'esibizionista non è né una minaccia né un pericolo obiettivo. Di per sé gli organi genitali non hanno nulla che possa ispirare né l'ammirazione, né il disgusto, né la paura, né il desiderio, ma davanti a essi il bambino scopre, come Roquentin in la nausea, che "la diversità delle cose, la loro individualità, non era che un'apparenza, una vernice. Questa vernice era fusa, restavano delle masse mostruose e molli, in disordine - nude, di una spaventosa e oscena nudità". Le radici degli alberi erano, per Sartre, "la pasta stessa delle cose" nella quale I '"esistenza" si svelava. Per la bambina, ciò che il cappotto aperto svela, è la sessualità, oggetto di una curiosità colpevole e di cui già la "scena primiti-

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