PRIMA DELLATAC Giancarlo Sissa Giancarlo Sissa è nato a Mantova nel 1961. vive a Bologna. Francesista e traduttore ha pubblicato racconti e poesie su riviste quali "Frigidaire", "Gli immediati dintorni", "La corte", "I quaderni del battello ebbro", "Linea d'ombra", "Poesia" e "Hortus". È presente con quindici poesie in Quaderno bolognese ( 1992) e con un poemetto in Fuoricasa (1994). Questa è la parte del cervello dove brilla la memoria - gemma dei colori - o tutti gli azzurri e le disperazioni - i vostri nomi - il contrappunto le secrezioni della malattia che mi rode anche le mani se vita normale è il triste resistere in smarrimenti a un io mortale. Verranno diranno - peccato - io che di morire in piedi mi sono vantato ancora vivo ora che ho paura e non lo dico o lo dico piano - per amore - solo - solo a notte - che verifico il tremore nello specchio il lampo all'angolo dell'occhio - chissà come è davvero l'epilessia - no - tac cerebrale - con un filo di voce e così sia. Ora sei fiamma a lato del petto telefonica voce tremolio indovinato dove più tenero si sfa torpore d'ansia in un sorriso perché persino l'abbandono di buia malinconia il cuore mi smangia in un orrore di non saperti - ma non vela questa luce di sabbia il tuo dono il tuo passo preciso. Guarda l'eleganza della rondine il ciglio non scordato negato il sorriso a un batticuore o il movimento dell'anima quello improvviso - e lieve - nella pioggia che non sa farsi neve libero in fondo a un cielo - e che strana morte l'avere sperato forte-. E non si entra due volte nello stesso cuore a riposarsi stremato negando lo sguardo varcando i confini d'ogni plausibile perdono e quali sono e quanti gli strumenti di precisione POESIA ITALIANA/SISSA 71 che rilevano di secondo in secondo la rabbia la collera inespressa quella che scava il tumore che lo coccola nel suo vago di terrore e il miracolo fata o il peccato d'averci creduto tu amore lo chiami. Ora è la mano delicata che muove l'ombra piano dove mai potremo o quel lento punto dove fra l'amore e la finestra il tempo non trova luce tenera foglia quell'attimo che ci sfa senza voglia - così chiamo la morte-. Oggi nove maggio novantasei non lo so dire che leggo poesie e solo senza piangere mi commuove quest'alba che in luce spezza il sangue scheggia degli occhi che ronza in un suo ghiaccio e la voce che non dice trema aspro vagliando un suo rancore di rimorsi e d'ore - come sul muro un graffio - che resta - e un nulla lo cancellerebbe infine - a esserne capace - ma poi resta in questa luce d'ospedale oggi. E fa male. È bianca e quasi luminosa porta impassibile del grigio e chiedere soltanto quanto dura una volta dimessi dal corpo scarnificati a un buio di noi stessi - un quarto d'ora - più il destino e non è paura ma ronzio di malattia scatti meccanici e dodecafonia un collare blocca il cranio e solo verso il nodo del cuore puoi scavare - la cinghia sulla fronte e chiusi gli occhi a una buia brina
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