Linea d'ombra - anno XV - n. 122 - febbraio 1997

CONTROLOSPRECO Alberto Rollo Mi piacerebbe porre delle domande elementari prendendo le mosse da qualcosa che somiglia più a una sensazione che alla trama di un pensiero. La sensazione è quella, fastidiosa, di una minaccia diffusa in tutte le aree di quello che una volta veniva chiamato ceto intellettuale (al quale appartengono anche i collaboratori di questa rivista). La minaccia dello spreco. Spreco di intelligenza, di facoltà di studiare e capire. Non che manchino le occasioni per esercitarla, l'intelligenza. Non che manchi chi ne faccia sentire il peso, il gioco, l'acutezza. Non che manchino i luoghi in cui è richiesta, coltivata, pagata. Eppure i conti non tornano. Ci troviamo a condividere una sazietà spaventata e un po' colpevole, la continuità di un benessere ingiustificato. Lo spreco continua. Si legge molto, si scrive molto, si commenta molto. E anche molto si polemizza. E tuttavia non c'è prodotto intellettuale, creativo, di testimonianza e ricerca che non si lasci dietro un sentore di reperto corruttibile. Paradossalmente l'unico ambito che ha ancora qualche saldezza è il gusto : non - attenzione - la facoltà di crearlo o di forzarlo ma il dovere di dimorarci, rispondendo al piacere o al dispiacere, affinando gli strumenti per percepirne le oscillazioni di massa. L'ambito del gusto è salvo dallo spreco perché obbedisce ai criteri - rozzi ma funzionali - del mercato. Scriveva Fortini nel 1968 introducendo un suo non dimenticato libriccino Ventiquattro voci per un dizionario di lettere: "Quasi mai mi ero figurato di guadagnare con la letteratura e che mi si pagasse per quel che veramente pensavo. Altro punto notabile che mostra finò a che punto avessi subito antiche chiacchiere sulla missione dell'intellettuale. Un tempo, forse cento o duecento anni fa, non erano state chiacchiere. In molte parti del mondo non lo sono neanche oggi. Da noi però le ripetono quasi sempre quelli che, gli intellettuali, desiderano lusingarli per derubarli o asservirli. Ma conoscere le regole del gioco vuol dire osservarle. L'ignoranza della legge non è ammessa; anzi dovrebbe comportare conoscenza e rigida difesa del proprio valore di mercato, attitudine a contendere per il soldo con competenza sindacale e avarizia, a pretendere anticipi, liquidazioni, rendiconti". Gli intellettuali - tutti - hanno imparato sin troppo bene a osservare queste leggi. Allo spreco di cui siamo protagonisti e testimoni corrisponde una spiccatissima conoscenza del "contratto", una non occasionale sapienza della gestione dell'intelligenza e del talento. L'osservazione delle regole è di fatto una delle "conquiste" di questa secentesca fine di secolo. Conquista che - a conferma di uno "spirito" neobarocco - fa convivere il richiamo alla regola e il caos, l'esercizio delle norme (di alcune norme, in realtà, tutte implicite nella macchina del mercato) e l'erraticità della parola e delle idee, anche quando prendono voce da un contesto di forte coerenza morale. Piuttosto che fare cultura si direbbe che chi è tradizionalmente deputato "a farla" lavori in finti universi separati, malcontento di appartenervi ma rassegnato a dimorarvi. Non abbiamo bisogno di altri specialismi. Le tecnologie della comunicazione ci hanno definitivamente convinto che quanto più arriviamo lontano, quanto più guadagnamo in simultaneità e in velocità tanto più le distanze si acuiscono, diventano più tragicamente percepibili. E allora? Forse è necessario mettersi "umilmente" in ascolto del caos sociale, certo, ma anche del caos interiore, del caos professionale, del caos che rischiamo di confondere come residuo tollerabile di libertà. La cavità, il non-luogo occupato dal ceto intellettuale rimanda di volta in volta il rintocco sordo dell'aziendalismo editoriale, quello un po' isterico e arrogante delle redazioni di giornali, quello discontinuo ma tendenzialmente stonato del!' accademia: si aggiunga il frastuono dei liberi battitori che - oggi sub specie narratori - vagolano fra questi tre ambiti senza creare altra aggregazione che non sia quella "di categoria" (fatta anche, mi risulta, di amichevoli consuetudini, di complicità "di banda", che tuttavia non incidono sulla cacofonia dell'insieme). La "lingua" leghista è quanto di più lontano dalla lingua in· cui ci piace riconoscerci ma è parlata da gente che sa bene o stima di sapere bene (che ideologizza, insomma) che cos'è un bene collettivo - quantomeno quello del microcapitalismo. Quando c'è chi, semplicemente percorrendo l'autostrada da Treviso a Milano, s'accorge che nel giro di vent'anni il paesaggio geograficoeconomico è profondamente cambiato e dice di poter facilmente capire il leghismo e che cosa difende, è altrettanto possibile comprendere come l'altro paesaggio italiano sia tutto immerso in una sovrana confusione di stimoli e di bisogni. Una confusione che produce "circostanze", quelle circostanze che "ancora una volta hanno modificato le menti degli uomini con più forza dei propagandisti letterari propriamente detti" (così scriveva Aldous Huxley nel 1936 a proposito del nazionalismo imperante). La cultura "delle circostanze" è sempre passiva e la passività ha bisogno, per definizione, di rassicurazioni, di consolazione, di baby-sitting. In tal senso è andato il "buonismo" veltroniano. E forse anche il successo letterario di Susanna Tamaro. Ma poi? Non esiste insomma una comunità intellettuale (non più di quanto esista una "comunità" politica). L'assenza di una zona franca fra le professioni e l'esercizio intellettuale esclude qualsiasi forma di "verifica in comune". In fondo quel sentore di amichevolezza che gira fra la generazione più giovane di scrittori la dice lunga sul bisogno di stabilire contatti, di unificare forze, di presentarsi insieme. Contro lo spreco non è necessario, a mio avviso, reclutare dei bravi economizzatori, e magari optare per il silenzio. Sono convinto che nelle forze intellettuali dell'editoria, in quelle dell'accademia e del giornalismo ci siano potenzialità immense. Credo che ciascuna di quelle forze - e anche quelle dei "battitori liberi" - debba sapersi porre le domande: faccio cultura? a che cultura appartengo? di quale cultura voglio essere veramente responsabile? Sono domande, queste, che si possono declinare - tanto sono "semplici" - solo a partire da una necessità di "verifica in comune" che superi la parodia degli sporadici convegni a cui gli intellettuali sono chiamati e rompano innanzitutto i bastioni professionali. Si tratta di cominciare a descrivere e a descriversi, di partire da severi "ritratti dal vero". L'autosociologia dello spreco esige un po' di realismo dickensiano, e un po' di immaginazione surrealista. Si tratta di una verifica cruciale ma gli editori - che meglio incarnano la contraddizione cultura-mercato, che più sono coinvolti nella gestione del narcisismo d'autore, che più si trovano a misurare aderenze e scollamenti rispetto al gusto - hanno i numeri per farla. Anche una rivista come "Linea d'ombra" può farlo, se non altro perché aduna nel suo comitato redazionale editor di case editrici diverse, giornalisti di testate diverse, accademici trasversali. Ma "Linea d'ombra" è già una zona franca, un generoso tentativo di modellare convergenze. È insomma un nobile esempio di spreco. Bisogna andare oltre.

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