trovò una sua concretizzazione nella famosa conferenza di Bretton Woods del 1944 dove furono fondate la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale. Si teorizzava il libero scambio e la libera competizione, ma si trattava di un eufemismo dato che erano gli Stati Uniti a controllare la sfera politico-economica poiché l'Europa industriale era rovinata dalla guerra e il Giappone ridotto a un vassallo. Un secolo prima era l'Inghilterra a tessere le lodi del libero scambio proprio quando si trovava in condizioni di poter dominare l'economia mondiale. A differenza dell'ultimo dopo guerra o del secolo scorso, nel mondo d'oggi la vera rarità non è il capitale ma sono i mercati. L'aiuto ai paesi in via di sviluppo si rivela un ottimo sistema per aprire i mercati, essendo una buona parte di questa assistenza sottoposta alla necessità di dover accettare il paese donatore come principale interlocutore per le importazioni. Così il paese in via di sviluppo si trova a dover spendere fino al 70 percento di quello che riceve, che dovrebbe essere investito per sopperire alla malnutrizione e alla povertà, in beni di equipaggiamento e in prodotti industriali di cui non ha nessun bisogno effettivo. Certo così concepito l'aiuto non è in generale molto utile ai paesi del Sud del mondo perché l'economia locale, che sola può nutrirli, non ha certamente bisogno di grandi dighe, di semi ibridi, concimi o pesticidi della "rivoluzione verde". Questi prodotti non interessano che, l'economia globale che si estende a denutrimento di quella locale, di cui distrugge I' ambiente, smembra le comunità, prende tutte le risorse: acqua, foreste, terre e forza lavoro. Gli investimenti privati nel Sud del mondo stanno toccando negli ultimi anni cifre incredibili. Attualmente la cifra d'affari è di 200 miliardi di dollari all'anno, di cui la metà vanno in investimenti finanziari a lungo termine, metà in fondi speculativi a breve termine. Questo aumento massiccio è dovuto in parte al fatto che i paesi industrializzati, e soprattutto gli Stati Uniti, hanno enonni disponibilità di liquidità che cercano di investire senza successo nell'aria stessa dei paesi sviluppati, e in parte al fatto che questo stato di cose ha permesso di creare progressivamente condizioni estremamente favorevoli alle società multinazionali: un'abbondanza di mano d'opera non qualificata, ma anche tecnici e quadri altamente qualificati a basso prezzo. Queste società hanno accesso in più a tutti i servizi finanziari e alle più recenti tecniche info1matizzate di produzione e di gestione. Inoltre l'Omc (Organizzazione mondiale del commercio) sta ormai obbligando i paesi del Sud del mondo ad accettare ogni tipo di investimento straniero, a trattare come compagnia nazionale ogni compagnia straniera che apre una filiale sul loro territorio in campo agricolo, minerario, industriale, a eliminare qualsiasi tipo di diritto di dogana o di quota sull'importazione di ogni tipo di merce, compresi i prodotti agricoli, e di abolire gli "ostacoli non tariffari al commercio". E questi ostacoli sono naturalmente una legislazione sul lavoro, la salute e l'ambiente. Nessun governo, come ho detto prima, neanche nel Nord del mondo esercita più alcun controllo sulle multinazionali. Se una legge disturba il loro "sviluppo" le compagnie multinazionali possono andarsene quando vogliono. Sono libere di andare dove vogliono su qualsiasi parte del pianeta e vanno certamente dove i costi di produzione sono i più bassi. Sono fuori controllo. E quel che è più temibile è il fatto che, man mano che il numero di industrie che si impadronisce del mercato mondiale dei beni si riduce a poche unità, la concorrenza non conviene più. La competizione è ridotta ai margini: la cooperazione invece permette loro di rinforzare l'influenza sui governi e di affrontare così il crescere dei movimenti popolari d'opinione che vorrebbe ridurre il loro potere. Si applica ormai quella che viene definita "integrazione verticale" che permette di controllare ogni tappa di funzionamento del loro settore, dalINCONTRI/GOLDSMITH 57 Giappone./V\:mifestaziocnoentroi testnucleariF. otoN. Ashimoto/Sygmo/G.Neri. l'estrazione di minerali per esempio, alla costruzione di fabbriche, alla produzione di merci, allo stockage, al trasporto verso le filiali straniere, alla vendita all'ingrosso o al dettaglio. Sono loro che fissano il prezzo a ogni tappa e non come vogliono far credere, il mercato. Le transazioni mondiali si effettuano sempre di più massicciamente tra multinazionali e loro filiali. Non si tratta più di commercio ma di una pianificazione privata centralizzata su scala planetaria. Secondo Paul Enkins, economista e ecologista inglese "le multinazionali stanno diventando delle gigantesche zone di pianificazione economica all'interno di un'economia di mercato". Di questo passo niente eviterà che si affermi dappertutto un "assolutismo coloniale" delle multinazionali che non rispondono dei loro atti che ai loro azionisti! Non sono più che degli enormi meccanismi che cercano di accrescere il loro profitto immediato e avranno il potere di forzare un governo, se necessario, a difendere i loro interessi contro quelli degli stessi elettori. L'economia ha sempre influenzato la politica, ma il gioco ora si farà senza più nessuna mediazione di so11a.Questo nuovo colonialismo delle multinazionali rischia di gran lunga di essere il più brutale e sfrontato mai visto. Potrà ridurre molta più gente in miseria, impoverire e marginalizzare, distruggere quel che resta della differenziazione tra le culture, causare più disastri ecologici non solo del vecchio colonialismo, ma anche dello sviluppo degli ultimi cinquant'anni. È mia profonda convinzione però che un'economia che produce danni su scala planetaria a questa velocità e di questa po11atanon potrà sopravvivere a lungo. Note I) I due libri di cui si tratta nell'intervista: edizione italiana del libro The Way che uscirà a novembre 1996 presso l'editore Muzzio, Padova, e il libro The Case Against Global Economy and Fora Turn Toward the Locai, New York, September 1996.
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