Linea d'ombra - anno XV - n. 122 - febbraio 1997

Marshall Berman , L'ASPIRAZIONEALLAFELICITA Incontro con Filippo La Porta traduzione di .lonathan Hart maggio /996, New Yor/.: Marshall Berman mi appare, di.fimue al "French Caf'é" del West Side di New York, come un Solienicyn corpulento, con un grande barbone, il viso segnato, il passo incerto e un po' claudicante, lo sguardo mobilissimo e inquieto, anche se afflitto da un raffi·eddore allergico. li suo saggio sul!' anima contraddittoria della modernità (uscito in America nel 1982), appassionata avventura intellettuale tra Faust e le highways, tra Baudelaire, Marx, Kierkegaard e la devastazione urbanistica del Bronx (il suo quartiere della giovinezza) è stato probabilmente uno dei grandi libri di storia della cultura di questo scorcio di secolo. Berman è una sorta di Giobbe laico, vittima di innumerevoli, insostenibili disgrazie personali, ma anche ostinatamente.fiducioso in un Dio che si identifica con il.futuro; oltre a essere pieno di curiosità per il presente e le sue molteplici possibilità (ed era Benjamin a suggerire di strappare alla sventura tutte le possibilità che pure essa implica). Ali' inizio della conversazione si mostra diffidente, spigoloso. Risponde a monosillabi, quasi buttando via o smozzicando le parole, con esibita insofferenza. Poi lentamente la discussione si anima: comincia a parlare di sé, della sua ricerca intellettuale, delle sue idiosincrasie (per esempio contro Christopher Lasch e la Weil), delle sue scelte di vita, anche trascurando a volte le mie domande, e molto divagando, con passione settaria e adolescente. Nel tuo bellissimo libro sulla modernità (e sulle sue contraddizioni, sulla sua commistione di inebriante dinamismo e di nichilismo distruttivo) tracciavi anche una diagnosi piuttosto impietosa su certe tendenze sociali in atto. A distanza di 15 anni il tuo pensiero è mutato? Innanzitutto ti prego di tenermi il microfono lontano dal viso ... mi intimidisce. E poi, guarda ... da una parte negli ultimi quindici anni il rapporto tra poveri e ricchi in Usa (non so in Europa) è visibilmente peggiorato, a danno dei poveri. Però dal1'altra credo che la diffusione del personal computer sia portatrice di libertà. Quel libro l'ho scritto prima dell'avvento del persona! computer. Credo sia un modo con cui la gente comune si appropria delle moderne tecnologie. È una questione politica. Se hai uno stato che calpesta i poveri, che li lascia in miseria eccetera; be', naturalmente, questo stato vorrebbe tenere i poveri fuori da ogni informazione (dunque incapaci di usare il persona! computer). Ma d'altra parte questo in un paese democratico come il nostro sarebbe impossibile. La storia sociale degli Usa, il nostro destino, si muove tra queste contraddizioni. Il persona! computer lo usano i miei studenti della Columbia, ma anche i loro amici che stanno per strada e che quindi possono avere accesso a molte informazioni, esserne coinvolti. Ora, voglio essere però più preciso e correggo in parte il mio entusiasmo iniziale. Non dico che il computer sia in sé automaticamente emancipativo, non è che "libera" più del cinema, del telefono, della tv... Dico però che si può essere più consapevoli, più saggi attraverso questo mezzo. A ben vedere la cultura del nostro secolo è segnata da questa divisione stolta, insensata tra i MacLuhan (la tecnologia come forza messianica) e i francofortesi (per i quali il sole non brilla mai e tutto ciò che potrà rappresentare qualsiasi libertà futura sarà solo una schiavitù più profonda). Entrambi i seguaci di questi filoni o scuole di pensiero sprecano in modo sciagurato il cervello che Dio ci ha dato per permetterci di capire cosa siamo. A volte ho l'impressione che la modernità nelle tue riflessioni, per quanto problematica, antinomica, sia come una "gabbia" culturale, un universo chiuso che esaurisce tutto il pensiero possibile, tutta la nostra immaginazione. Non possiamo mica vivere di soli Marx e Freud! Ci sono altre culture del passato, tradizioni ricchissime e ancora da esplorare ... per esempio per ritrovare un "senso del limite" dovremo forse rivolgerci anche a tradizioni culturali che non si identificano tout court col pensiero moderno, illuministico-progressista, come osservava Christopher Lasch ... Leggendo Lasch ho capito soprattutto una cosa, che lui credeva fermamente in quelli che dovevano essere i suoi limiti, ma credeva anche di sapere (e di imporre) quelli che dovevano essere i miei e i tuoi limiti. Ora, perché mai ci dovremmo limitare secondo ciò che Christopher Lasch riteneva fosse il limite? Ho la sensazione che se qualcuno dice "senso del limite" gli altri automaticamente si sentono come adolescenti, e lui che lo dice invece si sente come un genitore ... In realtà io posso soltanto dare alcune ragioni per cui qualcosa deve essere limitata, ma non so se l'universo degli altri debba essere davvero limitato. Prima ti riferivi al mondo greco, al filosofi greci, però Platone voleva imporre a tutti i costi un limite a persone che secondo lui non l'avevano affatto, ed era molto arrabbiato che la democrazia ateniese non accettasse questo fatto. Insomma, penso che la gente abbia il diritto di fare ciò che vuole per essere più felice, ma quando Lasch o gli altri intellettuali come lui dichiarano di essere diffidenti verso l'idea di libertà, non si rendono abbastanza conto di quanto questa idea sia fondamentalmente sovversiva ... Per migliaia di anni la chiesa cattolica ha imposto limiti alla gente e ali'aspirazione alla felicità: si poteva, forse, essere felici nell'aldilà solo se qui sulla terra si era stati obbedienti. Ma una grande cosa per l'umanità è che la gente cominci a pensare come potrebbe essere felice qui. Va bene, lasciamo stare Lasch, che, ho capito, non ami molto. Prendiamo un autore come Simone Weil, da mia parte cosi impregnata di pensiero moderno (è allieva del razionalista Alain), ma che legge continuamente (e direi proficuamente) i presocratici, il Mahabharata, il Tao-Te-Ching, i testi sapienziali eccetera ... Mi spiace dirtelo, ma ti confesso che personalmente ho un problema con Simone Weil e con il suo singolare antisemitismo di ebrea. Insomma, aveva lo stesso punto di vista di coloro che uccisero gli ebrei nei campi di concentramento. Qualcuno mi ha detto che se l'avessi conosciuta di persona l'avrei venerata. Ma non riesco a immaginarlo. E comunque venerare qualcuno non significa necessariamente trovarsi d'accordo con lui.

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